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Alzheimer, l'associazione trentina scrive a ministero e Provincia: ''La magistratura ha anticipato l'azione politica. Inserire le cure nei Lea è d'obbligo''

La demenza di alzheimer colpisce in Italia circa 800 mila persone, mentre in Trentino il dato si assesta intorno alle 7 mila unità. Una malattia che presenta una evoluzione cronico degenerativa che attualmente non trova nessun farmaco adeguato per la cura. Dori: ''Appello richiesto a gran voce da numerosi familiari, fiduciosi che si troverà in tempi ragionevoli una corretta soluzione"

Di Luca Andreazza - 06 novembre 2019 - 13:52

TRENTO. "Ci rammarica che ancora una volta la magistratura anticipi in qualche modo quelle decisioni rilevanti che invece dovrebbero caratterizzare l'azione politica", queste le parole di Renzo Doripresidente dell'associazione Alzheimer Trento, il quale ha deciso di interessare il ministero, ma anche la Provincia per riconoscere quanto prima il diritto dei pazienti affetti da patologie gravi di questa malattia a rientrare tra i Lea, cioè i livelli essenziali di assistenza a carico delle aziende sanitarie.

 

"Questo riconoscimento - dice il presidente dell'associazione - eviterebbe continui ricorsi ai tribunali da parte dei singoli pazienti e dei familiari. A Roma è in atto la definizione di una class action e non va dimenticato che le demenze, quella da Alzheimer in particolare, sono in continuo aumento. Questo genera costi crescenti di tipo assistenziale e sanitario".

 

Un problema che si trascina da tempo, senza che si trovi una adeguata soluzione. I pazienti affetti da alzheimer vengono inseriti nelle Rsa pubbliche, private o del privato sociale. Questo comporta il pagamento della cosiddetta "retta alberghiera", una forma di compartecipazione alla spesa di degenza (mediamente da 50 a 80/100 euro giorno).

 

E sull'obbligo di pagare questa retta di compartecipazione a carico del paziente o dei suoi familiari si sono generate diverse vertenze, ricorsi e contestazioni. La sentenza della Cassazione del 22 marzo 2012 afferma che le persone ricoverate in Rsa affette da demenza di Alzheimer con "gravissimo deterioramento mentale, disorientamento temporo-spaziale e assenza di qualsiasi autonomia personalehanno diritto a prestazioni sanitarie a rilevanza sociale o socio sanitarie a elevata integrazione sanitaria che sono a carico del servizio sanitario regionale e nazionale.

 

Successivamente sono arrivate le sentenze di altri tribunali, quasi una ventina tra Parma nel 2013, Cremona nel 2014, Milano nel 2015, 2016 e 2017, Treviso nel 2015, Verona nel 2016, Roma nel 2016 e nel 2018, Brescia nel 2017 e Monza nel 2017. E ancora Firenze nel 2018, Trieste 2018 e la Suprema Corte nel 2016.

 

"La giurisprudenza - evidenzia Dori - ha quindi consolidato un indirizzo interpretativo delle norme vigenti: l'attività sanitaria e socio-assistenziale prestata in favore di una persona gravemente affetta da demenza di alzheimer o altre forme di demenza, ricoverato in Rsa, è qualificabile come attività sanitaria e quindi di competenza del Servizio sanitario nazionale. Ci rammarica che ancora una volta la magistratura anticipa in qualche modo le decisioni socialmente rilevanti che dovrebbero invece caratterizzare la politica".

 

Da qui la richiesta formale che il ministro competente e l'assessora della Provincia di Trento (che gode di specifiche competenze statutarie) intervengano per fare propri questi ordinamenti anticipati dalla magistratura. "E' necessario riconoscere questi pazienti tra i Lea. Siamo fiduciosi che questo appello, richiesto a gran voce da numerosi familiari, troverà in tempi ragionevoli una corretta soluzione, se necessario anche attraverso un provvedimento legislativo ad hoc".

 

La demenza di alzheimer colpisce in Italia circa 800 mila persone, mentre in Trentino il dato si assesta intorno alle 7 mila unità. Una malattia che presenta una evoluzione cronico degenerativa che attualmente non trova nessun farmaco adeguato per la cura.

 

Nella prima fase prevalgono sintomi legati alla parziale perdita della memoria a breve termine, alla diminuzione delle capacità cognitive, così come disorientamento minimo, ansia e depressione (normalmente gestita a domicilio dalla famiglia). 

 

Quindi il passaggio successivo è il disorientamento spazio-temporale, un deficit di memoria moderato e disturbi del linguaggio, aprassia, disturbi del comportamento, wandering e agnosia, mentre nella fase più avanzata della malattia e terminale si riscontra un aggravamento serio di tutte le manifestazioni precedenti con la perdita completa delle abilità cognitive, perdita del linguaggio, perdita completa della autosufficienza nelle attività quotidiane come lavarsi, vestirsi, assumere i pasti, incontinenza, allettamento, aggressività e allucinazioni, in alcuni casi crisi epilettiche.

 

"Il quadro della fase terminale della malattia - conclude Dori - che può protrarsi per qualche anno è molto pesante: il paziente diviene completamente dipendente dall'aiuto assistenziale e sanitario. Un numero crescente di persone con demenza di alzheimer in fase grave, proprio per l'alto grado di complessità clinico-assistenziale, difficilmente viene gestita a domicilio e più frequentemente vengono inserite nelle Residenze sanitarie assistenziali, a volte dotate di nuclei specializzati. La politica deve prendere in mano la situazione, adeguarsi alle sentenza della magistratura e legiferare per far rientrare la malattia nei Lea".

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