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La sfida è guardare avanti e non indietro: la storia della toponomastica altoatesina e delle lotte al bilinguismo

Negli anni Trenta il cambio della toponomastica lasciava i sudtirolesi e gli italiani giunti in Alto Adige piuttosto confusi. Ma da quel momento sono passati novant'anni, e gli italiani hanno il diritto di nominare il territorio che vivono nella propria lingua. Il falso problema della toponomastica come strumento politico di mantenimento delle discordie etniche

Di Davide Leveghi - 17 agosto 2019 - 19:42

TRENTO. “Essere tirolesi era un fatto naturale e a nessuno sarebbe passato per la testa di chiedere il perché lo eravamo. Essere tirolesi significava per prima cosa essere padroni in casa propria, padroni del proprio comune, della valle e della propria terra; e mentre austriaci lo eravamo soltanto “in grazia del Tirolo”, “sudtirolesi” lo eravamo diventati perché costretti. L'itinerario da “tirolesi” a “sudtirolesi” era dunque stato una strada in discesa, una degradazione, il passaggio da padrone a servo, da cittadino a suddito. Ma il peggio era che ci proibivano di usare tanto il nome nuovo quanto quello di una volta. Sia per noi che per la nostra terra”.

 

Il destino dei nomi dei luoghi segue a volte itinerari curiosi. Quello di “Sudtirolo” fu determinato dagli esiti della Grande Guerra, spinto un centinaio di chilometri più in alto, come una piccola tovaglia tirata dall'altro capo su un tavolo troppo grande. L'italiano Trentino perdeva definitivamente il suo carattere tirolese, la parte tedesca più meridionale della regione storica del Tirolo, spaccata dalla frontiera nazionale tra Regno d'Italia e neonata Repubblica d'Austria, ne ereditava il nome, comunque troppo tedesco per i gusti di Roma.

 

Nel quadro dipinto da Claus Gatterer dell'Alto Adige degli anni '30 c'era il dolore di un popolo non solo strappato dalla madrepatria ma privato perfino del suo nome e del diritto di utilizzarlo. Fu “Alto Adige” il “nuovo vestito” confezionato per abbigliare il territorio dal Brennero a Salorno (a cui fu in realtà strappata la Bassa Atesina), di il cui sarto, il nazionalista roveretano Ettore Tolomei, già aveva disegnato le forme anni e anni prima.

 

Tolomei, a seconda dei casi additato come “boia/becchino” o “padre” dell'Alto Adige, dedicò gran parte della sua vita a “conquistare all'italianità” il territorio delimitato dallo spartiacque alpino. Scalò il Glokenkarkopf per ribattezzarlo “Vetta d'Italia”, acquistò un maso a Gleno, sopra Egna, per trasformarlo in museo e centrale dei disegni italianizzatori, fondò una rivista, l'Archivio per l'Alto Adige, massima promotrice di teorie e basi “scientifiche” utili a dimostrare la latinità di questo territorio. Ma soprattutto, lavorò alacremente alla traduzione, alla creazione e alla “restituzione alle origini latine” dei toponimi, pubblicando e vedendosi ratificare con decreto regio del 1923 il Prontuario, insieme di più di 10mila nomi di luoghi in italiano.

 

Ettore Tolomei fu il padre dell'ingiustizia contestata ieri dagli Schützen. Non a caso la scelta della data in cui mettere in scena la propria provocazione coincide con il giorno della nascita del nazionalista lagarino. Il Prontuario acquistò nel 1940 valore di legge, riconfermato dall'Accordo De Gasperi-Gruber del 1946 e dagli Statuti del '48 e del '72, continuando tuttora ad essere in vigore, mentre i toponimi tedeschi non sono più stati riufficializzati. Nella narrazione degli oltranzisti sudtirolesi, però, manca una parte consistente della questione toponomastica.

 

Inserita tra le norme d'attuazione del secondo Statuto d'autonomia, l'ufficializzazione dei toponimi tedeschi venne impugnata dal partito dominante la politica altoatesina, la Südtiroler Volkspartei, solamente nel 2012 ma con uno spirito di certo poco tendente al compromesso. Nella legge approvata, infatti, la toponomastica tedesca veniva resa istituzionale facendo al tempo stesso decadere quella italiana, creando, come affermato dallo storico Giorgio Delle Donne, “una frattura fra la comunità (italiana) e il territorio”.

 

Presente in numero consistente da settant'anni sul territorio altoatesino, la comunità italiana si è progressivamente identificata coi toponimi “inventati” da Tolomei, rendendoli d'uso quotidiano e quindi familiari. La legge volkspartista finiva così per mettere in atto quel meccanismo etnico definito dal linguista Sigfried Baur della “regressione”, volta a ricreare una situazione passata a cui risulta impossibile tornare e a negare al gruppo italiano ogni possibilità di riconoscere nell'Alto Adige la propria casa- non a caso è di quest'anno l'abrogazione della legge sulla toponomastica da parte della Corte Costituzionale.

 

La vicenda del nome stesso di questa provincia fotografa perfettamente la questione della toponomastica e la serietà con cui la considera il gruppo tedesco. In epoca repubblicana il nome “Sudtirolo” continuò a non essere ufficialmente riconosciuto a favore del terribile “Tiroler Etschland”, assurgendo a denominazione istituzionale solamente con lo Statuto d'autonomia del 1972. Simbolo della “distanza nonostante la vicinanza”, della realtà di incomprensione e di mancanza di empatia tra i gruppi, la toponomastica risulta essere una questione meramente politica- oltre che un falso problema- con cui si ostacola lo sviluppo di una convivenza profonda e matura.

 

Per questo l'azione degli Schützen di ieri appare una provocazione strumentale che intacca la convivenza tanto quanto le manifestazioni nazionaliste italiane di fronte al Monumento alla Vittoria. Ogni proposta di eliminazione del bilinguismo nella toponomastica, a prescindere dal giudizio morale sotteso all'azione tolomeiana, è assurda nella misura in cui “ripropone un'impostazione dell'autonomia secondo la quale i diritti di un gruppo devono essere sottratti dall'altro gruppo”. A 97 anni dall'ingiustizia, per citare i cartelli di sfida degli Schützen, sarebbe ora di lasciare agli storici e ai geografi il compito di scavare nei meandri del passato, resuscitando le origini latine, i toponomi tedeschi e quelli tedeschizzati, portando invece l'intera società dell'Alto Adige/Südtirol a guardare avanti.

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