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Vecchia, individualista e paurosa: il direttore del Censis presenta "l'Italia del rancore"

Il gruppo consiliare del Patt organizza per mercoledì 15 gennaio 2020 un incontro in compagnia del direttore del Censis Massimiliano Valerii. Un'occasione per riflettere attraverso i dati sulle trasformazioni della società italiana, approdata nell' "epoca del rancore"

Di Davide Leveghi - 13 gennaio 2020 - 17:13

TRENTO. In tempi mesti come quello che stiamo vivendo, di fronte alle paure scatenate sui social, alimentate da una retorica isterica e da una politica poco attenta al lungo periodo e molto più concentrata sugli immediati consensi elettorali, sentire parlare di speranza assomiglia a una beffarda presa in giro. Eppure Massimiliano Valerii, direttore del Censisprestigioso istituto di ricerca socio-economica autore ogni anno di un rapporto annuale sulla società italiana – è sicuro: per costruirsi un futuro migliore serva un pensiero forte legato alla speranza.

 

Protagonista di un incontro organizzato dal gruppo consiliare del Patt per mercoledì 15 gennaio 2020 alle 20 al Muse di Trento, Valerii, oltre che responsabile della curatela del rapporto annuale Censis è anche autore di un volume nato proprio dalla sua attività alla guida dell'istituto di ricerca. La notte di un'epoca: contro la società del rancore, partendo dai dati ricostruisce il quadro di una società italiana disillusa e scoraggiata, dove la parola investimento latita non solo nella sua prospettiva economica ma soprattutto nelle sue ricadute sociali.

 

 

 

 

Il soggetto più debole e colpito, di conseguenza, non possono che essere i giovani – protagonisti delle epoche più gloriose della storia nazionale recente, la ricostruzione e il boom economico. Costretti a emigrare, divenuti sempre più marginali dal punto di vista elettorale oltre che irrilevanti dal punto di vista numerico, non sono in grado di esprimere un proprio movimento politico, di far giungere le loro istanze alle lontane stanze del potere. È una società sempre più vecchia, dunque, quella che emerge dalle ricerche Censis.

 

Una società vecchia e gerontocratica, dove i giovani svolgono un ruolo irrilevante, dove le famiglie rinviano sempre più in avanti la nascita dei figli, dove la parola futuro non provoca più sentimenti positivi e speranzosi, ma preoccupazioni e frustrazioni.

 

Le trappole della paura e della nostalgia impediscono agli italiani di guardare al futuro con ottimismo. Nell'Italia del 2020, dice Valerii, nessuno si sarebbe atteso di dover affrontare la crisi delle 3 grandi narrazioni post-ideologiche scaturite a conclusione della Guerra Fredda e all'affacciarsi del nuovo millennio. In primis l'Europa, un sogno naufragato nella crisi economica, nella burocrazia e nel Mediterraneo, matrigna e non madre di decisioni imposte dall'alto e subite passivamente.

 

In secondo luogo la globalizzazione. Sfrenata, incontrollata e devastante, essa non si è avverata, come nei racconti dei suoi sostenitori di inizio millennio, in un complessivo arricchimento globale, ma ha semmai approfondito i divari economici e sociali, scavandone di nuovi, travolgendo interi comparti economici, tracciando nuove diseguaglianze.

 

Infine la rete. Lungi dall'essere democratico, il web si è svelato essere un universo distorto, in cui manipolazione delle notizie e controllo sulle persone trionfano indisturbate. Individualizzazione e dis-intermediazione sono i prodotti di uno scenario dei media incapace di produrre immaginario collettivo e imperniato sul solo individuo.

 

E la politica? Risponde con uno sguardo a breve termine. Miope, fragile, sconnessa dalla realtà, gioca sulla paura senza proporre un progetto forte di futuro. Punta al consenso immediato, ipotecando la società del futuro. I dati sono desolanti, ma proprio attraverso questi Valerii cercherà di dialogare, perché solo attraverso uno sguardo critico e forte sul presente si potrà costruire il futuro del Paese.

 

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