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Dai trentini mandati sul fronte orientale alla retorica costruita dalla classe dirigente. I canti alpini per scoprire la Grande Guerra

La notte del 24 maggio, dal forte di Monte Verena, viene tirato il primo colpo sulle fortificazioni austriache di Vezzena. Si aprono così le ostilità nello scenario delle montagne trentine, ambientazione di numerose canzoni alpine, struggenti nonostante gli scivolamenti nella retorica bellicista

Di Davide Leveghi (nato a Trento nel 1993, diplomato al liceo classico Prati e laureato in storia all'università di Bologna. Specializzando in storia contemporanea) - 01 maggio 2018 - 16:53

- Dove sei stato, mio bell’alpino/ Dove sei stato bell’alpino, che ti g’ha cambià colore/ L’è stata l’aria del Trentino/ L’è stata l’aria del Trentino che mi ha cambià colore

 

Con la ripetitività che tanta enfasi e imponenza dà ai cori di montagna, questa canzone offre un utile spunto per tracciare un breve ritratto della guerra sul fronte tirolese, guerra a cui i soldati trentini in divisa austro-ungarica parteciparono in numero piuttosto risicato. Fu infatti prassi, per l’Impero, quella di levare dai fronti le popolazioni ritenute sospette di possibili simpatie verso il nemico. I soldati trentini combatterono così sul fronte orientale, e quando ivi si stabilizzò la situazione con la ritirata russa, furono tenuti per lo più nelle retrovie. Le decimazioni imposte dagli scontri e le numerose defezioni portarono a un rimescolamento etnico delle truppe.

 

Il problema delle nazionalità, ragione principale dello sfacelo dell’Impero, tarlato prima dello scoppio del conflitto dall’irredentismo, venne affrontato con misure che acuirono la frattura fra l’autorità di Vienna e le diverse popolazioni. Le diserzioni interessarono anche il fronte trentino (celebre la vicenda di Carzano, in cui disertori boemi e sloveni consegnarono informazioni su una linea debole in Valsugana, non sfruttata dall’esercito italiano), anche se le truppe asburgiche mostrarono grande tenacia nella difesa del Tirolo meridionale (si badi che quando si parla di Sud-Tirolo ci si riferisce, fino all’annessione italiana, anche al Trentino). La guerra in Trentino viene definita dallo storico sudtirolese Claus Gatterertotale”. Tale concetto, che comunemente si utilizza in riferimento al secondo conflitto mondiale, in cui le società vennero totalmente mobilitate, s’attaglia perfettamente ad una regione che fu teatro di scontri e che venne profondamente modificata nel suo ambiente antropico e geografico dal tiro costante delle artiglierie e dalle costruzioni militari. La popolazione rimasta fu sottoposta a requisizioni e razionamenti di guerra. Trento divenne perno di un sistema di fortificazioni già approntato decenni prima dello scoppio del conflitto, che trasformarono il Trentino in una fortezza.

 

La notte del 24 maggio, dal forte di Monte Verena, viene tirato il primo colpo sulle fortificazioni austriache di Vezzena. Si aprono così le ostilità nello scenario delle montagne trentine, ambientazione di numerose canzoni alpine, struggenti nonostante gli scivolamenti nella retorica bellicista. Una guerra combattuta con azioni spesso spettacolari e simboliche, sproporzionate per perdite di uomini e mezzi rispetto agli effettivi vantaggi acquisiti. Una guerra di ingegno, tra dedali di gallerie scavate nella roccia, costoni e cime fatte esplodere nella “battaglia delle mine”, costruzioni di vere e proprie “città nel ghiaccio”.

 

 

- Al comando dei nostri ufficiali, caricheremo cartucce a mitraglia, a baionetta l’assalto farem/ tu nemico che sei tanto forte, su fatti avanti, se hai del coraggio, che se qualcuno, ti lascia il passaggio, noi altri alpini fermarti saprem/ oh care mamme che tanto tremate, non disperate pei vostri figlioli, che qui sull’Alpe non siamo noi soli, c’è tutta Italia che al fianco ci sta

 

Nella diaristica e nell’epistolografia, così come rieccheggiato nelle canzoni alpine, è riflesso un modo di raccontare il massacro che non è proprio delle classi subalterne. Come analizzato da Antonio Gibelli ne L’officina della guerra, le classi dominanti impongono oltre al sacrificio pure il repertorio di parole per comunicare, interpretare e fronteggiare il dolore. La storiografia italiana sul primo conflitto mondiale ha consegnato ai posteri un racconto della guerra non sempre veritiero, sia riguardo alla distribuzione delle responsabilità, sia per la considerevole dose di retorica patriottica, incline più a tessere le lodi delle vittorie che a riflettere sui propri errori. Se è vero che Cadorna si caratterizzerà per una conduzione della guerra obsoleta ed autoritaria, simile accusa potrebbe essere mossa ai generali di tutti gli schieramenti, da Verdun al fronte orientale.

