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Il "Giorno del Ricordo" di Addis Abeba: per non dimenticare quando gli italiani massacrarono 30mila etiopi in poche settimane

Pochi conoscono in Italia le pagine del colonialismo tricolore, ben presenti invece nelle memorie dei Paesi che ne patirono le violenze. In Etiopia il 19 febbraio è entrato nel calendario civile come il giorno delle commemorazioni delle stragi che seguirono l'attentato al vicerè Rodolfo Graziani nel 1937 e che lasciarono sul terreno quasi 30mila morti. Nel paese natale del "boia del Fezzan" Affile (Roma) gli hanno pure dedicato un mausoleo

Di Davide Leveghi - 24 febbraio 2020 - 19:33

TRENTO. “Tutti i nodi furono tagliati dalla nostra spada lucente e la vittoria africana resta nella storia della patria, integra e pura, come i legionari caduti e superstiti la sognavano e la volevano. L'Italia ha finalmente il suo impero, impero fascista, perché porta i segni indistruttibili della volontà e della potenza del littorio romano, perché questa è la meta verso la quale durante quattordici anni furono sollecitate le energie prorompenti e disciplinate delle giovani, gagliarde generazioni italiane. Impero di pace perché l'Italia vuole la pace per sé e per tutti e si decide alla guerra soltanto quando vi è forzata da imperiose, incoercibili necessità di vita. Impero di civiltà e umanità per tutte le popolazioni dell'Etiopia”.

 

È il 9 maggio 1936 quando, interrotto dagli scoppi della gioia popolare, il capo del fascismo Benito Mussolini annuncia dal balcone di palazzo Venezia la nascita dell'Impero italiano. La capitale dell'Etiopia, il più grande Stato africano fino allora rimasto libero dall'aggressione coloniale europea, assisteva infatti quattro giorni prima all'entrata senza colpo ferire del generale Pietro Badoglio. Caduta Addis Abeba, con l'imperatore Hailè Selassiè ormai in fuga, la propaganda fascista avvolgeva con le sue nubi tossiche una realtà ben più problematica.

 

Due terzi del Paese rimanevano infatti sotto il controllo delle truppe imperiali etiopi, mentre gli “arbegnuoc”, i partigiani, mantengono accesi alcuni focolai di rivolta. La stessa Addis Abeba permaneva minacciata, ma l'ubriacatura di Roma non aveva limiti. Badoglio, fiutate le difficoltà e impaziente di riscuotere i frutti della sua “impresa” - ottenuta ampiamente con mezzi proibiti dalle convenzioni internazionali - passava il testimone a Rodolfo Graziani, distintosi nella controguerriglia in Libia e nominato Maresciallo d'Italia.

 

Nella triplice carica di viceré, governatore generale e comandante superiore della truppa, su invito esplicito di Mussolini a utilizzare ampiamente i gasse ne riverseranno in questa fase 60 tonnellate, pari a 552 bombe caricate a iprite e fosgene - Graziani coronava l'istituzione dell' “impero di civiltà e umanità” concludendo in dieci mesi l'occupazione dell'intero Paese. Come scrisse lo storico Angelo Del Boca nel suo Italiani, brava gente? “l'Italia fascista aveva fatto un salto di qualità. Oramai non c'era consuetudine, legge, giudizio morale che la frenasse”.

 

La “meta verso la quale durante quattordici anni furono sollecitate le energie prorompenti e disciplinate delle giovani, gagliarde generazioni italiane” veniva raggiunta attraverso razzie, eccidi, incendi di villaggi e uso sistematico dei gas. La violenza, già ampiamente praticata nei confronti della popolazione civile, avrebbe però salito un ulteriore gradino d'intensità quando, una mattina del febbraio 1937, 8 bombe a mano venivano lanciate sulle autorità italiane e etiopi nel corso di una cerimonia, ferendo Graziani e altre 49 persone e uccidendone 7.

 

Introdotti nel palazzo del Piccolo Ghebì, due studenti di origine eritrea, Abraham Debotch e Mogus Asghedom, affacciandosi al balcone che dava sul cortile e sulla scalinata dove erano sistemate le autorità, lanciarono 8 bombe a mano Breda, seminando morte e scompiglio. Graziani veniva investito da 350 schegge, svariate autorità militari e civili rimanevano a loro volta colpite. Scampati alla cattura, i due partigiani avrebbero raggiunto i ribelli nel nord dell'Etiopia.

