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Dalla ''caccia allo straniero'' allo sfrenato patriottismo. La tragedia della guerra diventa commedia con Karl Kraus

Aggirandosi per Vienna, l’autore ne coglie l’anima, fotografandone gli umori, dal fervore iniziale allo scoramento totale d’una capitale imperiale prostrata dalla fame e dalla miseria. La Grande Guerra vista nell'opera in 5 atti de "Gli ultimi giorni dell'umanità"

Di Davide Leveghi (nato a Trento nel 1993, diplomato al liceo classico Prati e laureato in storia all'università di Bologna. Specializzando in storia contemporanea) - 24 agosto 2018 - 20:20

TRENTO. È un clima tra l’euforico e il grottesco quello che investe Vienna agli albori dell’attacco alla Serbia. L’atmosfera muterà progressivamente seguendo le oscillanti fasi del conflitto, registrate magistralmente da Gli ultimi giorni dell'umanità di Karl Kraus, tragedia in cinque atti scritta nel corso della guerra. Aggirandosi per la città, l’autore ne coglie l’anima, fotografandone gli umori, dal fervore iniziale allo scoramento totale d’una capitale imperiale prostrata dalla fame e dalla miseria.

 

Come un sol uomo ci raccoglieremo a bandiere spiegate intorno alla patria. Perché da ogni lato siamo circondati da nemici! Noi combattiamo una guerra distensiva, ecco cos’è! ... una guerra santa!”, grida un cittadino viennese ritto su una panchina, aizzando la folla. “Ai Serbi le sorbe!”, risponde questa tra l’ilarità generale. “E ogni russo… un liscio e un busso!”, si prosegue tra le risate. “E i francesi? Finiranno appesi!”. Ce n’è per tutti. L’esterofobia si riflette in cacce a tutto ciò che minimamente richiama allo straniero. Cinesi scambiati per giapponesi (il Giappone entrerà in guerra a fianco dell’Intesa nel 1914), turisti rincorsi perché sentiti parlare in una lingua straniera, parossistici raid contro negozi e caffè dalle insegne con nomi esteri. Un gruppetto di scalmanati invita il padrone del caffè Westminster a chiamare il pittore affinché metta mano alla “i”, trasformando il nome in Westmünster.

 

I ristoranti cambiano pure i nomi delle portate, piegandole alle esigenze patriottiche. Così i maccheroni si trasformano nella “pasta dei traditori”. È una satira a tratti sottile e a tratti aggressiva quella che percorre la tragedia di Kraus, immaginata rigorosamente per non essere messa in scena ma recitata in letture pubbliche. Un attacco allo sfrenato patriottismo che vibra nella società austriaca. “La patria? Tra tutti i banditori ha ancora dalla sua la suggestione più forte”, “un’ebbrezza che addormenta la massa indifesa”, chiosa il Criticone, personaggio che incarna lo stesso autore, che come un fantasma si muove nei vari scenari della tragedia, lanciandosi in discussioni accese col suo alter ego, l’Ottimista. L’idea marinettiana della “guerra igiene dei popoli” viene smontata con acutezza. “Grazie alle conquiste dell’igiene moderna siamo riusciti a guarire tanti uomini feriti o ammalati in guerra”, afferma l’Ottimista, “…per rimandarli al fronte”, ribatte sarcastico il Criticone.

 

Guerra e modernità, la scienza che inventa protesi e gas, sono il bersaglio d’una critica sagace e veemente a una mondo che scambia il progresso tecnologico e scientifico con il regresso e la barbarie.

 

OTTIMISTA: In tutti gli Stati la Chiesa invoca la benedizione di Dio sulle proprie armi.. – CRITICONE:… e si dà da fare per moltiplicarle. Be’, non le si può chiedere di implorare la benedizione di Dio su quelle del nemico, ma almeno avrebbe potuto fare lo sforzo di maledire le proprie. E allora le chiese degli stati belligeranti si sarebbero intese meglio”.

 

Stampa ed ecclesiastici sono a loro volta oggetto di biasimo, accusate d’essere sobillatrici (“i fogli di giornale son serviti ad attizzare il rogo universale”) e corresponsabili della catastrofe (“Con le palle degli shrapnel si fan rosari, e in compenso con le campane si fanno i cannoni. Diamo a Dio quel che è dell’imperatore e all’imperatore quel che è di Dio. Ci si aiuta l’un l’altro, come si può”). Il graffiante giudizio non risparmia nessuno, dai ricchi giovani che, gridando alla guerra, s’imboscano, agli speculatori piangenti alla notizia della possibile pace, fino al grande colpevole, il popolo che si è prestato al pericoloso gioco nazionalista e si è fatto scannare per gli interessi dei potenti (“CRITICONE: Noi siamo responsabili dell’unica cosa della quale bisogna veramente rispondere: il disporre della vita, della salute, della libertà, dell’onore, degli averi e della felicità del prossimo. Ma idioti peggiori dei nostri uomini di Stato… siamo noi. Noi abbiamo in comune col nemico soltanto la stoltezza di ritenere responsabile dell’esito della guerra lo stesso e medesimo Dio, invece che noi stessi per la decisione di combatterla”).

