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Una valigetta esplode alla stazione di Trento, 52 anni fa il capoluogo diventa spartiacque della strategia della tensione

Il 30 settembre 1967 scoppiava una valigetta uccidendo i poliziotti della ferroviaria Filippo Foti ed Edoardo Martini. L'attentato di Trento fu l'ultimo della stagione cominciata nel 1957, conclusa con 15 membri delle forze dell'ordine uccisi. La strategia della tensione, a questo punto, si concentrava contro il "pericolo rosso"

Di Davide Leveghi - 30 settembre 2019 - 21:04

TRENTO. L'arresto del nucleo primigenio del Befraiungsausschuss Südtirol, autore della spettacolare azione della “Notte dei fuochi” del 1961, segnò una svolta nella storia del terrorismo sudtirolese. Le bombe tacquero in sostanza per due anni, ma il silenzio preannunciava l'arrivo di una nuova tempesta.

 

Il preludio del cambiamento nei vertici dell'organizzazione, le cui redini passavano al di là del Brennero, si ebbe già nel luglio dello stesso 1961, quando un manipolo di studenti universitari tedeschi e austriaci si rese protagonista di una missione combinata in diverse stazioni ferroviarie italiane, da Rovereto a Verona, da Rimini a Roma, conclusa con esiti al limite del ridicolo – uno dei commando si fa esplodere accidentalmente le bottiglie incendiarie nell'auto su cui viaggiava. Ad orchestrare la Kinderkreuzzung, la “Crociata dei fanciulli”, era stato il professore dell'Ateneo enipontano Norbert Burger, pangermanista convinto e figura poco propensa ad accettare una soluzione politica della questione altoatesina.

 

Burger apriva, a partire dal 1963, la stagione delle stragi, precipitando la regione in una delle epoche più buie della sua storia, su cui tuttora permangono zone d'ombra non indifferenti rispetto al ruolo di contrasto al terrorismo da parte dello Stato italiano. Tra il settembre del 1964 e il settembre del 1967, sul terreno sarebbero rimasti ben 15 appartenenti alle forze dell'ordine, uccisi in attentati dinamitardi in caserma, ai tralicci e nelle stazioni, oltre che in sparatorie con gli Aktivisten.

 

Il 30 settembre di 52 anni fa anche Trento registrava le sue prime vittime. L'allora epicentro regionale – e la sua stazione in particolare - non era nuovo alle bombe, piazzate con lo scopo di separare le sue sorti da quelle della sorella settentrionale Bolzano, ma in quel giorno del 1967 accadde qualcosa su cui successivamente non si sarebbe mai fatto completamente luce.

 

Un treno proveniente da Monaco di Baviera e diretto a Roma faceva sosta nel centro trentino, quando due donne segnalarono alla polizia ferroviaria la presenza di una valigetta verde abbandonata sulla reticella di uno scompartimento. Un uomo, salito ad Innsbruck, l'aveva lasciata lì prima di scomparire.

 

Il brigadiere Filippo Foti e la guardia Edoardo Martini, mentre il treno stazionava ancora a Trento, presero la valigia e la portarono nella zona adibita allo scalo merci. Nel tentativo di aprirla avvenne l'esplosione, uccidendo i due poliziotti sul colpo, ma salvando d'altro lato quella delle centinaia di passeggeri del treno Alpen express.

 

 

I responsabili dell'attentato non si conobbero mai, nonostante i sospetti ricaduti su un neofascista italiano, Franco Freda, sollevati da un detenuto e riportati negli atti. “Dalla complessa e contraddittoria messe di elementi si evidenziano inquietanti spunti accusatori a carico del Freda, che però non cristallizzano in concreti elementi di colpevolezza che giustifichino la formale imputazione”, si legge invece nella sentenza con cui il giudice di Trento scagionava il militante di Ordine Nuovo, principale accusato, anni dopo, dell'organizzazione della strage di Piazza Fontana.

 

Il ping pong di bombe, azioni e minacce tra fautori radicali dell'autodeterminazione sudtirolese e sostenitori dell'appartenenza nazionale all'Italia combattono in questi anni battaglie senza esclusione di colpi. Mentre le trattative tra Roma, Bolzano e Vienna proseguono a singhiozzo, anche nelle aule di tribunale si contribuisce ad innalzare la colonnina del mercurio della tensione, distribuendo pene miti nei confronti dei “propri” terroristi, fossero gli irredentisti nelle aule austriache o i neofascisti autori di azioni di rappresaglia oltre confine in quelle italiane.

 

Per mezzo stampa Burger e le voci più influenti del Bas lanciano messaggi di escalation. Di contro, nelle piazze i membri più in vista, come l'ex capo della X Mas Junio Valerio Borghese, si lasciano andare a clamorose dichiarazioni, ignorate da Roma. In un comizio al cinema Bolzano, il leader neofascista affermava: “Se gli austriaci sapessero che per ogni bomba restituiremo dieci bombe, il terrorismo finirebbe”.

 

Trento segnò la fine della prima stagione del terrorismo in Alto Adige. La banda di Burger ammutoliva e per sentire i primi scoppi rilevanti si dovrà attendere il 1978. Da quel momento in poi, per dieci anni, bombe di segno opposto, rivendicate da sigle italiane e tedesche, sarebbero deflagrate provocando tanta seccatura e nessun morto.

 

Burger veniva arrestato per reati d'opinione, l'apparato politico-militare-terroristico che aveva imperversato in Alto Adige spariva. I vertici dei servizi segreti subirono peraltro importanti avvicendamenti, con l'allontanamento del generale De Lorenzo, destituito per le indagini affiorate sul tentato golpe del Piano Solo, mentre altre figure centrali dell'imminente “strategia della tensione” lasciano Bolzano per altri ruoli. La linea del fronte della guerra sotterranea combattuta dai servizi, difatti, scendeva verso il cuore del Paese, abbandonando la sua estrema frontiera settentrionale.

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