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Quarant'anni fa moriva Josip Broz detto Tito, il leader jugoslavo che la leggenda vuole di origini trentine

Il 4 maggio 1980 moriva a Lubiana Josip Broz, al secolo Tito. Leader del più grande movimento resistenziale europeo, fondò la Federazione socialista delle Repubbliche jugoslave, staccandola dal controllo di Mosca e portandola a svolgere un ruolo di prestigio nel Movimento dei Paesi non allineati. Attorno alla sua figura nacque un mito, divenuto nostalgia dopo la morte. E tra le leggende che lo riguardano, una ha a che fare con un piccolo paesino di una valle trentina

Di Davide Leveghi - 04 maggio 2020 - 17:02

TRENTO. Era il 4 maggio 1980 quando nella capitale slovena Lubiana si spegnava il maresciallo Josip Broz, passato alla storia come Tito. Già tarlata da problematiche sociali e politiche, la federazione jugoslava - costruita dopo una sanguinosa guerra di Resistenza contro gli invasori italiani e tedeschi – a quel punto avrebbe retto per poco più di un decennio, precipitando i Balcani occidentali in lunghi e terribili conflitti.

 

Attorno alla figura di Tito sarebbe fiorito un mito, in patria e non solo, forgiato durante la lotta di liberazione e rafforzato nel consolidamento del potere, processo che avrebbe visto la Jugoslavia dapprima come baluardo a Ovest del mondo sovietico e, dal 1948, anno della rottura con il Cominform egemonizzato da Mosca, come Paese socialista non allineato e lanciato in un esperimento sociale e politico basato sul decentramento amministrativo, le liberalizzazioni e l'autogestione. Processo che inoltre avrebbe visto Belgrado tendere la mano all'Occidente, con un progressivo miglioramento dei rapporti anche con la vicina Italia e l'apertura ai turisti provenienti dal “mondo libero”.

 

Il suo percorso di vita cominciava il 7 maggio 1892 nel paesino di Kumrovec, al confine tra Slovenia e Croazia. “Nato da padre croato e madre slovena, Josip Broz, al secolo Tito, crebbe in un milieu in cui si incrociavano lingue e culture diverse – spiega lo storico Marco Abram, studioso del socialismo jugoslavo e redattore dell'Osservatorio Balcani e Caucaso - proveniva da una famiglia contadina, povera. La sua vita subì il primo importante cambiamento con la Grande Guerra, quando catturato sul fronte orientale, vivrà la prigionia e la conoscenza della Rivoluzione d'Ottobre. Tornato in patria aderì così al Partito comunista jugoslavo, una formazione piccola e sin da subito resa fuori legge nella Jugoslavia autoritaria degli anni '30”.

 

“La sua parabola in questo momento è anonima – continua – passa per il carcere, emigra, ma grazie alle purghe staliniane che eliminano i vertici del piccolo partito comunista jugoslavo arriverà alla sua guida. È la Seconda guerra mondiale, poi, che ne cambia definitivamente il percorso, segnandone il prestigio. Tito è a capo del movimento di resistenza forse più efficace e più ampio d'Europa, che riesce a liberare il territorio jugoslavo senza quasi bisogno dell'intervento dell'Armata Rossa. Così, assieme al suo entourage, riesce a raggiungere il potere il Jugoslavia, mantenendo il Paese saldamente nelle sue mani, non risparmiando metodi repressivi contro ogni forma di opposizione”.

 

A prezzo di migliaia di morti, il movimento partigiano jugoslavo ha sconfitto gli occupanti nazisti e i diversi movimenti nazionalisti che collaborano con le forze occupanti (anche con gli italiani, autori sotto il generale Mario Roatta, fino al 1943, di numerose atrocità nei confronti della popolazione civile, particolarmente in Bosnia e Montenegro), su tutti gli Ustascia croati di Ante Pavelić, riuscendo, in una corsa contro il tempo, a raggiungere Trieste prima degli angloamericani. Nella città giuliana, Tito voleva costituire un'altra delle repubbliche che avrebbero formato la federazione, ma l'opposizione dell'Italia e la scelta degli Alleati di non creare un motivo di risentimento nazionalista a Roma, portò alla fine, dopo quasi un decennio di gestione internazionale, alla restituzione di Trieste all'Italia (1954). I confini tra Italia e Jugoslavia, invece, sarebbero stati definiti solo nel 1975 con il Trattato di Osimo.

 

“La repubblica socialista a cui diede vita Tito guarda in un primo momento a Mosca. Egli è il principale allievo di Stalin. Nel 1948 avviene però un fatto che segna le sorti del Paese e del suo stesso leader. Le tensioni tra Stalin, che vuole consolidare il blocco sovietico, e Tito e la dirigenza jugoslava, porta alla rottura. Tito è ambizioso, punta a svolgere un ruolo di guida nei Balcani. Come fatto durante la Seconda guerra mondiale mostra tutto il suo coraggio opponendosi a Stalin e così la mitologia attorno alla sua figura cresce. Godeva di grande credito in Jugoslavia dopo la vittoria della guerra”.