 

Tale rimprovero assume ancora maggior profondità quando, in una scena d’un convegno di professori a Berlino, nell’entusiasmo generale per i progressi della medicina militare, è un alienato a rispondere a tono ai dati falsati sugli effetti dirompenti del conflitto sui corpi e le menti dei soldati, snocciolati dai dottori plagiati dalla retorica ufficiale. Il mondo è divenuto folle, e, rovesciato, è il folle l’unico a dimostrarsi realmente sano.

 

KAISERJäGERTOD: Cosa? Il cambio o dei rinforzi? Colonnello, lei deve resistere fino all’ultimo uomo, non ho truppe disponibili e non conosco la parola ritirata, costi quel che costi! Come? Volete una giornata di riposo per asciugare le divise? I suoi bravi tirolesi, poverini, galleggiano morti sull’acqua? Sono qui per morire! Le truppe devono resistere nelle loro posizioni, ne va della mia carriera!”.

 

Sul San combatterono molti Trentini, dalle cui testimonianza si evince la drammaticità delle condizioni a cui furono costretti. È un esercito classista quello austro-ungarico, in cui più di altri si respira l’incolmabile distanza fra ufficiali e truppa. Le diserzioni, non a caso, furono spesso giustificate anche con gli odiosi privilegi di corpo. Nelle retrovie vige un regime di terrore. I tribunali militari lavorano giorno e notte distribuendo condanne senza badare molto all’effettiva colpevolezza.

 

“La suprema maestà dell’Austria resta la forca!”, tuona il Criticone, “il volto dell’Austria, anche se somiglia a tutti gli altri, è comunque il volto del boia. Del boia di Vienna, il quale su una cartolina che mostra Battisti morto tiene le zampe sopra la testa del giustiziato, trionfante fantoccio della giovialità soddisfatta, e il suo nome è «Noi siamo noi». Volti ghignanti di civili e di figuri che per ultimo possesso hanno l’onore si accalcano intorno al cadavere, per riuscire a entrar tutti nella cartolina”. La barbarie si misura per Kraus nella distribuzione della cartolina dell’esecuzione di Battisti.

 

OTTIMISTA: Non si vive di solo pane – CRITICONE: No, bisogna anche far la guerra per non averlo – O: Il pane ci sarà sempre! Ma noi ci nutriamo della speranza della vittoria finale, di cui non si può dubitare, e per raggiungerla… - C: … moriremo prima di fame – O: I popoli impareranno dalla guerra… - C: …a non dimenticare di farla in futuro – O: La pallottola è partita, e all’umanità… - C: … entrerà in un orecchio e uscirà dall’altro!”.

 

Vienna è affamata e sfinita. In tempo di pace il rifornimento giornaliero di patate contava tra i duecento e i trecento vagoni. Nell’autunno del ’17 ne giungono nella capitale tra i venti e i cinquanta. La miseria dilaga e in città si muore di fame.

“Ho scritto una tragedia il cui eroe soccombente è l’umanità”, proclama il Criticone-Kraus nell’atto finale, “il cui conflitto tragico, essendo quello tra mondo e natura, finisce con la morte”. È un discorso finale tanto toccante quanto sfiduciato. Un accusa ad un’umanità che entrata nell’era della macchina si è condannata all’autodistruzione. Le scene finali sono shakespeariane, apocalittiche. Visioni demoniache, urla disperate, danze di iene che personificano gli unici grandi vincitori della guerra, la torma di speculatori.

 

AZZANNA: Vi sia detto all’orecchio, ci dovreste esser grati: alle banche va meglio grazie a voi qui sdraiati. Un aumento hanno fatto del lor capitale, col Bancon del Macello la fusione è fatale. Beati voi che passate le notti tranquille mentre volan le bombe e i biglietti da mille. Ma voi andate pari: siete eroi, tutti quanti! Voi guazzate nel sangue, noi sol nei contanti.

DIVORA: D’entrar negli annali vi concesse la sorte! Per questo si paga, pur se è gratis la morte. La guerra non fu cominciata da noi. L’abbiam solo voluta, ma ad andar foste voi! Di noi non si canta il guadagno ed il merto, mentre a voi fischieran già le orecchie di certo! I vostri nipoti di voi parleranno. E i nostri lagnarsi di noi non potranno.

AZZANNA: Al fronte i miei figli non son per un pelo. Non li hanno pigliati, e lode sia al cielo. È l’un troppo onesto per darsi da fare, a lui la mia ditta non può rinunciare. Per l’altro, che è un po’ troppo fiero, ho brigato io stesso, e l’esonero è il risultato. Tra un anno al minor toccherà di cavarsela. Anche voi foste giovani… è l’età per spassarsela!”

 

La voce di dio ed una pioggia di meteore chiudono la tragedia. L’umanità, vissuti i suoi ultimi giorni, sarebbe di lì a qualche anno sprofondata in un ancor più drammatico conflitto.

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