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Danni da 1 miliardo che diventano terrorismo buono? La distorsione della storia nella commemorazione del fondatore del Bas

In una Bolzano lasciata al buio dall’interruzione spettacolare dell’energia elettrica, il commerciante di Frangarto di Appiano Sepp Kerschbaumer non sapeva certo d’aver creato un mostro. La sua creatura, il Bas (‘fronte di liberazione dell'Alto Adige’), segnava il suo colpo più importante, salendo agli onori della cronaca e accendendo sull’Alto Adige i riflettori dell’opinione pubblica internazionale

Di Davide Leveghi - 07 dicembre 2019 - 17:48

TRENTO. Quella terrificante notte del giugno 1961, tra tralicci crollati e boati assordanti, in una Bolzano lasciata al buio dall’interruzione spettacolare dell’energia elettrica, il commerciante di Frangarto di Appiano Sepp Kerschbaumer non sapeva certo d’aver creato un mostro. La sua creatura, il Bas (‘fronte di liberazione dell'Alto Adige’), segnava il suo colpo più importante, salendo agli onori della cronaca e accendendo sull’Alto Adige i riflettori dell’opinione pubblica internazionale.

 

Il bersaglio era centrato: danni economici ingentissimi (si calcola per più di 300 milioni), produzione industriale bloccata (si calcola una perdita di 750 milioni) ma soprattutto un trauma psicologico non indifferente sferrato allo Stato italiano e alla popolazione italiana concentrata maggiormente nel capoluogo atesino. Un solo elemento era sfuggito di mano al piano di Kerschbaumer. A Salorno, nel tentativo di rimuovere un ordigno collocato su un albero al lato della statale, lo stradino Giovanni Postal veniva dilaniato dallo scoppio.

 

Non c’era spazio per la violenza sugli uomini nell’idea del merciaio appianese di lotta (quasi mistica) allo Stato oppressore. Non a caso il passaggio dalle azioni mirate in occasione di ricorrenze particolari o contro simboli dell’oppressione nazionale (la villa di Tolomei a Gleno, il Duce di alluminio a Ponte Gardena, le case popolari per le famiglie degli operai italiani a Bolzano e a Merano) al colpo in grande stile aveva provocato non poche perplessità a chi, ammantando la lotta di liberazione in un’aura sacrale, considerava la vita umana un bene intoccabile.

 

“Il Bas sudtirolese – spiega lo storico Leopold Steurer – era formato da appartenenti ai ceti medio-bassi, dai cosiddetti peones. Questo diversamente da quello di Innsbruck, in cui militavano intellettuali, pezzi grossi che sostenevano economicamente l’organizzazione. Le strategie dei due erano allo stesso modo diverse; mentre il primo puntava, attraverso atti di disobbedienza civile come l’esposizione della bandiera tirolese, le proteste per l’uso della lingua tedesca in ambito pubblico, ecc., allo scopo sì di giungere all’autodecisione ma tramite la dimostrazione dell’ingiustizia dell’oppressione dello Stato italiano sulla popolazione tedesca, quella del secondo voleva creare un fronte unico nel campo italiano con cui scontrarsi”.

 

“C’è una carica etica nel Bas di Kerschbaumer, un utilizzo di un linguaggio quasi religioso – continua – che anche con gli attentati ai tralicci cerca di mettere alle strette lo Stato italiano ma con la parola d’ordine di non colpire gli uomini. Nel nucleo austriaco, invece, si vuole arrecare il maggior danno economico, bloccare la zona industriale e così colpire sia lo Stato che gli operai, sia il pericolo nazionale che quello ideologico degli operai italiani e comunisti. Fermare i forni delle fabbriche avrebbe creato disagi e proteste da parte dei lavoratori, visti i costi altissimi di riparazione da parte dello Stato. Così si sarebbe radicalizzata la situazione e, come a Cipro o in Algeria, guerre di liberazione richiamate costantemente dai protagonisti, si sarebbero gettate le basi della guerra civile. Qualcosa che Kerschbaumer, da parte sua, non voleva”.

