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Foibe, italiani solo vittime? Gobetti: “La politica va in direzione opposta rispetto alla storiografia”

Nell’incontro tenutosi all’università di Trento intitolato “Il confine orientale fra storiografia, memoria e polemiche politiche”, lo storico Eric Gobetti ha illustrato quanto le narrazioni pubbliche dominanti sul tema siano inquinate da pregiudizi, miopia e vere e proprie falsificazioni. Dal racconto ufficiale sono state infatti espunte le parti in cui gli italiani non sono vittime, bensì carnefici. “A scatenare la spirale di violenza in questa zona furono il nazionalismo italiano ed il fascismo”

Di Davide Leveghi - 27 ottobre 2021 - 12:12

TRENTO. “I presupposti della narrazione pubblica sulle vicende dell’Alto Adriatico sono falsi o grossolanamente sbagliati”. È questo l’esordio con cui lo storico Eric Gobetti ha inaugurato l’incontro “Il confine orientale fra storiografia, memoria e polemiche politiche”, tenutosi alla Facoltà di Lettere dell’Università di Trento nel pomeriggio di martedì 26 ottobre. Lo storico torinese, già autore dell’agile manuale E allora le foibe? (QUI l’articolo), in quanto divulgatore di professione ha infatti avuto ripetutamente modo di provare sulla sua pelle (a suo malgrado) quanto conflittuale sia il tema nel dibattito pubblico nazionale.

 

Tra insulti, intimidazioni, vere e proprie minacce, gli studiosi che si occupano del confine orientale incontrano spesso difficoltà nel compiere serenamente il proprio lavoro di ricerca e divulgazione. Nondimeno, gli ostacoli non vengono solo dal mondo nostalgico del fascismo, bensì anche dalla politica, che, nelle sue diversi sedi, impone narrazioni distorte se non completamente false. Spartiacque decisivo, a riguardo, è stata l’istituzione del Giorno del Ricordo, nel 2004, quando una convergenza fra i post-fascisti ed i post-comunisti stabilì l’entrata in scena a livello istituzionale di vulgate fino ad allora marginali o marginalizzate (QUI l’articolo).

 

Delle “complesse vicende del confine orientale” – così come vengono chiamate nella Legge numero 92il 10 febbraio si parla poco. Al centro delle commemorazioni, soprattutto, ci sono le foibe e l’esodo, fenomeni che interessarono gli italiani dell'Alto Adriatico, fra violenze perpetrate dall’Esercito di liberazione jugoslavo e l’imbocco della strada senza ritorno che portò lontane dalle proprie case migliaia di famiglie di lingua italiana.

 

Proprio per questo, Gobetti – accompagnato per l’occasione dal ricercatore dell’Università di Trento Umberto Tulli e dal direttore del Museo storico italiano della Guerra di Rovereto Francesco Frizzera – ha illustrato quali siano i principali tarli della narrazione pubblica dei fenomeni in questione. “Innanzitutto tali territori vengono presentati come italiani da sempre, ma ciò non è vero – ha esordito lo storico torinese – fino al 1918, infatti, questi furono parte di altre entità statali, come l’Impero austro-ungarico. Nondimeno, la popolazione è sempre stata mistilingue”.

 

“In secondo luogo, si sente ripetere che la violenza del settembre 1943 contro la popolazione italiana sia stata improvvisa, dimenticando i conflitti alimentati nella zona dal nazionalismo italiano, dal fascismo e la stessa guerra scoppiata anni prima. La violenza delle foibe fu quindi l’unica commessa durante la guerra? No, anzi. La stessa foto con cui spesso si è voluta indicare la tragedia delle foibe in realtà ritrae la fucilazione di alcuni partigiani sloveni da parte delle truppe d’occupazione italiane, autrici di diversi crimini di guerra (QUI un approfondimento). Citiamo ad esempio il massacro di Podhum, vicino a Fiume. Nel 1942 gli italiani giustiziarono oltre 100 persone, in una delle peggiori stragi compiute dal Regio esercito durante la guerra”.

 

“Tra le altre violenze che segnarono questi territori negli anni della guerra vi furono poi la costruzione del campo di concentramento di Arbe, dove perirono circa 1500 persone e ne transitarono oltre 10mila. Con l’occupazione tedesca, a seguito dell’8 settembre, l’Operazione Nubifragio produce circa 2500 vittime. A Lipa, in Croazia, i nazifascisti trucidano più di 260 persone. V’è poi la Risiera di San Sabba, unico campo di sterminio sul suolo italiano, in cui vennero internati i prigionieri politici slavi. Qui trovarono la morte circa 5000 persone. Come si può vedere, dunque, ad innescare il meccanismo di violenza nella zona furono i nazionalisti italiani ed i fascisti”.

 

Nella brutalità del conflitto, dunque, le violenze che comunemente (ed erroneamente) raccogliamo sotto il nome di “eccidio delle foibe” non furono che una parte, episodio della resa dei conti che interessò la zona dopo decenni di aspra lotta nazionale, un ventennio di angherie snazionalizzatrici del fascismo ed una manciata di terribili anni di guerra. Ciononostante, il racconto pubblico più in voga ha cancellato il contesto, trasformando le vittime in martiri dell’italianità e le violenze in genocidio e pulizia etnica, e compiendo così un’opera di profonda distorsione della realtà storica.

 

Parlare di genocidio – ha spiegato Gobetti – significa tracciare un parallelo con la Shoah. Di contro, non solo i numeri rendono imparagonabili i due fenomeni, ma tali rese dei conti costituirono pratiche abituali in tutta Europa. Non solo. Si dimentica spesso un altro macroscopico dato che mette in discussione la tesi della pulizia etnica: con l’Esercito di liberazione jugoslavo combatterono infatti 2 divisioni di soldati italiani, composte da circa 40mila uomini. Di questi circa un quarto morì”.

