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Oggi nasceva Margaret Sanger paladina dell'equità erotica e inventrice della pillola. A Verona manifestazione contro l'aborto. Endrici: "Clima colpevolizzante"

Margaret Sanger nacque il 14 settembre 1879 e proprio oggi il Comitato no194 è sceso in piazza per l'abrogazione della legge che ha reso l'aborto legale in Italia. Camilla Endrici, autrice di "194, diciannove modi per dirlo": "Le donne pagano ancora lo scotto di un imperativo alla maternità"

Di Arianna Viesi - 14 settembre 2019 - 19:24

VERONA. Oggi pomeriggio, a Verona, il Comitato no194 ha organizzato un corteo "finalizzato alla promozione ed organizzazione di un referendum abrogativo della legge 194 che ha legalizzato l'aborto volontario in Italia". In marcia dalla stazione di Porta Nuova a piazza Bra anche contro l'esecutivo giallorosso che, come scrive Pietro Guerrini presidente del Comitato, non si curerà di "macellare sul piano legislativo ciò che rimane dei nostri valori sui temi della vita, della famiglia, dell’educazione e dell’identità religiosa nazionale". Dal 1978 – anno in cui la legge 194 è entrata in vigore – numerosi movimenti si sono schierati contro questo diritto. Nel mondo, ad oggi, sono ancora molti i paesi in cui questa pratica viene considerata – e, quindi, esercitata – illegalmente.

 

Caso vuole che la manifestazione cada proprio il giorno in cui si celebrano i 140 anni dalla nascita di Margaret Sanger: infermiera, scrittrice, attivista per i diritti riproduttivi ma, soprattutto, la donna cui dobbiamo l'invenzione della pillola.

 

Nata nel 1879 a Corning, e trasferitasi a New York con il marito, negli anni dieci del '900 lavorò come infermiera nei reparti di maternità di alcuni ospedali della città. Ebbe così modo di conoscere molte donne: donne segnate da numerose gravidanze; donne provate dalle conseguenze di aborti autoindotti, non di rado, mortali. Pare che un giorno Margaret abbia sentito una donna chiedere al medico di indicarle un modo per non rimanere nuovamente incinta in un contesto, è bene ricordarlo, in cui la contraccezione, di fatto, non esisteva e i mariti potevano esercitare ogni diritto sulle donne a prescindere dal loro consenso.

 

Gli ospedali in cui Margaret Sanger lavorava si trovavano in quartieri molto poveri. Anche per questo, lentamente, maturò in lei la convinzione che controllare le nascite (sopratutto per le classi più povere tra le quali frequentissime erano le morti durante il parto o nei primi anni di vita dei bambini) fosse una questione irrinunciabile. Per le donne e per la società tutta. Per capire quanto Margaret Sanger fosse avanti, molto più avanti del suo tempo – e, forse, per molti anche del nostro – basti pensare che nel 1912 pubblicò su un giornale socialista una serie di articoli dal titolo Le cose che tutte le ragazze dovrebbero sapere. Si parlava di attrazione sessuale, masturbazione, sesso, malattie veneree, gravidanza e parto. Accusata di oscenità, fu vittima di censura. Al di là delle questioni etiche e culturali, si pensava, infatti, che la contraccezione favorisse la promiscuità.

 

Continuò lo stesso a studiare il tema della contraccezione e iniziò a pubblicare una newsletter mensile dal titolo eloquente "Woman Rebel" in cui, per la prima volta, venne utilizzata l'espressione "controllo delle nascite". Nel primo numero, Sanger ne spiegò così il titolo: "Credo che la donna sia schiavizzata dal mondo, dalle convenzioni riguardo al sesso, dalla maternità e dall’esigenza di crescere i bambini". In un altro numero spiegò le circostanze in cui sarebbe stato bene usare metodi contraccettivi (in caso di malattie infettive o altre malattie, in caso di reddito troppo basso e via dicendo).

 

Per i suoi scritti, Margaret fu chiamata a comparire in tribunale. Si rifugiò allora in Inghilterra dove conobbe il medico Havelock Ellis. Margaret Sanger riteneva che l'uguaglianza erotica – cioè il diritto delle donne a provare piacere sessuale – fosse importante quanto l'uguaglianza politica. Poter gestire il proprio corpo era (ed è), in fondo, un atto politico. Forse il più rivoluzionario.

 

Tornata negli Stati Uniti qualche anno più tardi, aprì la cosiddetta "Sanger Clinic", la prima clinica statunitense in cui si fornivano informazioni sui contraccettivi (si offrivano, ad esempio, corsi alle donne sull'uso dei preservativi). Poco dopo, Sanger e la sua socia vennero arrestate. Margaret Sanger ottenne però una piccola vittoria: il giudice disse che lei, in quanto infermiera, non aveva il diritto di fornire indicazioni sui contraccettivi ma che un medico avrebbe potuto farlo.