 

“La Jugoslavia comincia così un percorso particolare, con una certa liberalizzazione, il decentramento, l'autogestione. Ma in un elemento in particolare Tito ci tiene a brillare e dimostra tutto il suo protagonismo: la politica estera. Tra gli animatori del Movimento dei non allineati, Tito aumenta il peso politico internazionale del Paese, riesce in qualcosa che nessuno proveniente da quella parte del mondo era riuscito a fare. Così acquista grande potere il patria e fuori, giocando al tempo stesso un ruolo di equilibrio tra le diverse componenti che spingono nel Paese per un maggiore centralismo di tipo sovietico e un decentramento amministrativo, che alla fine conquista anche il consenso dello stesso Tito. La morte nel 1980, a questo punto, lascia un enorme punto di domanda”.

 

Un punto di domanda riguardante le sorti del Paese. È comune sentire che la morte del maresciallo Tito abbia segnato le sorti della Jugoslavia federale e socialista, ma un'interpretazione del genere appare una semplificazione che poco ha a che spartire con una seria e problematica analisi storica. “Bisogna ricordare che passano più di 10 anni per l'inizio della guerra e dieci per la dissoluzione. Non bisogna sopravvalutare la scomparsa di Tito e va evitata ogni forma di determinismo – continua Abram – come sempre in storia c'è una multicausalità: l'elemento nazionale sarà sì determinante per lo scoppio della guerra ma l'idea che la Jugoslavia fosse una polveriera pronta a esplodere è stata fortunatamente superata. Ci sono questioni economiche, una crisi sociale che già si sviluppa dalla fine degli anni '70 e che vede uno scollamento tra il quadro ideologico di un socialismo egualitario e la realtà di sempre maggiore diseguaglianza. La crisi economica degli anni '80 incide notevolmente”.

 

Lo stesso decentramento, esperimento affascinante e originale, contiene in sé i germi della dissoluzione, giustapponendo delle repubbliche nazionali che finiranno col tempo per negare i diritti alle proprie minoranze, in un territorio dal punto di vista etnico estremamente variegato. “C'è poi grande varietà dei contesti – spiega il ricercatore di Obct – cambiano i gradi di libertà e di repressione a seconda delle repubbliche, ma un elemento comune c'è tra tutti i gruppi di potere che si ricicleranno con il nazionalismo”.

 

Morto il leader che aveva guidato il Paese nell'epopea resistenziale e nel posizionamento della Jugoslavia sullo scacchiere internazionale, quello stesso mito nato in vita prolungherà le sue ombre, coinvolgendo diverse generazioni. “Più che di mito è bene parlare della nostalgia che si sviluppa a diversi livelli spiegazione e che si evolve nel tempo e nei contesti. Va considerato che quelle degli anni '90 sono guerre terribili, e questo rafforza la nostalgia verso un passato di pace. C'è nostalgia verso ciò che la Jugoslavia è stata concretamente, un Paese in cui si è registrato un miglioramento della qualità di vita, con un certo livello di sicurezza sociale e delle aperture verso Occidente. La politica estera, poi, è decisiva. Tito garantì ai cittadini jugoslavi un passaporto con cui si poteva viaggiare in tutto il mondo, e la nostalgia, di fronte agli Stati chiusi nati negli anni '90, da questo punto di vista è comprensibile”.

 

Dei luoghi concentrano maggiormente il mito di Tito, da Kumrovec, paesino natale che si è riconvertito in un luogo della nostalgia dell'epoca titina, alla Casa dei Fiori di Belgrado, dove il maresciallo è sepolto e dove centinaia di nostaligici si riuniscono ogni 25 maggio, giorno del “compleanno” di Tito, per celebrarlo. Vi è poi, fatto piuttosto curioso, un piccolo paesino d'una stretta e aspra valle trentina, la Vallarsa, da cui nei secoli scorsi partirono molti emigranti alla ricerca di fortuna e per scappare alla fame.

 

E' una leggenda, quella delle origini della famiglia di Tito, che gira da parecchi anni e che probabilmente già dopo la Seconda guerra mondiale, quando Tito acquistò fama internazionale, iniziò a formarsi. È negli anni '80 però che la storia della provenienza della famiglia di Tito dalla Vallarsa si è diffusa. È una storia che affonda nella vicenda dell'emigrazione dalle valli trentine, durante l'Impero austro-ungarico, verso Est. I fratelli Giuseppe e Ferdinando Broz, provenienti da Obra, in Vallarsa, si dice fossero emigrati in Crozia per lavorare nella costruzione della ferrovia che andava a Sarajevo. E questo è verosimile, molti furono i trentini che si trasferirono in Bosnia ad esempio”.

 

Ciò che risulta più difficile è trovare i legami tra Giuseppe Broz, che qualcuno considera il padre di Tito, e lo stesso. Ci sono pubblicazioni locali, ma non prove certe. La leggenda si codifica negli anni '80, finisce anche nella bocca di Flaminio Piccoli. Ma l'albero genealogica costruito in Jugoslavia non coincide. Ciò che è interessante – conclude Abram – è più che la verosimiglianza della storia la creazione della leggenda. Essa fa infatti ragionare sul ruolo svolto dal trauma dell'emigrazione per una comunità come quella della Vallarsa. È poi curioso che mentre nel resto del Paese Tito era stato visto come una figura dispotica, per una valle trentina si fosse invece trasformato in un motivo di vanto”.

 

In occasione della morte, l'Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa ha creato un percorso multimediale in cui è possibile consultare una serie di approfondimenti su questa figura molto importante del '900

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