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Tra cronaca e storia: l'(ir)resistibile ascesa di Matteo Salvini

Viaggio tra cronaca e storia per comprendere il presente attraverso la conoscenza del passato: tra scenari weimeriani, invocazioni al cielo, menzogne trasformate in realtà dalla martellante propaganda. Quando la destra radicale avanza, la democrazia vacilla

Di Davide Leveghi - 12 agosto 2019 - 17:46

TRENTO. Se è vero che la storia rappresenta un grande contenitore di exempla, ci si potrebbe sprecare nel ritrovare parallelismi con la realtà attuale. La traballante democrazia weimeriana, i discorsi boriosi e “duceschi” di chi si fa chiamare “capitano”- il termine condottiero se l'erano già giocato qualche anno fa...-, la martellante propaganda con cui si vendono falsità spacciandole per illuminanti verità, l'offensiva anticulturale e antiscientifica, e chi più ne ha più ne metta.

 

D'altro canto ritrovare nell'attualità le ombre del passato sembra non suscitare così tante preoccupazioni in una società all'apparenza tanto satura di informazione quanto in realtà bombardata e incattivita dalla dis-informazione. E tracciare paralleli, più che risvegliare le coscienze assopite, sembra il frutto di paranoiche ossessioni di un passato chiuso e sigillato in un cassetto.

 

Ma la storia non funziona così. Ogni fatto del passato ha conseguenze che si riverberano nel tempo- ombre che s'allungano sul presente-, specie laddove vi sono ferite nelle coscienze individuali e collettive mai sanate per mancata elaborazione del lutto, per volontà o per altre svariate ragioni. Un regime di vent'anni o una feroce dittatura di poco più di dieci non sono parentesi che si chiudono una volta conclusi. Non sono capitoli di un libro chiuso, ma del libro aperto delle nostra storia recente. Non insegnamenti (perché significherebbe che qualcosa si è appreso), ma moniti a non ripetere gli stessi errori o, quantomeno, a stare vigili.

 

Al principio c'era Goebbels. In una democrazia traballante come quella di Weimar, in una Germania prostrata dalla miope (in)giustizia di Versailles decisa dalle potenze vincitrici nella Grande Guerra, la martellante propaganda dei nazisti ebbe il “merito” di distorcere tanto la realtà da poter irretire un popolo intero, trasformando la menzogna in verità, disumanizzando tanto l'avversario- fosse politico, razziale, sociale- da convertirlo in un nemico dalla cui distruzione dipendeva il benessere della nazione come la propria stessa sopravvivenza.

 

Ora, fortunatamente un Goebbels non pare esserci tra lo stuolo di “bufalari” che riempiono il web di fake news ogni giorno, da Washington a Delhi, da Mosca a Londra, passando per le mestizie di casa nostra. Ma la pericolosità di vedersi affogati in un mare di falsità e manipolazioni, la caduta del limite accettabile per cui un politico può indisturbatamente, deliberatamente e senza conseguenze spargere una bugia, sono di fronte agli occhi di tutti. Basti “scrollare” l'home di qualche politico locale, anche con importanti ruoli istituzionali (articoli qui e qui), per rendersene conto- grazie anche alla sponda di qualche quotidiano, poco utile alla causa di una stampa libera, indipendente e (deontologicamente) responsabile.

 

Pensare che ogni uscita che fa scalpore, da uno “zingaraccia” ai “troppi neri in televisione”, dai maghrebini dell'omicidio Rega ai “pieni poteri” chiesti al popolo italiano, siano parte di una vastissima collezione di scivoloni non solo fa poca buona pubblicità all'intelligenza dei protagonisti delle uscite ma svilisce profondamente il senso di responsabilità stesso che dovrebbe rivestire ogni ruolo istituzionale. Aggiungerci pure i disegni nascosti di qualche oscura forza straniera, dai Soros al governo tedesco, o di qualche diabolico nemico interno, dai centri sociali ai “buonisti”, acuisce quell'inquietante sensazione di un passato che riaffiora.

 

È di qualche giorno fa la dichiarazione del ministro degli Interni in cui si richiedono i “pieni poteri” agli italiani, mettendo in ginocchio definitivamente un governo giallo-verde già piuttosto vacillante. Immediata è stata la reazione di giornali e social, dove s'è tracciato il parallelo con il “discorso del bivacco” di Mussolini del novembre '22, in cui il neo presidente del Consiglio rivendicò a sé i pieni poteri per guidare il Regno d'Italia fuori dalle difficoltà del lungo dopoguerra. Un'arringa conclusa con il “duce” del fascismo- c'è chi invoca la Madonna...- che s'appellava a Dio.

 

Che la crisi di governo avvenga proprio in questo periodo, quando a breve si celebrerà il 95o anniversario del ritrovamento del corpo di Matteotti, appare più una coincidenza che altro. E al di là dei forzati paragoni, sembra più utile evocare gli scenari del passato per tentare di comprendere le difficili circostanze che viviamo. Una domanda in particolare, mentre giornali e sondaggisti cercano di raccapezzarsi sugli scenari futuri a Palazzo Chigi, sorge spontanea: avremo o no una coalizione “all'Aventino” per opporsi ad un governo d'estrema destra?

 

Partiamo dalla premessa che l'Italia di adesso poco abbia a che fare con quella del 1922. La Lega non è certo il Pnf, Salvini avrà pure delle tendenze autoritarie ma non è il “maestro di Predappio”, e una cosa è certa, dei comunisti e della rivoluzione non se ne vede manco l'ombra. Ma se è vero che le differenze sono più delle analogie, possiamo convergere sul dato di fatto che la concezione politica della cosiddetta alt-right, di cui Salvini ne è illustre rappresentante, riverberi non poche caratteristiche proprie delle vecchie destre, tra cui l'idea che uno sia il capo, e che questi sia l'incarnazione della volontà del popolo. Così, la richiesta dei pieni poteri può essere vista in un'altra luce.

 

Viviamo in democrazia, e proprio in virtù della sua natura fragile, non possiamo non constatare come nel modello di governo del “capitano”, Parlamento, opposizione e pure alleati di governo appaiano fastidiosi contropoteri di cui si farebbe volentieri a meno. La ruspa emerge come metafora perfetta di un governo- diversamente da un'idea condivisa della democrazia- che comanda più che decide, schiacciando sotto i cingolati contestatori e marginali.

 

Le opposizioni, ora più che allora, appaiono povere di idee ma altrettanto delegittimate. C'è chi ha perso credito nell'anno di governo e chi l'ha perso negli anni precedenti, dilaniandosi in faide interne e perdendo il polso del Paese più profondo, nelle periferie e nelle province. L'incapacità di opporre una narrazione democratica convincente, di contrastare l'ondata montante della destra più radicale, di ritornare nelle strade e nelle piazze staccandosi dalle poltrone nelle stanze di potere, rendono la situazione più preoccupante, aprendo vaste praterie in cui l'aggressiva propaganda leghista conquista posizioni su posizioni.

 

A Weimar nel 1933 come a Roma nel 1922 fu la violenza fascista sostenuta e coperta da istituzioni e poteri economici a dare il potere ai dittatori. Fino che avremo argini istituzionali a ogni deriva autoritaria, la nostra democrazia sarà al sicuro. E chissà mai, viste la debolezza delle opposizioni, il dilagante astensionismo e la triste tendenza tutta italiana a decidere le sorti di un esecutivo in un'aula di tribunale più che in quelle del Parlamento, che non siano gli strascichi di qualche processo a rendere “resistibile”- per dirla a la Bertolt Brecht- l'ascesa del “capitano” milanese.

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