 

Gli storici, da parte loro, non utilizzano dunque né il termine pulizia etnica per le stragi compiute nel settembre ’43 in Istria e nell’immediato dopoguerra, né quello di espulsione forzata per l’esodo. “L’esodo fu l’esito della sconfitta italiana nella guerra e dello spostamento dei confini – ha precisato lo storico torinese – e si compirà in un arco temporale molto ampio, fino al 1954. Nondimeno, questo rientra in una cornice più ampia che comprende tutta l’Europa orientale e che coinvolse ad esempio fra i 10 e i 12 milioni di tedeschi. In Jugoslavia, nello specifico, non vi è testimonianza alcuna della volontà di espellere la componente italiana, come avvenne invece con quella di lingua tedesca”.

 

Come accennato, l’istituzione del Giorno del Ricordo ha cristallizzato nel dibattito pubblico delle narrazioni da tempo ampiamente confutate dalla storiografia. Parlare di foibe e di memoria delle foibe produce reazioni amplificate dalla politica e cavalcate da forze che pongono l’accento sul vittimismo, omettendo volutamente le parti più scomode. “C’è chi parla, in occasione delle celebrazioni di febbraio, di uno scontro fra opposti estremisti, con i comunisti dei centri sociali che minimizzano il fenomeno. Io vedo qualcosa di differente – continua – e cioè un pesante clima, infamante, verso tutti coloro che fanno ricerca o divulgazione e che vengono offesi e delegittimati da giornali e politici. A ciò si aggiungono le minacce”.

 

A preoccupare ancora di più, vi è poi la memoria istituzionale. In che modo infatti lo Stato italiano ha deciso di ricordare questi fatti? Dopo la fine della Jugoslavia, si diede vita ad una commissione italo-slovena per ricostruire ciò che avvenne in quei territori. La relazione, seppur piena di manchevolezze, rappresentò un importante punto di arrivo, nella costruzione di un racconto condiviso fra diverse popolazioni che vivono o hanno vissuto nella stessa terra. Se in Slovenia, però, i risultati della commissioni vennero pubblicati e resi disponibili, in Italia vennero di fatto messi in un cassetto. Pochi anni dopo, venne istituito il Giorno del Ricordo, omettendo di fatto il punto di vista dell’altro”.

 

Le vittime delle foibe sono state trasformate in martiri – prosegue – e addirittura la politica ha cominciato a legiferare fissando limiti alla ricerca e imponendo una verità ufficiale, come nel caso delle leggi approvate dai Consigli regionali del Friuli-Venezia Giulia e del Veneto (QUI l’articolo). In questo secondo caso, inoltre, si è arrivati perfino a fissare un numero minimo di vittime, 12mila, bollando chiunque opponga altri dati come negazionista o riduzionista. La ricerca storica, nondimeno, da tempo è arrivata alla conclusione che morti e dispersi si attestino attorno a circa 4500 unità”.

 

Nei manuali scolastici, nei servizi e nei documentari della televisione pubblica o nei film prodotti anche coi soldi pubblici (vedi Rosso Istria), la tendenza, oltre ad alimentare una visione vittimistica, è quella dunque di “dare i numeri”, di ingigantire le cifre, così da portare la violenza terribile della guerra in categorie interpretative più nette e indiscutibili: il genocidio, la pulizia etnica, l’espulsione forzata. “Anche sull’esodo si assiste ad un balletto di cifre, che arrivano addirittura a sfondare il milione. Eppure, il numero di esuli verso l’Italia fu di circa 300mila persone, comprendenti anche 50/60mila fra sloveni e croati fuggiti nella penisola per questioni politiche. Gli italiani protagonisti dell’esodo furono pertanto 200mila circa”.

 

Accantonate le memorie e le sofferenze altrui, la Legge 92 ha così puntato i riflettori solamente sulla parte italiana, arrivando perfino a celebrare chi in qui territori, con la divisa o in nome dell’autorità italiana, ha compiuto crimini e violenze. Ciò è permesso, nello specifico, dall’articolo 3, che riconosce “al coniuge superstite, ai figli, ai nipoti e, in loro mancanza, ai congiunti fino al sesto grado” una “apposita insegna metallica con relativo diploma”. Il semplice fatto di essere “infoibati” (al comma 2 si legge: “agli infoibati sono assimilati, a tutti gli effetti, gli scomparsi e quanti, nello stesso periodo e nelle stesse zone, sono stati soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato, in qualsiasi modo perpetrati”) garantisce così, a prescindere dalle responsabilità personali, un riconoscimento dallo Stato italiano.

 

“Si è venuta così a creare una situazione in cui i parenti di figure considerate perfino dallo Stato italiano come criminali di guerra hanno ricevuto un’onorificenza. È il caso di Vincenzo Serrentino, prefetto di Zara e membro del Tribunale speciale della Dalmazia, catturato alla fine della guerra dagli jugoslavi e fucilato. Era parte dei 13 criminali di guerra riconosciuti dall’Italia nella lista di oltre 700 richiesti dalla Jugoslavia. Ciononostante, nel 2007 i parenti hanno ricevuto l’onorificenza in quanto infoibato”, ha concluso Gobetti.

 

Per chiunque volesse approfondire il tema, sono disponibili degli approfondimenti a QUESTO link. "Memory 27/1-10/2" è la rubrica dedicata da il Dolomiti al tema della memoria nel periodo compreso fra la Giornata della Memoria, il 27 gennaio, ed il Giorno del Ricordo, il 10 febbraio. 

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