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La prima neve vissuta alla residenza Fersina. Haruma, Sene, Diallo e Moussa: "Un'esperienza bellissima"

Viaggio all'interno del centro d'accoglienza di Trento dove alcuni ospiti hanno raccontato il loro primo incontro con la neve: "L’avevamo vista solo in TV, fatevi aiutare a spalarla. Vogliamo renderci utili"

Di Nereo Pederzolli - 17 dicembre 2017 - 19:17

TRENTO. La prima settimana bianca della vita. Trascorsa nel candore dei piazzali lungo il Fersina, tra strutture di stampo militare, baracche della protezione civile, i segni di una presenza umana quasi invisibile. Sancita da panni stesi sulla staccionata. Indumenti bagnati che tentano di sfidare il gelo per una improbabile asciugatura.

 

E loro, curiosi, che con mano toccano la coltre bianca della prima neve di questa stagione. Haruma, Sene, Diallo e Moussa, sono quattro giovani richiedenti asilo tra i 310 ospiti della Residenza Fersina. Raccontano il loro stupore, la felicità per la ‘scoperta’ dei primi fiocchi di neve che hanno visto, toccato, calpestato.

 

Lo dicono parlando in francese o con qualche parola inglese, forse per giustificare che in Senegal o in Gambia – loro Paesi d’origine – il concetto di ‘neve’ è davvero inconcepibile.

"Avevo solo sentito parlare di neve ma non avevo ben compreso che cosa rappresenti questo fenomeno naturale. Così è stata una piacevolissima sorpresa sentire sul mio viso la carezza soffice della neve. Esperienza bellissima", ci spiega Haruna, giunto a Trento da una comunità del Gambia, dove lavorava come falegname.

 

"E’ una sorta di miracolo di Dio, la forza della Natura". Sorride e nella fonetica di un linguaggio tutto africano scambia altre considerazioni con gli altri ragazzi che incontriamo in una delle sale dove vengono quotidianamente svolte lezioni di studio per apprendere la lingua italiana.

 

Lì sono esposti piccoli lavori d’artigianato di tradizioni lontane, tra postazioni di computer e l’arredo, spartano, realizzato sfruttando i bancali in legno solitamente usati per caricare merci su Tir o piattaforme intermodali.

 

Tutto è ordinato, razionale. Alle pareti grandi cartelli con segnati i turni per svolgere al meglio le mansioni assegnate ai rifugiati, a quanti hanno trovato assistenza nelle camerate un tempo frequentate da fanti o soldati alpini specialisti nel trasporto di pesanti mezzi militari.

 

 

Caserme diventate dormitori variegati, i colori per nulla sobri di qualche tendaggio appeso alle pareti, che nulla hanno che vedere con l’originario rigore militaresco dell’edificio. Ora è un dinamico ‘suq, comunque ordinato, assolutamente accogliente.

 

"Sono a Trento da neppure sei mesi e la neve l’aspettavo. Con curiosità e una certa trepidazione – sottolinea Sene, senegalese, un sarto che certo non ha intenzione di oziare -. La neve dovrebbe stimolare momenti di convivenza anche con la città che ci ospita. Noi siamo pronti a dare una mano. Anche a spalarla".

 

Un pronto intervento tutto da organizzare, spiegano i responsabili del Fersina, ma certo non azione impossibile. Magari in vista di nevicate più copiose, nel corso dell’inverno. "Il candore e il freddo della nostra ‘prima neve’ certo non ci spaventa, anzi. Siamo pronti a renderci utili".

 

 

Questo è quanto ribadito pure da altri due senegalesi, Diallo e Moussa, appena ventenni. "L’avevamo vista solo in TV, la neve, ma ora che la conosciamo, certo non frena la nostra voglia di essere partecipi, sia nella gestione delle faccende quotidiane che affrontiamo ogni giorno nel nostro rifugio, sia per eventuali richieste d’impiego".

 

Sorridono e tre di loro si mettono in posa davanti ad un cumulo di neve. Una foto in bianconero, si potrebbe dire, per una settimana bianca che vuole pure voltare pagina sul recente episodio – decisamente vicenda scura – che per colpa di tre scriteriati violentatori ha ‘sporcato’ pure il candore della prima neve.

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