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I trentini e la Grande Guerra tra memoria e rimozione: il trauma galiziano, la prigionia russa e il difficile ritorno a casa

Tra i 21 e i 42 anni vengono inquadrati nell’esercito austriaco, e mandati a combattere sul fronte orientale. L’addestramento militare, atto all’indottrinamento dei soldati e alla trasmissione del senso di appartenenza, fallisce complessivamente nei suoi intenti: la scarsa conoscenza del tedesco crea notevoli difficoltà e alla fine in tanti diserteranno. Poi arriverà l'Italia e il tentativo di rimozione completa

Di Davide Leveghi (nato a Trento nel 1993, diplomato al liceo classico Prati e laureato in storia all'università di Bologna. Specializzando in storia contemporanea) - 06 maggio 2018 - 19:03

TRENTO. Quando fui sui monti Scarpazi/ miserere sentivo cantar/ t’ho cercato fra il vento e i crepazi/ ma una croce soltanto ho trovà/ Oh mio sposo eri andato soldato/ per difendere l’imperator,/ ma la morte lassù hai trovato/ e mai più non potrai ritornar

 

Comincia così uno dei pochi ma simbolici canti sull’esperienza della guerra dei trentini nel fronte russo. Alla fine della guerra i morti si conteranno attorno alle 11.000 unità, uno su cinque degli uomini inviati nella lontana Galizia non farà più ritorno nella terra natia. L’ambientazione della canzone, richiamata nella seconda strofa, si caratterizza per un insieme di massicci e di valli impervie, dove l’inverno rigidissimo rende impraticabili le strade e ricopre tutto con metri di neve. Un teatro di scontri sanguinosi che videro impegnati l’esercito russo e quello austroungarico a cavallo tra il 1914 e 1915.

 

Con la maestosità di un coro di montagna, questo brano restituisce all’ascoltatore il dolore suscitato nella società trentina dal cosiddetto “trauma galiziano”. L’arrivo dei soldati, partiti dalla stazione di Trento, presso il fronte orientale, getta i trentini in una realtà che li sgomenta, fatta di miserie e sporcizia. Gli effetti deprimenti prodotti dalle condizioni miserabili dei Galiziani verranno presto peggiorati dallo shock della guerra; le scorrazzate della cavalleria cosacca seminano il panico, la fame e i pidocchi, nelle lunghe camminate e nelle sudice trincee, divengono compagni inseparabili, tormentando i soldati, così come il costante tiro delle artiglierie. Gli scontri sono feroci, tanto che nel solo primo anno muoiono poco meno di due milioni di uomini tra austro-ungarici e russi.

 

Questo impero è destinato ad andare in rovina. Appena il nostro imperatore chiude gli occhi, noi ci sfasciamo in cento pezzi”. Le parole del conte Chojnicki, personaggio de La marcia di Radetzky di Joseph Roth, raccontano delle oscure ma azzeccate profezie che avvertivano già lo scricchiolio dell’Impero, ancor prima dello scoppio del conflitto. L’incapacità di riformare un sistema troppo centralista ed autoritario cozza con le richieste di maggiore autonomia da parte delle diverse nazionalità che sottostanno all’autorità di Vienna e con le richieste sempre più pressanti dei lavoratori. Durante la guerra ogni progetto di riforma si dimostrerà essere troppo tardivo, trascinando con sé anche i più convinti sostenitori di un’Austria plurinazionale e democratica.

 

 

Maledetta la sia questa guerra/ che mi ha dato sì tanto dolor/ il tuo sangue hai donato alla terra/ hai distrutto la tua gioventù/ Io vorrei scavarmi una fossa/ seppellirmi vorrei da me/ per poter collocar le mie ossa/ solo un palmo distante da te

 

Allo scoppio delle ostilità, nell’agosto 1914, nessuno in Europa immagina verso quale bagno di sangue si stia dirigendo il continente. La previsione generale parla di una guerra che si concluderà a breve. Ma la Grande Guerra, al contrario, inaugurerà l’entrata della morte di massa nell’immaginario collettivo europeo, un’officina della barbarie novecentesca durata più di quattro anni. La percezione della fine di un’epoca, in cui “non era ancora indifferente se un uomo viveva o moriva”, rieccheggia nella grande letteratura del tempo. “Uno è vergine dell’Orrore come lo è della voluttà” fu la presa di coscienza della novità apportata dalla guerra, annotata da Louise-Ferdinand Céline.

 

I trentini tra i 21 e i 42 anni vengono inquadrati nell’esercito austriaco, con pesantissime conseguenze sull’economia locale. L’addestramento militare, atto all’indottrinamento dei soldati e alla trasmissione del senso di appartenenza, fallisce complessivamente nei suoi intenti: la scarsa conoscenza del tedesco, di cui viene data una prima infarinatura proprio nelle caserme o direttamente sui campi di battaglia, crea notevoli difficoltà che, assieme ai maltrattamenti subiti dagli ufficiali e agli inutili sacrifici di sangue, spingeranno numerosi soldati a disertare. “Ogni giorno ed ogni ora, ogni granata ed ogni nuovo morto logorano un po’ quella difesa, e gli anni la consumano rapidamente”. La diserzione fu un fenomeno di massa che interessò tutti i fronti di guerra, come testimoniato dal passo tratto dal bestseller di Erich-Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale. Il desiderio di tornare a casa e di smettere di combattere sarà alla base della scelta anche di molti trentini.

