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L'Italia e il Ventennio, il mito del ''buon italiano'' e il vittimismo, il fascismo del futuro passa dalla riabilitazione di quello passato

L’eccesso di riferimenti, il derby "fascisti-comunisti", accompagnato da una conoscenza storiografica superficiale, sommaria e strumentale, rende il rapporto con il passato fascista e con lo stesso fascismo (inteso astoricamente come ideologia totalitaria e categoria politica) un nervo scoperto della nostra storia, in cui s’esercitano quelle tendenze assolutorie e vittimistiche 

Di Davide Leveghi (nato a Trento nel 1993, diplomato al liceo classico Prati, laureato in storia e specializzato in storia contemporanea all'Università di Bologna) - 23 maggio 2019 - 22:59

TRENTO. La discussione attorno al fascismo nel nostro Paese corre sempre su linee schizofreniche ed estemporanee. Il ritorno da qualche tempo a questa parte di un’acutizzazione del dibattito, alla luce delle uscite, dei provvedimenti e degli ammiccamenti alla destra dichiaratamente fascista del ministro dell’Interno e vicepremier Salvini, non rappresenta che una nuova pagina del complicato e mai elaborato rapporto tra gli italiani e il Ventennio.

 

Una mancata elaborazione le cui radici risalirebbero alla timida epurazione del secondo dopoguerra nei confronti delle figure compromesse con il regime ma soprattutto al collettivo lavaggio di coscienze del mito del bravo italiano”. Da tempo, nel Bel Paese, vittimismo e provvidenziale e deresponsabilizzante scaricabarile sono sport nazionali.

 

Se ancora adesso il dibattito pubblico è inondato dai riferimenti al passato fascista, siano provenienti dal mondo antifascista oppure le classiche sparate sulle “cose buone” del regime-analizzate dettagliatamente da Francesco Filippi nel suo pamphlet sulle “idiozie che continuano a circolare sul fascismo”, questo dipende da una presenza ipertrofica ed al tempo stesso estremamente lacunosa di questa fase della storia italiana nel discorso pubblico.

 

L’eccesso di riferimenti, accompagnato da una conoscenza storiografica superficiale, sommaria e strumentale, rende il rapporto con il passato fascista e con lo stesso fascismo (inteso astoricamente come ideologia totalitaria e categoria politica) un nervo scoperto della nostra storia, in cui s’esercitano appunto quelle tendenze assolutorie e vittimistiche prima accennate.

 

L’antifascismo, nel clima della Guerra fredda, molto presto finì per essere connotato politicamente, perdendo quel carattere universale su cui era stata costruita la democrazia italiana. Se sentiamo adesso parlare di “derby tra fascisti e comunisti”, per usare una semplificazione rimbalzata nei mezzi di comunicazione, il motivo è proprio questo. Uscire da questa banalizzazione storica e politica permetterebbe di comprendere come per “fascismo” non s’intenda solo una pagina della nostra storia fortunatamente superata e ormai vecchia di più di settant’anni, ma quella sorta di convitato di pietra che silente, inquietante ed ingombrante siede osservando la nostra quotidianità democratica.

 

Il fascismo non è solo la chiave di volta della nostra storia recente, è pure la concentrazione della componente di barbarie ed oppressione presente nella società, in quanto umani ed italiani. Un monito costante per la sopravvivenza e la prosperità di una società libera e democratica, una china verso cui politiche oppressive, autoritarie ed illiberali portano irrimediabilmente. Il fascismo è quel mostro che alberga nella nostra coscienza collettiva, e perciò argomento ineludibile, non quindi l’ossessione della galassia politica e culturale antifascista.

 

Queste elezioni europee diranno molto sull’onda “sovranista” che attraversa il continente, da est a ovest, e che ha ormai travolto anche la “civilizzata” Europa occidentale. Ritorno al passato nazionale o prosecuzione del percorso d’integrazione europeo si presentano come le due alternative principali, in una lotta per la sopravvivenza che assomiglia molto a un vicolo cieco. La mancanza di una prospettiva di complessivo ripensamento dell’Unione verso maggiore democrazia, diritti e giustizia sociale, o per lo meno la marginalità di questa narrazione al cospetto dello scontro all’ultimo sangue tra populisti euroscettici e liberali europeisti, rende il tutto più inquietante. Evito di sprecare le analogie storiche.

 

Con lo sguardo rivolto ad un passato mai esistito fatto di Stati-Nazione etnicamente omogenei, uniti nella difesa dei confini, della religione e delle tradizioni, la destra identitaria raccoglie consensi sfruttando gli errori e l’assenza delle altre forze politiche, arroccatesi nei palazzi e sempre più lontane dalla realtà quotidiana delle persone. Produttrice di una retorica pubblica che idealizza il passato, non può che volgere il proprio sguardo e ripescare riferimenti paradigmatici dai regimi autoritari che hanno costellato il novecento europeo.

 

Curioso è il fatto che nella ricorrenza del 70° anniversario (2015) della vittoria sovietica nella Seconda guerra mondiale, ribattezzata da Stalin la “grande guerra patriottica”, all’assenza dei più importanti leader occidentali, dovuta alla crisi ucraina, abbia ovviato una nutrita presenza di intermediari dell’estrema destra europea, come dimostrato da diverse inchieste giornalistiche, poi sostenuta finanziariamente da Mosca. Un nazi-fascista che festeggia la ritirata di Russia strappa un sorriso agrodolce.

 

Questa narrativa pubblica nostalgica, “racconto mitico di felicità perduta”, è funzionale a creare emozioni, “rassicura” e “mette in guardia”, tralasciando che la memoria da cui attinge i riferimenti positivi sia basata su palesi falsità e falsificazioni. “Costruire balle sul passato serve anche, nel caso di Mussolini - scrive Filippi in Mussolini ha fatto anche cose buone - a mettere in piedi un racconto dell’oggi efficace e semplice, una prospettiva a cui tendere”. Strizzando l’occhio e costruendo alleanze con le piccole ma bellicose forze neofasciste, brandendo il rosario come un’ascia contro l’invasione dei barconi o la degenerazione dei costumi, partecipando a manifestazioni medievali e reazionarie, utilizzando le forze dell’ordine come una milizia al proprio servizio nella repressione del pacifico dissenso, questa prospettiva si fa più chiara, la china più prossima.

 

Autoritarismo, ripiegamento sui diritti, razzismo, rifiuto della complessità, sono nuvole che s’addensano all’orizzonte preannunciando tempesta. Sono un passo più lontano dalla democrazia, ed uno più vicino al fascismo. Poco importa se al fascismo di settant’anni fa o ad un fascismo del futuro, la questione è la stessa. Una democrazia matura, memore del passato, deve tenerlo sempre a mente.

 

La base di un possibile futuro totalitario passa anche dalla riabilitazione del passato totalitario”, conclude Filippi nella premessa del suo breve ma efficace pamphlet. “Mostrare la realtà di quel passato è un primo passo per evitare che quel passato diventi futuro”. L’attacco all’insegnamento della storia, la scarsa attenzione data alla conoscenza critica del passato, al centro recentemente di un appello degli intellettuali alla sua difesa in quanto bene comune che “rifiuta il conformismo e vive nel dialogo”, rappresenta un segnale alquanto indicativo del pericolo futuro di ricadere nella barbarie.

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