 

 

Ricoverato in ospedale, il Maresciallo d'Italia impartiva ordini perentori: “Non attribuisco al fatto una importanza maggiore di quella che ha, ma ritengo che esso debba segnare l'inizio di quel radicale repulisti assolutamente, a mio avviso, necessario nello Scioa”. La regione di Addis Abeba, chiamata appunto Scioa, si sarebbe così trasformata nel teatro di stragi che non avrebbero risparmiato nessuno, registrando dapprima una vera e propria “caccia al moro” di tre giorni - come riportato in diverse memorie del tempo – nella capitale dell'Africa Orientale Italiana e in violenze sommarie nel resto del territorio poi.

 

Il parapiglia creato dalle bombe trova l'immediata risposta dei soldati italiani, che rispondono agli scoppi aprendo indiscriminatamente il fuoco sulla folla. E' l'inizio della rappresaglia: squadre di camicie nere, ascari e di normali cittadini invadono i quartieri indigeni. Danno alle fiamme i tucul (le capanne) cospargendoli di benzina e uccidono a colpi di bomba gli abitanti che fuggono terrorizzati. Mentre la rappresaglia raggiunge picchi di barbarie, 4000 etiopici vengono avviati verso i campi di concentramento aperti sul territorio dagli italiani.

 

Tra le poche testimonianze rimaste, un'immagine fotografa l'orrore. Il cassone di un camion trabocca di lenzuola troppo corte per coprire i cadaveri. Braccia e gambe escono dagli stracci bianchi, restituiscono gli effetti delle violenze che attraversano la capitale dello Scioa. Si contano migliaia di morti, come indicato tra l'altro dalle stesse autorità italiane; a fine guerra il memorandum del governo etiope stimerà 30mila uccisi, mentre le cifre offerte dagli Alleati furono molto più caute. Lo storico britannico Ian Campbell arriverà a definire il numero di vittime delle violenze italiane e fasciste in 19mila unità, limitando la stima ai massacri immediatamente connessi all'attentato di Addis Abeba.

 

 

Graziani impartisce l'ordine di fermare le violenze solo a tre giorni dall'attentato. La preoccupazione maggiore è che si sollevi lo scandalo internazionale, i diplomatici stranieri sono infatti ancora presenti nella capitale etiope. Si diffonde così un volantino dei Fasci di combattimento di Addis Abeba per cessare “ogni e qualsiasi atto di rappresaglia”, ma se il bagno di sangue in città riceve il sigillo finale dalle autorità italiane, nel resto della regione l'opposizione potenziale degli etiopi viene repressa preventivamente con il fucile e le deportazioni verso l'Italia.

 

400 aristocratici vengono caricati sui piroscafi e deportati nel territorio metropolitano. Tra febbraio e maggio 1937 i soli carabinieri passano per le armi 2509 etiopi. Il conteggio delle uccisioni e dei processi sommari viene perfino svolto dalle stesse autorità, almeno in un primo momento. Le profezie di imminente fine del dominio italiano pronunciate da “cantastorie, indovini, stregoni, eremiti”, considerati da Graziani “tra i più pericolosi perturbatori dell'ordine pubblico”, ne determinano arresto e fucilazione. “Occorre insistere sino a che la situazione non sia radicalmente e definitivamente tranquilla”, esorta il Duce da Roma.

 

Nonostante l'autodenuncia aperta delle autorità fasciste, riscontrabile non solo nei documenti segreti, a fine guerra, quando la presenza italiana in Africa veniva praticamente annullata dalle sconfitte belliche e dai ritorni dei coloni, i tanti criminali di guerra richiesti per l'estradizione dal governo di Hailè Salassiè non trovarono alcun seguito. Nessun criminale di guerra italiano, su tutti Badoglio e Graziani, sarebbe stato punito. Le stragi nelle colonie e nei territori occupati avrebbero fatto lo stesso corso, relegate all'oblio.

 

Nella coscienza collettiva delle colonie, le violenze italiane erano però destinate a imprimere il loro indelebile marchio. È il dicembre 1955 quando ad Addis Abeba il maresciallo Tito sbarca per celebrare l'inaugurazione del monumento allo Yekatit 12, la data che nel calendario etiopico – equivalente al 19 febbraio – registrò il più grande massacro della storia etiope. I capi di Stato di due nazioni teatro della barbarie fascista e mai soddisfatte nelle loro richieste di processare i responsabili di crimini di guerra sul proprio territorio, scolpivano nella pietra una memoria che in Italia veniva completamente rimossa.

 

Quello di Addis Abeba non era che la faccia (coperta) della medaglia. Un mausoleo a Rodolfo Graziani veniva inaugurato nel 2012 nel paese natale di Affile, provocando di lì a breve un processo che avrebbe portato il sindaco Ercole Viri alla condanna per apologia del fascismo a otto mesi di reclusione.

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