 

Ovunque la guerra si mostrerà essere, come disse Céline, “un mattatoio internazionale in preda alla follia”. L’Italia si distinse, come scritto dallo storico Paolo Pozzato, per gli “attacchi e difese disperati, più che per le operazioni coronate da successo”. Così fu la difesa del Piave dopo lo sfondamento di Caporetto, e così furono le aspre battaglie sulle montagne. La stessa decisiva vittoria di Vittorio Veneto, con un esercito austro-ungarico in sfacelo, venne propagandisticamente costruita per lavare l’onta dell’ottobre 1917. Al di là delle analisi sulla reale portata militare di Vittorio Veneto e sulla natura di Caporetto, rimossa dalla classe dirigente del tempo, terrorizzata dal carattere di scontro di classe di quella che Malaparte chiamerà la “rivolta dei santi maledetti”, la storiografia istituzionale italiana tende a dare per scontato delle verità che gli studi storici e memorialistici hanno contribuito notevolmente a sfumare. Ad esempio quell’ “unità di spirito” del popolo italiano nei tragici mesi passati tra gli spari di Sarajevo e le “radiose giornata” del maggio 1915.

 

L’entrata in guerra dell’Italia a fianco delle forze dell’Intesa, con la rottura della Triplice Alleanza ratificata nel 1882 con Austria e Germania, fu condotta con metodi illegali ed extraparlamentari da una minoranza violenta e chiassosa, che s’arrogò il presunto sostegno di una volontà popolare maggioritariamente pacifista. La massa di soldati mobilitati da tutta la penisola accettò in gran parte la guerra come si accetta una calamità naturale, con fatalismo e rassegnazione. Ciò non vuole deresponsabilizzare delle truppe che furono soggetto e oggetto delle atrocità del conflitto, ma sottolinearne un atteggiamento prevalente che attenua quell’idea di compattezza intaccabile presentata dalla retorica patriottica.

 

 

- Oh vigliacchi che voi ve ne state/ con le mogli sui letti di lana/ schernitori di noi carne umana/ questa guerra ci insegna a punir/ voi chiamate il campo d’onore/ questa terra al di là dei confini/ qui si muore gridando assassini/ maledetti sarete un dì/ […] Traditori signori ufficiali/ che la guerra l’avete voluta/ scannatori di carne venduta/ e rovina della gioventù

 

Composto durante il massacro che portò gli italiani alla conquista di Gorizia nell’agosto 1916, costato tra austriaci ed italiani quasi 100.000 morti, questo canto illumina un angolo buio del racconto del conflitto, la diffusa contrarietà alla guerra presente nella truppa, nonché le accuse lanciate dai fanti agli “imboscati”, quella classe dirigente interventista e quegli ufficiali rimasti ben lontani dal fronte. Il rifiuto della guerra viene evocato in numerosissime opere letterarie, da Céline a Remarque, da Lussu a Malaparte. Non è un caso che tra i comandi si elogiasse quella figura di soldato-massa, il “soldato senza qualità, rozzo, ignorante, passivo” tratteggiato dal medico Agostino Gemelli, amico di Cadorna, immune dalla ribellione, apatico, ingranaggio perfetto della macchina bellica. L’insopportabile realtà della guerra spingerà migliaia di soldati a reagire, a, come scritto da Malaparte, “ridivenire umani, riacquistando il senso oceanico della vita”.

 

Nell’Italia post-Caporetto i tribunali e i plotoni militari lavorano a tutto spiano. Nello scenario raccontato da Hemingway in Addio alle armi, quando le troppe sofferenze della guerra, giudicate inutili ed ingiuste, spingono centinaia di soldati a ritirarsi e a disertare, la pratica della decimazione diviene norma, tanto che si diffuse un soprannome per Vittorio Emanuele III: “re dei fucilati”. La mostruosità della guerra e delle sofferenze imposte alle proprie truppe è evocata anche nelle poesie di Piero Jahier, interventista democratico arruolatisi volontario ed impegnato sulle montagne del bellunese: “Ma questa guerra/ non dire neanche che è una lezione./ La distruzione non è una lezione./ Muoiono i migliori, muoiono i soli che potessero approfittare”.

 

 

- Venti giorni sull’Ortigara/ senza il cambio per dismontar/ ta-pum/ Quando poi che discendi al piano/ Battaglione non hai più soldà/ ta-pum […] Ho lasciato la mamma mia/ l’ho lasciata per fare il soldà/ ta-pum/ Dietro il ponte un cimitero, cimitero di noi soldà/ ta-pum/ Cimitero di noi soldati, forse un giorno ti vengo a trovar

 

Tra la simulazione onomatopeica dei rombi delle artigliere ed il racconto delle numerose perdite subite nelle battaglie sul monte Ortigara (dove tra l’altro si tenne la prima adunata nazionale degli alpini nel 1920), questo canto permette d’introdurre l’ultima riflessione su un fenomeno che interessò gran parte delle nazioni coinvolte nella tragedia della Grande Guerra, quello della celebrazione monumentale dei caduti. A guerra finita le autorità degli stati combattenti si trovarono di fronte alla gestione di una presenza della morte nella società di proporzioni mai viste. Intente a dimostrare che queste numerosissime morti non fossero state vane, su queste e sulla loro monumentalizzazione si fondarono i miti costitutivi delle Nazioni. Si pensi ai militi ignoti, sparsi in ogni capitale d’Europa. Morire per la patria assunse così una valenza religiosa, consegnando i caduti all’immortalità.

 

La vicenda della monumentalizzazione in Trentino ebbe un sapore tutto diverso. Una terra irredenta conquistata alla nazione fu teatro di una doppia operazione, da una parte di rimozione dallo scenario pubblico e di confinamento allo spazio sacro dei caduti in divisa austroungarica, dall’altro di celebrazione monumentale del sacrificio dei volontari nell’esercito italiano. La pubblica memoria sulla Grande Guerra si trasformò in guerra di redenzione di un popolo vissuto dalla parte sbagliata della storia.

 

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