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Cavit, bilancio con il segno più e fatturato a 190 milioni di euro, ma cambia la guida

Il nuovo presidente Lorenzo Libera raccoglie il testimone da Bruno Lutterotti con 7 voti su 10. Fatturato in crescita del +4,4% e in ulteriore aumento la remunerazione per i soci Viticoltori

Di Nereo Pederzolli - 11 ottobre 2018 - 18:32

TRENTO. Il segno ‘più’ campeggia su ogni cifra del bilancio, in crescita sia per fatturato che per la percezione diffusa della qualità dei suoi vini. Positività in sintonia con la continuità delle scelte gestionali di Cavit, che però non collimano con la strategia di Bruno LuttFerotti, fino ad oggi presidente del colosso enologico di Ravina.

 

Perché l’assemblea elettiva dei soci ha sì approvato il bilancio di esercizio 2017/18, ma ha di fatto sfiduciato il suo vertice. Con 7 voti su 10 in rappresentanza delle altrettante cantine sociali aderenti al consorzio è stato eletto nuovo presidente Lorenzo Libera – della cantina viticoltori in Avio – designando come suo vice Diego Coller – cantina Roverè della Luna.

Un cambio per certi inaspettato, che comunque nulla toglie appunto alla positività di Cavit. Il fatturato sale ad oltre 190 milioni di euro, crescita attorno al 4,4% vale a dire quasi 7 milioni in più se si considera il bilancio dell’esercizio precedente.

 

Dati e cifre illustrate dal direttore Enrico Zanoni, sottolineate dal presidente uscente Lutterotti, rilanciate ancora da Libera.

 

Cifre per una crescita importante delle vendite sul mercato nazionale, +14%, ma anche all’estero. Con prodotti vanto dell’enologia italiana, come il Trento Altemasi, spumante classico tra i più blasonati.

 

"Ci posizioniamo ottimamente in ogni settore – ribadisce Zanoni- tra encomi della critica enologica (Cavit è stata inserita al vertice assoluto delle cantine cooperative italiane) e riscontri sul mercato, dagli Stati Uniti fino alla Cina".

 

Poi, non senza qualche piccola esitazione tra i presenti, si discute del cambio alla presidenza. Con una precisazione: nulla contro l’operato di Lutterotti, anzi. A lui si deve l’indirizzo strategico verso una vitivinicoltura di precisione, la sostenibilità ecocompatibile come filo conduttore, il coinvolgimento dei soci, la certificazione di qualità ambientale raggiunta.

 

Ma questo (sembra) non essere bastato a convincere lo ‘zoccolo duro’ degli oltre 4.500 soci conferenti alle rispettive ‘sociali di Cavit’. Che mirano ancora più alla produzione in vigna che a filosofie di stampo ambientale. Senza comunque ‘tradire’ concetti di rispetto ambientale oramai consolidati.

 

Lorenzo Libera conferma di essere pronto. ‘Raccolta di testimone’. Ma come coniugare le esigenze di un mercato che non vive solo di vini eccellenti? L’influenza del cosiddetto ‘terroir’, la variegata composizione territoriale dei vigneti trentini?

 

"Deve partire dal viticoltore. Dobbiamo differenziarci, partendo dal viticoltore. Ma la totalità non lo ha percepito. Bisogna coltivare nel tempo la convinzione. Speriamo di riuscirci, le nostre cantine hanno conseguito la certificazione produttiva. Bisogna concludere questo percorso che ci proietta nel prossimo futuro del comparto enologico. Ma quando? E come?". La risposta è prematura.

 

Bisognerà attendere i prossimi sviluppi, il probabile rimpasto in seno al Consorzio Vini, la sana competizione tra le cantine sociali, il rapporto con i vignaioli, la cura e rilancio dell’immagine stessa del vino trentino. Che subisce purtroppo il fascino indiscutibile del nettare svinato dai ‘cugini altoatesini’, vino trentino forte solo con mirati ‘brand’, poderosi nella comunicazione e sul mercato più vasto. Con fatturati d’alto livello, ma spesso – tranne appunto a specifiche etichette – basati su vini ingiustamente ritenuti poco fascinosi.

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