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Dal bombardamento del treno di armi di Mezzolombardo a quello dell'oro di Fortezza: la Missione Vital raccontata dal partigiano radiotelegrafista

La scorsa estate avevamo pubblicato una lunga inchiesta sui partigiani di Molveno e le grotte (con ancora degli oggetti rimasti all'interno) da loro usate e scoperte da Pierluigi Congedo. Pochi giorni fa quell'articolo è stato letto dal figlio del protagonista di quella vicenda che c'ha mandato le memorie del padre Matteo Brunetti. Un racconto unico e inedito fatto da chi ha vissuto gli eventi

Bruno, Delfo e Lee
Di Luca Pianesi - 25 aprile 2018 - 18:08

TRENTO. "Io arrivai ugualmente a S. Giustina di Belluno alle cinque di sera. Gli alleati erano arrivati alle nove di mattina ed era grande festa per tutti e anche per me e per tutto il popolo italiano che si era liberato finalmente dei nazifascisti". Si chiude così la biografia partigiana di Matteo Brunetti, detto Bruno. Quindici pagine, dattiloscritte, di ricostruzione di quanto avvenne tra Trento, Molveno, Bolzano e Belluno tra il '44 e il '45. Quindici pagine di vita tra le grotte, braccati dai nazisti, aiutati dalla gente, tra un bombardamento comandato contro un treno carico di munizioni a Mezzolombardo, il passaggio dell'oro della Banca d'Italia diretto a Fortezza, una visita segreta di una delle massime autorità naziste a Bolzano.

 

Quindici pagine che abbiamo ricevuto pochi giorni fa direttamente dal figlio di Matteo Brunetti (morto il 9 aprile 2017) Luca, dopo che ha letto l'inchiesta de ilDolomiti.it datata 28 agosto 2017 intitolata "Storia di un bombardiere, degli aviatori americani salvati sulla Paganella, di due grotte e di come grandi alpinisti scelsero di essere partigiani (dimenticati)". Il bello di internet è che certi articoli viaggiano nel mondo e a mesi di distanza c'è chi si trova a leggerli e a rilanciarli, magari riconoscendosi. In questo caso Luca Brunetti ci ha scritto per entrare in contatto con Lee Palser l'aviatore americano che suo padre, assieme ad altri partigiani dimenticati, Enrico Pedrotti (detto Marco), Franco Bonatta (detto Delfo) e Celestino Donini, avevano salvato e nascosto in una grotta sopra Molveno.

 

 

La grotta dall'operazione Vital riportata alla luce l'anno scorso da Pierluigi Congedo, avvocato italiano e inglese e Fellow al King’s College di Londra, amante e studioso di storia contemporanea, che da sempre era rimasto incuriosito da un racconto fatto dalla madre Anita Clementel, nata a Fai della Paganella che il 28 agosto 1944, undicenne assistette al rientro del nonno in casa, di notte, a Cortalta (Fai) vestito con una divisa americana e due paracaduti sotto le braccia. Congedo ha cominciato a scavare e ha così scoperto che quel 28 agosto qualcosa era effettivamente accaduto (QUI L'INCHIESTA COMPLETA CON IMMAGINI E DOCUMENTI UFFICIALI). Più che con noi, dunque, Luca Brunetti doveva parlare con Congedo e così li abbiamo messi in contatto ed è emerso qualcosa di entusiasmante. La biografia di 15 pagine del padre partigiano che ripercorre parte di quella vicenda che avevamo raccontato ma con gli occhi di chi l'ha vissuta davvero.

 

"Percorremmo il primo tratto in treno, un altro tratto con la funivia di Fai, poi a piedi. Ad un certo punto - si legge nei documenti - si unì a noi Mascagni Andrea (Corsi). Quella sera dormimmo in un albergo di Molveno e l'indomani Corsi, Enrico Pedrotti (Marco) e io, ci incamminammo su per la montagna in cerca di un posto per sistemare me e la trasmittente. Da quella sera io rimasi solo, dormivo in una specie di tana mentre la radio era sistemata in un'insenatura di roccia. Situazione iniziale molto precaria, ma in compenso avevo già notizie da trasmettere e in seguito le notizie continuarono ad arrivare con ritmo abbastanza buono". La missione Vital, infatti, consisteva nel monitorare la Valle dell'Adige dall'alto per poi dare indicazioni direttamente agli alleati su chi bombardare, cosa e quando oltre che informarli su spostamenti, arrivi e ogni dettaglio utile riguardante le truppe nazifasciste

