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Spini di Gardolo: dopo la rivolta rimangono ancora diversi nodi irrisolti

La casa circondariale di Spini di Gardolo rimane ancora una struttura all’avanguardia ma secondo la garante dei diritti dei detenuti, Menghini: "Ancora molto può essere fatto in particolare su alcuni temi strategici che se migliorati potrebbero portare a un grande salto di qualità per le condizioni dei detenuti”

 

 

Di Tiziano Grottolo - 03 luglio 2019 - 15:08

TRENTO. È stata presentata oggi, alla presenza del presidente del Consiglio provinciale Walter Kaswalder, la relazione sulle attività del garante dei diritti dei detenuti per l’anno 2018. Ad illustrare i dati e le considerazioni la stessa dottoressa Antonia Menghini figura che ricopre questo ruolo da due anni e che ha raccolto gli apprezzamenti del Consiglio provinciale.

 

Le carceri italiane vivono da sempre una situazione di sovraffollamento cronica, circostanza per la quale l’Italia è stata perfino condannata dalla Corte di Strasburgo. Anche la casa circondariale di Spini di Gardolo non è esente da questa problematica.

 

“Dopo la rivolta del dicembre dello scorso anno la situazione è migliorata – spiega Menghini – ma bisogna tener conto dei massicci trasferimenti di detenuti di inizio anno, dal momento che alcune aree erano diventate inagibili”.

 

Attualmente nella casa circondariale di Spini di Gardolo vi sono 296 detenuti – ma la tendenza è in crescita spiega la garante dei diritti dei detenuti – e la popolazione carceraria di Trento sembra destinata ad attestarsi nuovamente attorno alle 350 unità al fronte di una capienza regolamentare di 241 posti.

 

Stesso discorso per quanto riguarda l’organico della polizia penitenziaria, anche qui si registrano dei miglioramenti, ma il numero di agenti oggi in servizio, 172, rimane al di sotto del numero ottimale che sarebbe di 214.

 

Dopo un cospicuo investimento economico l’istituto è tornato alla normalità e le aree danneggiate dalla rivolta, scoppiata dopo l’ennesimo suicidio di un detenuto, sono state rimesse in funzione e i lavori di riparazione ultimati.

 

Tra le misure introdotte per cercare di rendere più sopportabile la permanenza all’interno della struttura vi è quella dedicata al lavoro. Nel 2018 sono stati 312, fra detenuti e detenute, che hanno svolto una qualche forma di lavoro, generalmente si viene impiegati per 6 mesi con una turnazione bimestrale.

 

Il numero è in calo rispetto al 2017, questo perché si è scelto di aumentare le retribuzioni privilegiando la qualità piuttosto che la quantità. Ai lavori ausiliari alla struttura stessa si affiancano le attività messe in piedi dalle cooperative che offrono l’opportunità di essere assunti a tempo “indeterminato” ovvero per tutta la durata del periodo di carcerazione. Uniti ai corsi di formazione professionale questi impieghi offrono ai detenuti di maturare competenze spendibili nel mondo del lavoro una volta scontata la pena.

 

Altra misura molto apprezzata dai detenuti sono i corsi d’istruzione, nell’ultimo anno i corsi di alfabetizzazione sono stati frequentati da 187 persone, mentre gli iscritti ai corsi di scuola media e scuola superiore sono stati 113, per quelli della scuola estiva si è raggiunta la cifra di 162 individui. “Bisogna sapere – spiega sempre Menghini – che i giorni che precedono il Natale e il periodo estivo sono i più difficili da affrontare per i detenuti, con ricadute negative sull’umore e sulla serenità della persone”.

 

Nonostante i passi in avanti restano ancora molte le criticità segnalate anche dagli stessi detenuti, in particolare legate alla vita quotidiana, come trasferimenti e attività culturali, ricreative e sportive o ai colloqui e alla corrispondenza, oppure inerenti al lavoro.

 

Dopo i suicidio dei due giovani, avvenuti nel 2018, le istituzioni si sono concentrate su questo tema approvando il ‘Piano provinciale di prevenzione delle condotte suicidiarie nel sistema penitenziario’.

 

Altra tematica scottante è la cronica carenza di personale che afferma Menghini: “Si ripercuote su una contrazione dell’offerta trattamentale e dunque in una frustrazione del percorso rieducativo che dovrebbe caratterizzare il momento esecutivo della pena”. Oltre ai già citati numeri degli agenti sotto organico, si riscontrano carenze anche nell’area educativa, al fronte dei sei funzionari previsti, praticamente da sempre, sono attivi solo 3 operatori.

 

“Preferisco guardare a quanto di buono è stato fatto fino ora – sottolinea la garante dei diritti dei detenuti – ma è comunque necessario fare un salto di qualità ulteriore, diamo per acquisto quanto è stato fatto fino ad ora ma ci concentreremo su alcuni temi strategici che se migliorati porterebbero a un grande salto di qualità per le condizioni dei detenuti”.

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