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1922, storie di ordinario fascismo: quando le squadracce picchiavano e i residenti della Busa "resistevano"

A Trento tra il Fersina e il convento dei Francescani si trovava un quartiere che nonostante i pestaggi e le morti (Enrico Zancanella) fece di tutto per non piegarsi alle camice nere. E ogni anno scriveva a caratteri cubitali su un muro "W il primo maggio"

Di Tiberio Chiari - 19 novembre 2016 - 20:08

TRENTO. A inizio secolo, era il 1922, il quartiere della Busa, stretto tra il Fersina e il convento dei Francescani, era un rione povero, laborioso e popolare. Nel “Cason”, edificio simbolo del quartiere abitavano 18 famiglie, tutte con molti figli, molti erano profughi italiani ritornati qui dopo la prima guerra mondiale. Un totale di 100 persone e una sola spina di acqua nel giroscale. Tutti lavoravano onestamente, lavoravano come operai, muratori, al panificio, alla centrale del Fersina, come tagliapietre, imbianchini, c'era poi anche un falegname e uno dei primi elettricisti della città.

 

Molti erano stati socialisti, o repubblicani, alcuni poi comunisti, ma infine, a seguito gli episodi che qui a breve riporteremo, prima di ogni altra convinzione politica divennero tutti antifascisti, strenuamente antifascisti. Il rione divenne un rione “rosso” un simbolo di resistenza negli anni cupi della dittatura. Alla Busa c'era un noto laboratorio di marmi gestito dalle famiglie Belante-Lisimberti-Tomasi, e qui lavorava l'allora diciottenne Rodolfo Belante, grande amico del coetaneo Enrico Zancanella il quale invece era allora occupato nella falegnameria del padre. Enrico era repubblicano e non nascondeva le sue idee. Per alcuni questo era un difetto da curare. Fu il primo dei due amici ad essere pestato bestialmente. Accerchiato da un gruppo facinoroso di giovani fascisti non ebbe possibilità di difendersi. Poco tempo dopo questo episodio, il ragazzo morì per le complicazioni polmonari sopraggiunte in seguito all'accaduto.

 

L'episodio traumatizzò l'intero quartiere, ma nessuno cedette, anzi chi era indeciso si convinse immediatamente riguardo a cosa il paese stava andando incontro. Tra questi c'era l'amico di Enrico, Rodolfo, distrutto dall'accaduto.

In un primo momento per evitare guai, Rodolfo si era iscritto all'organizzazione giovanile fascista. Dopo la morte dell'amico restituì la sua tessera. I camerati non perdonarono, come abitudine si mossero in numero verso il quartiere, e portarono a termine l'azione punitiva. Rodolfo fu pestato, ancora più brutalmente dell'amico, senza pietà, per minuti interminabili. La mattina seguente, a stento, per senso del dovere, raggiunse il laboratorio di marmi del padre dove lavorava. Ma presto cedette al dolore, e lo videro strisciare fuori dal laboratorio accartocciato su se stesso. Si piego a terra e iniziò a sputare blocchi di sangue. Poco dopo morì.

 

Il quartiere ancora una volta non si arrese, sotto la guida di Doro Detassis, continuò la resistenza. I fascisti li odiavano perché immancabilmente ogni primo maggio sulla muraglia sotto il convento dei francescani, appariva un murale a grandezza d'uomo, fatto di calcina, con scritto “W il primo maggio”. I fascisti diedero la caccia anche a Doro e una sera per poco non lo presero. Si ricorda che si salvò lanciandosi da una finestra nella casa adiacente, per evitare di farsi prendere.

Per far sparire questa scritta, che stentava a dissolversi, gli acuti fascisti assoldarono uno scalpellino per rimuovere quell'ombra nefasta dalle pietre del muro. Lui obbedì ai comandi e martellata dopo martellata eliminò la superficie di calce bianca da tutte le pietre del muro. Dopo qualche giorno i fascisti tornarono per controllare che la scritta non si fosse ripresentata, ma scoprirono che questa ora era rimasta incisa nel sasso. Mestamente tornarono in città ingiuriandosi a vicenda. 

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