 

Ma gli effetti degli scoppi sono quasi immediati. Kerschbaumer e gran parte del nucleo sudtirolese vengono colpiti da arresti. Qualcuno, come Klotz e Amplatz, ripara oltre Brennero. Il territorio viene militarizzato. Il coprifuoco, la scelta di imporre il visto d’ingresso obbligatorio ai cittadini austriaci, le perquisizioni di massa alimentano un clima di tensione crescente. Dal carcere giungono denunce di maltrattamenti, scaturite in un processo, a Trento, concluso con sentenze particolarmente miti nei confronti di 10 carabinieri accusati di tortura e, pertanto, con le automatiche proteste delle opinioni pubbliche austriaca e sudtirolese. La guerra a bassa intensità a cavallo del Brennero si combatte anche nei tribunali.

 

Nel maxi-processo di Milano – 94 imputati, di cui 68 detenuti e 23 latitanti – Kerschbaumer si assume tutta la responsabilità degli attentati della Notte dei fuochi, venendo condannato a 15 anni. “La sua figura acquista carisma durante il processo – spiega Steurer – poiché prese sulle proprie spalle tutto il peso dei fatti. La sua morte in carcere, poi, non poté che dargli l’aura del martire. Ma sull’evoluzione del Bas difficilmente sarebbe stato d’accordo. La nuova strategia, con gli assalti alle caserme e le bombe sui treni, punta a fare dei morti. Con la Notte dei fuochi aveva fatto buon viso a cattivo gioco, dubito che avrebbe potuto ottenere protezione in Austria come Klotz e Amplatz. Il ‘giocattolo’ che crea gli sfugge di mano per la forza e l’abilità del nucleo di Innsbruck”.

 

La scelta di avviare la lotta di Kerschbaumer nasce in un contesto preciso di intollerabile attrito nazionale. Nel luglio 1957 sette giovani di Fundres, accusati dell’omicidio del finanziere Raimondo Falqui fuori da un’osteria, vengono condannati a pene tra gli 8 e i 15 anni. La durezza della sentenza scuote la società sudtirolese, la parola oppressione torna a correre tra le vie dei paesi, tra i masi e le valli. La sua militanza nell’Svp raggiunge così il limite: non è più possibile combattere lo Stato italiano solo con la politica. Nel dicembre ’57 altre condanne colpiscono il gruppo Stieler, primo nucleo terroristico sudtirolese. Un mese prima, nella folla di Castelfirmiano accorsa ad ascoltare le parole dell’Obmann Magnago, comincia a girare un volantino a firma Befraiungsauschuss Südtirol che invita a utilizzare mezzi di lotta illegali.

 

Nel foglio di rivendicazione della Notte dei fuochi, Kerschbaumer insiste che venga riportata una frase di Michael Gamper: “Un popolo che combatte per nient’altro che per i suoi diritti naturali avrà il Signore come Alleato”. Cerca di parlare con il vescovo per conferire legittimità all’azione, ma non vi riesce. Con l’entrata in carcere e soprattutto con la morte in carcere, la sua figura entra nel Pantheon della lotta di liberazione sudtirolese. L’evoluzione del Bas avviene in senso contrario agli auspici di Kerschbaumer, la lotta di liberazione degenera. Con l’entrata in scena dei circoli neonazisti, che monopolizzano l’organizzazione, il conflitto si radicalizza. La sua memoria diventa arma nelle mani degli oltranzisti: si evidenzia il suo ruolo di iniziatore e martire, si celano il diverso approccio allo scontro con lo Stato, la rottura tra il primo e secondo Bas.

 

“La commemorazione che ogni 8 dicembre si svolge in suo onore al cimitero di Appiano – chiosa lo storico vipitenese – è organizzata dall’Heimatbund, organizzazione che, nata nel 1974, ha inizialmente lo scopo di sostenere i detenuti politici ma poi viene trasformata in partito radicale di rottura con l’Svp nel 1983. Questo movimento considera il Bas in un’ottica di continuità, da Kerschbaumer a Burger. Strumentalizzano Kerschbaumer. La continuità, che in realtà non esiste, diviene necessaria per legittimare il terrorismo. La questione che questa figura pone, infatti, è: esiste il terrorista buono?”.

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