 

 

 

"Credemmo di far bene a salvare dai tedeschi un aviatore americano - prosegue il racconto di Brunetti - sceso nelle nostre vicinanze con il paracadute; con un messaggio spiegai al mio comando il fatto e unii le generalità del nostro ospite, ma per tutta risposta ci venne un rimprovero, perché secondo loro il nostro compito era il servizio informazioni e non altro. Questo particolare stupì sia Corsi che Marco; ma non me perché sapevo quanto loro ci tenessero alla vita della missione e questo gesto seppure umano poteva metterla in pericolo. Nei giorni successivi conobbi Donini Celestino e Silvio suo collega di lavoro, entrambi di Molveno, che erano già entrati nella nostra cerchia diventando le nostre guardie del corpo e fedeli staffette. Si preoccuparono subito di trovarmi un nascondiglio più sicuro e dopo qualche giorno mi sistemarono in un anfratto nascosto e quasi inaccessibile (...). Sempre loro ai primi di ottobre mi prepararono un giaciglio di frasche sull'altro versante della montagna subito sotto malga Andalo".

 

Qui torniamo alla precedente inchiesta e alla grotta scoperta da Congedo la scorsa estate. "Lì finì la mia solitudine - prosegue Brunetti - perché portarono l'aviatore americano a farmi compagnia e per un periodo seppur breve arrivò da Bolzano Bonatta Franco (Delfo) allora studente. Con le piogge però, dovemmo abbandonare anche quella grotta perché c'erano infiltrazioni d'acqua; il solito Celestino e il suo collega ci sistemarono sempre su quella montagna ma in un posto rivolto a sud da cui si poteva godere anche un po' di sole. In questa dimora ospitammo per un po' Andrea Mascagni (Corsi) rifugiatosi dopo gli eventi di Cavalese". 

 

E qua facciamo una digressione. Chi era Andrea Mascagni lo abbiamo ritrovato nei documenti redatti dalla sua compagna, Lilli Mascagni, staffetta partigiana che faceva parte del Cln di Cavalese (al quale aderirà anche un giovane di nome Quintino Corradini, purtroppo recentemente scomparso, ma protagonista allo scorso Trento Film Festival del documentario "La scelta di Quintino" realizzato da Gabriele Carletti): "Sempre nell’agosto del ’44 si delinea un arduo problema, nelle condizioni di strettissima sorveglianza nazista in cui ci si trova: collocare in idonea località una radio e il telegrafista paracadutato nel bellunese (stiamo parlando proprio del ''nostro'' Matteo Brunetti), dal Sud, per il Trentino. Si sceglie la zona dei primi pendii del Brenta, raggiungibile da Molveno per i necessari collegamenti. Radio e addetto giungono fortunosamente a Trento e vengono nascosti. Come risolvere il problema dello spostamento, senza incappare negli abituali controlli? Mi viene affidato il compito di accompagnare a Molveno il radiotelegrafista (il friulano Matteo Brunetti, "Bruno")".

 

"È una domenica - prosegue Lilli -. Arriviamo col trenino a Zambana, dove attendiamo "Corsi", che in bicicletta giunge da Trento con prezioso carico sulla specie di portabagagli retrostante, a lente pedalate per la delicatezza dell’apparato. Nello scendere dal trenino, inevitabilmente agitati, dimentichiamo la valigetta di "Bruno" contenente i suoi scarsi indumenti, ma anche le pur anonime istruzioni, che fortunatamente il tecnico ha già fissato in mente. Gli procureremo di lì a qualche giorno un minimo di cose necessarie. Saliamo in teleferica a Fai e di lì ci spostiamo a passo celere verso Molveno, dove ci attende Enrico Pedrotti, "Marco", presso la famiglia sfollata. Incontriamo faccia a faccia una nota collaborazionista, italiana di Bolzano, sospettosa di me, che si accompagna ad un SS. Temiamo, ma i due hanno altro da fare. La mattina di buon’ora la stazione prende la via dei pendii del Brenta, affidata a "Marco", "Corsi" e "Bruno"".

