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Una "canéva" che custodisce il prezioso Vino Santo trentino, a Padergnone arriva una speciale Casa Caveau

Una Casa Caveau incastonata nel cuore del borgo di Padergnone, dove l’Ecomuseo della Valle dei Laghi ha portato a termine l’iter della progettazione. ‘Xantos’ erano chiamati i vini che anticamente giungevano sulle Alpi, tramite navi veneziane, dalle isole greche, Santorini su tutte

Di Nereo Pederzolli - 15 febbraio 2020 - 16:02

VALLELAGHI. Giù, nei meandri dove un tempo i contadini cercavano sollievo sfidando il tempo con il vino più impossibile: il vino santo. Quello che nasce dalla caparbietà dei vignaioli più preparati, dall’intuizione enologica che ‘mescola’ il rito con il mito. Una profonda, oscura, per certi versi misteriosa ‘caneva’ che da ieri ospita un micro tempio dedicato al ‘passito dei passiti’.

 

Quel vino d’oro vanto speciale di una comunità rurale baciata dall’Ora del Garda, il vento che carezza i vigneti, tempra i grappoli spargoli di Nosiola e consente la pigiatura dei chicchi nei giorni della Pasqua, appunto per dare il via alla fascinosa nascita del Vino Santo Trentino.

 

Una Casa Caveau davvero incastonata nel cuore del borgo di Padergnone. Dove l’Ecomuseo della Valle dei Laghi ha portato a termine l’iter della progettazione, tra confronti con gli operatori economici della zona e soprattutto con i viticoltori, le aziende e le cantine locali impegnate nella tutela dei questo autentica rarità.

 

Vino Santo emblema di un territorio, un nettare che deve coinvolgere in promozioni agronomiche, in stimoli per un nuovo modo d’interpretare il turismo rurale. Lo hanno ribadito tutti i relatori intervenuti al taglio del nastro, tra sperticati elogi ai ‘custodi della vite’ e a quanti ancora difendono l’antica pratica dell’appassimento delle uve destinate a ‘rinascere’ per consentire sublimi sorsi di piacere.

 

 

Una Casa Caveau con mirati obiettivi, anzitutto culturali oltre che promozionali. La ‘location’ è suggestiva anche se l’accessibilità forse deve essere ritoccata. Evoca la profondità del sito dove i contadini – dopo la pigiatura - custodivano la loro ebbrezza alcolica. Una ripida scalinata conduce agli avvolti in pietra, arredo minimale, l’immancabile proiezione video, il bancone per le degustazioni, l’elenco dei principali (ma non tutti) produttori che hanno aderito al progetto. E tanto entusiasmo.

 

Vino Santo come toccasana per una promozione territoriale? L’obiettivo è proprio questo: rendere attrattivo un ambito che per troppo tempo è stato alle prese con qualche campanilismo di troppo. Per ottimizzare il futuro sono scesi in campo numerosi soggetti, politici e turistici, Apt di Trento in primis. Adesso la Casa Caveau è pronta. Ad ospitare i turisti più attenti, ad accogliere quanti vorranno degustare il nettare della casa, un calice prezioso, non meno di 5 euro per sorsi da meditazione.

 

Valorizzando un vino che affonda nella storia della cultura enologicaDolce per antonomasia, e dunque indiscutibilmente buono. Del resto ha dalla sua parte anche il rafforzativo ‘santo’. Che non è una definizione di poco conto. D’accordo, probabilmente in Trentino è ‘santo’ siccome le uve che lo generano sono pigiate la settimana santa, poche ore prima della Pasqua. ‘Xantos’ erano chiamati però i vini che anticamente giungevano sulle Alpi – tramite navi veneziane dalle isole greche, Santorini su tutte; vini dolci, preziosi, forti nel grado alcolico, nella mielosa consistenza, spessi e – diciamolo pure – quasi sempre scissi nel rapporto sapore/aroma, ma lo stesso esclusivi, esotici, insoliti perché da uve lontane di grappoli maturati nel torrido caldo mediterraneo.

 

Citazioni enoiche s’intrecciano anche con l’evoluzione della Storia della Chiesa in età bizantina. Con il ruolo del Cardinal Bessarione, umanista tra i più autorevoli, la caduta di Costantinopoli nel 1453 e il salvataggio di opere culturali che mai sarebbero giunte in Occidente. Vini compresi, che Venezia diffuse nei territori bagnati dall’Adriatico, ma pure verso le sorgenti dei fiumi che sfociavano nell’ampio Golfo della Serenissima. Probabilmente anche tra le Dolomiti, nella Conca verso il Garda, baciata dall’Ora, la brezza che consente la rinascita dell’uva fatta appassire.

 

 

In uno scambio d’informazioni – e di culture del gusto – arrivate anche a Trento, per il Concilio. Poi s’è intuito che il vino dolce si poteva ottenere anche da viti nostrane, coltivate in determinate zone, colture basate su culture specifiche, saperi contadini, intuizioni tra torchi, tini e botti, i graticci (arèle) dove si mettono le uve Nosiola ad attendere la pigiatura pasquale, l’interpretazione dell’andamento stagionale. Stimoli ora da recuperare nella Casa Caveau di Padergnone.

 

 

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