 

Iniziarono così i suoi contatti con vari medici di tutto il paese per portare avanti la sua battaglia. Nel 1921 Sanger fondò l'America Birth Control League per fornire assistenza sanitaria alle donne anche (e soprattutto) in caso di interruzione volontaria di gravidanza.

 

La vera svolta arrivò, però, negli anni '50 quando Margaret si rivolse al biologo Gregory Pincus che aveva portato avanti numerose ricerche sugli ormoni femminili. Sanger gli chiese di inventare un nuovo metodo contraccettivo basandosi su questi presupposti – un metodo contraccettivo che fosse, possibilmente, in pillole. Qualche anno più tardi venne messa a punto la prima pillola anticoncezionale. 

 

Bene. Nello stesso giorno, 14 settembre, centoquarant'anni più tardi, uomini e donne scendono in piazza a Verona contro una legge, la 194,  "nel cui vigore - si legge sul portale del Comitato -  secondo i dati ministeriali ufficiali, sono stati soppressi 6 milioni di individui durante la loro gestazione".

 

Ne abbiamo parlato anche con Camilla Endrici autrice del libro "194, diciannove modi per dirlo" dove ha raccolto storie di donne che hanno deciso di abortire (QUI ARTICOLO). "La scelta del Comitato no194 - dice Camilla - è una scelta strumentale rispetto al cambio di governo e alla situazione politica attuale. La cosa che inquieta è il fatto che, ancora una volta, lo scontro politico, a due settimane dall'insediamento del nuovo governo, si giochi su tematiche che riguardano il corpo. Il corpo delle donne, non a caso. Nel nostro presente le donne pagano ancora lo scotto di un imperativo alla maternità. È un imperativo che, in modo consapevole o inconsapevole, tutte le donne sentono nel momento in cui decidono di  interrompere una gravidanza. Quello che emerge dalle parole delle donne è un senso di fallimento e di colpa", spiega Endrici riferendosi anche alle 19 storie che ha raccontato nel suo libro.

 

Quando le viene chiesto da dove arrivi quest'imperativo, più o meno conscio, che ciascuna donna si porta sulle spalle, risponde: "Da una parte c'è sicuramente il cattolicesimo che ricopre un ruolo importante. C'è però anche un retaggio genericamente sociale che ha un peso non indifferente. La condizione della donna non è ancora del tutto paritaria e la funzione riproduttiva è ancora considerata come prioritaria". I corpi delle donne, come già aveva capito Margaret Sanger più di un secolo fa, sono spesso luogo di controllo politico. "Ancora adesso - prosegue l'autrice trentina -. Basti pensare che i consultori si chiamano 'consultori familiari'. Sono stati previsti dalla legge 194 però, se ci si pensa, il nome 'consultorio familiare' ribadisce implicitamente il primato della famiglia, della riproduzione come asse della società".

 

"Un aspetto importante su cui riflettere è questo: il tema dell'aborto viene sempre considerato un tema femminile e, quindi, la condanna da parte di chi condanna è sempre una condanna della donna. Frasi come 'Poteva stare attenta' sono sempre declinate al femminile, e al singolare. È così nel sentire comune: è la donna che fa la scelta, è la donna che non è stata attenta". Le parole creano mondi. Questo vale anche (forse soprattutto) quando si parla di aborto. "Nel linguaggio con cui si raccontano le cose e nella rappresentazione culturale che se ne fa, l'aborto è sempre una cosa delle donne - certo, scelgono loro e riguarda il loro corpo -, ma quello che lo precede riguarda gli uomini e le donne in egual misura. Deve esserci un cambio di prospettiva. Io vengo contattata da donne, il pubblico presente alle mie presentazioni è al 95% femminile. L'aborto è un tema da donne. E questo è un problema".

 

Le parole creano mondi, dicevamo. Anche le parole delle donne. "Un esempio eloquente è questo: obiezione di coscienza. Nel sentire comune - completa Endrici - sembra qualcosa quasi di condivisibile: viene usato, ad esempio, per un soldato che si rifiuta di andare in guerra, per una persona con una morale solida, con cui è facile empatizzare. È bene ricordare che gli obiettori di coscienza molto spesso obiettano non per motivi etici ma di interesse personale. Lo dicono anche i ginecologi. L'obiezione di coscienza è, di fatto, 'un'obiezione di comodo'. Gli obiettori sono medici che si rifiutano di garantire alla donna l'accesso a un suo diritto. La stessa cosa succede con la pillola RU486 che è stata, negli anni, chiamata semplicemente 'pillola abortiva'. Un'espressione fuorviante che quasi 'indora la pillola'. Questa procedura farmacologica, in realtà, richiede l'ospedalizzazione, degli esami preventivi, causa molto dolore. Le parole creano mondi e, anche qui, c'è molta strada da fare".

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