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Belluno
05 agosto | 18:33

C’è futuro per la montagna? Il racconto di un giovane che è tornato e prova a fare politica per il territorio: “Dobbiamo essere più pragmatici che sognatori”

Intervista a Mattia Baldovin, consigliere delegato alle politiche giovanili a Pieve di Cadore: la necessità di collaborazione tra pubblico e privato, l’idea di una cittadella scolastica e la mancanza, in passato come oggi, di strategia e governance. “Il Cadore - racconta a il Dolomiti - deve aprirsi a progettazione e innovazione"

PIEVE DI CADORE. “Mi piacerebbe ascoltare i genitori, le loro perplessità per il futuro dei figli, e discutere con i giovani delle loro aspettative: se la politica non è un ponte verso le persone, cos’altro dovrebbe fare? Dobbiamo edificare collegamenti e il dialogo è il primo passo. Per me si potrebbe anche stendere un foglio bianco su un tavolo in cui ognuno, dai bambini agli anziani, scrive la propria idea per il territorio perché è questa la strategia vincente per la montagna”.

 

Parla con passione, non senza un po’ di amarezza, Mattia Baldovin, consigliere delegato alle politiche giovanili a Pieve di Cadore. Lo abbiamo incontrato in un periodo in cui, per le terre alte bellunesi, ai consueti problemi si sono aggiunti numerosi disagi legati a cantieri infiniti, frane, viabilità in crisi, e le Olimpiadi, delle quali si faticano a vedere i benefici per il territorio. Baldovin è uno dei (pochi) giovani tornati tra le sue montagne, dopo anni passati altrove per lavoro. Ha creato la Consulta giovani Cadore ed è poi entrato in amministrazione chiedendo la delega alle politiche giovanili. “Credo sia importante puntare sulle nuove generazioni - racconta a il Dolomiti - intese non come una fascia di età, ma come coloro che hanno tutto da giocarsi e tutto da perdere, chi vuole aprire un’azienda, costruire una famiglia, sistemare una casa. Quando sono tornato, mi sono reso conto che serviva forzare la mano affinché potessero avere voce in capitolo, ma ci vuole tempo e soprattutto vedere chi c’è dall’altra parte che ti ascolta”.

 

Dove sta andando oggi il Bellunese? “Quando vedo che si continua a puntare sui piccoli traguardi dei singoli Comuni penso si tratti di traguardi personali piuttosto che del progetto di un’area. Se facessimo una fotografia dall’alto, vedremmo una frammentazione e spesso una disparità impressionanti. Perciò dobbiamo essere più pragmatici che sognatori: continuare a vedere il Cadore e le montagne bellunesi solo a livello paesaggistico è bello, ma per viverci servono strategia e governance, che sono mancate in passato e che mancano ancora oggi”.

 

C’è una possibilità di cambiamento? “Anzitutto dovremmo creare un piano di welfare sociale importante, con una collaborazione reale tra pubblico, privato e cittadini. Abbiamo diverse grandi aziende che potrebbero essere un aggancio per sviluppare una pianificazione strategica: il Cadore non può restare marginale ma deve aprirsi alle richieste del mondo del lavoro, alla formazione e all’accoglienza, perché non è mantenendo una cartolina del passato che si può far venire la gente a vivere qui”.

 

Servono quindi, neanche a dirlo, servizi, scuole, viabilità: una provincia su misura per le famiglie, come Baldovin definisce Belluno, ha bisogno di autodeterminarsi se vuole competere. Magari, secondo il consigliere, partendo da una cittadella scolastica: individuare un’area strategica in Cadore dove convogliare il mondo dei giovani, quindi studi, mensa, servizi di trasporto. “Quello che mi fa rabbia - prosegue - è che spesso si punta il dito contro l’immobilismo dei giovani, dicendo che devono fare sacrifici e impegnarsi: è vero, ma ricordo che stiamo lavorando sui cocci delle vecchie generazioni. Serve un’assunzione di responsabilità che dia ai giovani l’ambizione di un futuro e che offra da parte di chi ci è già passato ascolto e fiducia. L’idea di una cittadella scolastica nasce perché è paradossale pensare che in futuro ogni comune avrà la sua scuola: perciò c’è bisogno di autodeterminazione e di sedersi attorno a un tavolo provinciale per organizzare un territorio che, al momento, sembra piuttosto aspettare l’inevitabile”.

 

Gli ultimi dati attestano un saldo migratorio costantemente negativo dei giovani bellunesi. Che fare? “Chiamiamoli, sentiamo come funzionano le cose dove sono loro e poi cerchiamo di capire cosa si può applicare qui. Bisogna diversificare, perché ad oggi l’impatto che un’azienda ha sul territorio non è solo nel capannone e nello stipendio, ma è sociale, nel valore che crea. E lo fa diversificando: sembra invece che si preferisca restare in una zona di ‘s-comfort’ ma conosciuta piuttosto che aprirci a nuove occasioni, altrimenti non si spiega perché un territorio continua a constatare la drammaticità della situazione ma resta immobile”.

 

Conclude allora con un messaggio ai giovani: “Buttatevi in politica, nell’associazionismo, e non abbiate paura. Ho fiducia nei giovani che protestano perché vuol dire che c’è voglia di cambiare, ma dall’altro lato devono essere ascoltati e le idee anche più strampalate accettate. Mi piacerebbe vedere un Cadore che si apre a progettazione, innovazione, che crea reti con aziende e università: non posso accettare che un territorio accetti di non provare a investire su se stesso”.

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