 

Non per sentimento filo-italiano dunque, come sostenuto da certa storiografia di tinte nazionalistiche, ma per rigetto delle atrocità, i soldati trentini disertano e si consegnano ai Russi. Le discriminazioni dovute alla nazionalità, le sofferenze, la propaganda degli zaristi che invita gli italiani d’Austria ad arrendersi e a disertare, l’orribile spettacolo delle retrovie con centinaia di presunti spie e sabotatori galiziani impiccati dalla polizia militare (non a caso Francesco Giuseppe sarà ricordato come “l’Imperatore degli impiccati”), spinsero all’abbandono delle trincee, verso la prigionia nei campi russi e nelle campagne siberiane.

 

Siam prigionieri, siam prigionieri di guerra/ siam sull’ingrata terra, siam sull’ingrato suol siberian/ ma quando, ma quando la pace si farà…/ chiusi in baracca sul duro letto di legno, fuori tempesta di freddo/ ma quando, ma quando la pace si farà…

 

Traslati su carri merci verso l’interno dell’Impero, i prigionieri venivano sistemati in campi di baracche, sovraffollate e lerce (si pensa che siano morti più soldati trentini in prigionia che sui campi di battaglia), dove quasi spontaneamente ci si raggruppa per nazionalità. La ricerca di evasione da una vita monotona e dai tempi vuoti e penosi spinse molti soldati ad annotare nei diari la propria vicenda. Vi sono testimonianze di trentini finiti in campi dell’Uzbekistan, del Turkmenistan, della Siberia, a migliaia di chilometri da casa. Le autorità russe cercarono, prima che entrasse in guerra, di corteggiare l’Italia negoziando l’invio nel Regno dei prigionieri italiani d’Austria, affinché vestissero l’uniforme italiana in caso di un’eventuale guerra all’Impero. La situazione dei prigionieri fu estremamente caotica, e il ventaglio di scelte e motivazioni molto differenziato. Lo stesso trattamento dei prigionieri di lingua italiana, considerato di favore rispetto a quello tenuto nei confronti dei detenuti tedeschi o ungheresi, va inserito nella confusione dominante di un paese vastissimo che nel corso della guerra vivrà sconvolgimenti epocali.

 

Alcuni soldati vennero inviati presso fattorie siberiane, inserendosi nella povera vita dei contadini del luogo. Nei campi di prigionia giunsero, una volta dichiarata la guerra all’Austria, funzionari italiani più o meno in veste ufficiale, col compito di arruolare soldati italiani di Trentino, Friuli, Trieste, Istria e Dalmazia alla causa. Lo scarso numero di volontari si giustificò, oltre ai casi di fedeltà asburgica, con le preoccupazioni per le sorti dei cari, profughi nell’Impero o rimasti in patria. In un secondo momento ai prigionieri venne promesso il trasporto in Italia senza che si dovessero arruolare nell’esercito italiano. Le pene della prigionia, oltre che la sensazione di abbandono da parte delle autorità asburgiche, spinsero molti ad imbarcarsi in lunghi viaggi di “ritorno”.

 

Gli itinerari per l’Italia portarono molti soldati trentini a compiere picareschi viaggi a guerra finita. Nel corso della guerra, dal porto di Arcangelo, alcune navi partiranno in direzione della Scozia, da cui un lungo viaggio in treno attraverso l’Inghilterra e la Francia, porterà gli ex-prigionieri nella penisola. Sorte rocambolesca toccò a chi dovette incamminarsi nelle macerie del conflitto a seguito dei trattati di pace, o ancor di più a 700 uomini inviati nei possedimenti italiani in Cina, dove solo attraverso un servizio alla patria avrebbero ottenuto un lasciapassare per l’Italia (i cosiddetti “Battaglioni Neri”, trasportati poi in nave in Italia a inizio anni ’20 passando per l’America). Lo scoppio della Rivoluzione d’Ottobre complicherà la logistica, e renderà sospetti alle autorità italiane numerosi ex-prigionieri giunti nella penisola.

 

Siam prigionieri, siam prigionieri di guerra/ tutti senza gheberra, senza gheberra nel suol siberian/ ma quando, ma quando la pace si farà/ ritorneremo contenti, ritorneremo contenti/ ma quando, ma quando la pace si farà/ ritorneremo contenti, dove la mamma sta

 

“La grande guerra giustamente, a mio parere, viene chiamata guerra mondiale, e non già perché l’ha fatta tutto il mondo, ma perché noi tutti, in seguito ad essa, abbiamo perduto un mondo, il nostro mondo”. Così scrive, nel romanzo La cripta dei Cappuccini di Roth, struggente addio all’Austria imperiale, il protagonista Francesco Ferdinando Trotta, finito anch’esso, per benevolenza di un ufficiale zarista, in una fattoria della distesa siberianaL’arrivo in Trentino suscita negli uomini tornati dalla guerra sensazioni dolorose. Il paesaggio geografico, così come quello mentale, escono dal conflitto profondamente mutati. Il ritorno a casa si scontra con le difficoltà del reinserimento nella quotidianità, con le macerie prodotte dalla guerra, con la tragedia delle famiglie divise e sfollate.

 

L’imbarazzo per una memoria legata ad un esercito sconfitto, oltre alla costruzione ideologica della classe dirigente, liberale prima e fascista poi, di un Trentino compattamente schierato coi liberatori italiani, rimossero dal discorso pubblico trentino qualsiasi riferimenti ai sacrifici compiuti con una “divisa nemica”. La scuola, i monumenti, l’informazione, la cultura, furono improntati ad una vera e propria rifondazione della memoria. Gli stessi canti alpini monopolizzarono il repertorio dei cori di montagna, relegando nell’oblio le forme di ricordo e rievocazione delle pene sofferte nel bagno di sangue del fronte orientale.

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