 

"Durante il trasferimento - scrive ancora la partigiana - i tre assistono ad un’incursione di quadrimotori americani su Trento. Uno degli apparecchi viene colpito e va a schiantarsi sulla Paganella. Tra gli aviatori che si gettano in vasto raggio col paracadute, uno tocca terra non distante dai tre, nella boscaglia. Marco che conosce un po’ di inglese, lo cerca, lo trova, si qualifica e lo aggrega alla pattuglia partigiana. Segue un’avventurosa ricerca di una grotta, dove riparano Bruno, Corsi e l’americano, un giovane disegnatore di New York, Lee Palser, che rimarrà nel rifugio fino a verso Natale e, dopo una rottura irreparabile della stazione radio, a Molveno, nascosto dai nostri stretti e coraggiosi collaboratori fino alla Liberazione. Al primo messaggio, ovviamente cifrato, inviato da Corsi, dalla base del Sud si risponde: Non curatevi di aviatore americano, inviateci notizie. Dopo qualche tempo Corsi sarà sostituito al servizio radio da Franco Bonatta di Bolzano, Delfo".

 

Sembra la sceneggiatura di un film. Una storia dimenticata di una rete di partigiani e alpinisti tutti in contatto tra loro, sull'asse Trento - Belluno - Bolzano spesso aiutati dalla popolazione locale (nei documenti di Brunetti una grande parte è dedicata a un'anziana di Trento che per molto tempo terrà nascosta per lui nella sua casa una valigia senza mai aprila: era la valigia con dentro la radio dell'operazione Vital, la valigia che se scoperta sarebbe sicuramente costata la vita al radiotelgrafista friulano).

 

Come si viveva da partigiani in queste grotte lo racconta lo stesso Bruno: "La vita in queste grotte, oltre al pericolo di essere scoperti, era abbastanza triste, il cibo, scorso, doveva essere consumato sempre freddo e di conseguenza ci portavano generalmente insaccati di maiale e scatolette. Il pane molto buono era sempre sufficiente. La farina, infatti, arrivava da Trento e la madre di Celestino ne confezionava delle belle pagnotte; il fuoco non si poteva accendere mai, di giorno perché faceva fumo e di notte perché faceva luce; i tedeschi distavano da noi più di millecinquecento metri in linea d'aria, alloggiati al Grand Hotel di Molveno dove si alternavano in convalescenza; delle volte, di sera, li sentivamo fare baccano. Lavarsi non era possibile se non quando pioveva ma con la prima neve potevamo farlo tutti i giorni". 

 

Brunetti nella sua biografia datata 25 aprile 1985 ricorda le figure di Bezzi, Corsi, Aldo, Nella, Maria, Delfo e poi Donini, Celestino e Silvio Nicolussi e la gente di Molveno, Belluno e Trento e ricorda anche alcune delle operazioni che ''comandarono'' con la loro radio per la missione Vital "come quello riguardante un treno di munizioni fermo nei pressi di Mezzolombardo che su nostra segnalazione venne colpito dagli aerei e bruciò per alcuni giorni; oppure quello dell'oro della Banca d'Italia che dopo essere transitato a Bolzano stazionò a Fortezza". Una vicenda, questa, avvolta nel mistero. "O quello - completa ancora Bruno - che annunciava la venuta (e qui non vorrei sbagliarmi) credo di Himmler a Bolzano, che doveva arrivare in gran segreto, invece, su nostra segnalazione gli alleati trasmisero la notizia via radio la sera stessa del suo arrivo in città". 

 

La radio, poi, si romperà e Brunetti lascerà la Paganella. Gli ultimi mesi di guerra li passerà tra Belluno, Feltre e Trento. Il 22 febbraio 1945 nel bellunese sarà catturato durante un rastrellamento tra S. Gregiorio, S. Giustina e Cesiomaggiore "iniziò alle due del mattino e finì alle ventitré dello stesso giorno; la mia cattura avvenne alle quattro del pomeriggio e se riebbi la libertà fu solo per un colpo di fortuna". Poi Venezia (con alloggio all'albergo Universo, nei pressi della stazione) e la liberazione il 25 aprile. Venezia fu liberata il 28 aprile. Bruno seguì le ultime istruzioni e il primo maggio si spostò in direzione Belluno. Entrò a S. Giustina alle 17 "gli alleati erano arrivati alle 9 ed era festa grande per tutti". 

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