La confusione dei ruoli e i rapporti tra politica e sistema economico, le riflessioni di Albino Leonardi
Pubblichiamo un contributo del commercialista Albino Leonardi

TRENTO. I rapporti tra politica e sistema economico. Un contributo, sotto in forma integrale, del commercialista Albino Leonardi che propone una riflessione in questa fase finale della campagna elettorale e con ormai le provinciali alle porte.
LA LETTERA DI ALBINO LEONARDI
Può essere sia io a peccare di pessimismo. Mi sembra però che il clima di stagnazione, o di lenta crescita, che si profila all’orizzonte con il deleterio cocktail di prezzi delle materie in ascesa e regimi di produzione stagnanti, non sia - neanche lontanamente - percepito nel dibattito che precede la tornata elettorale del 22 ottobre.
Salvo rarissime eccezioni, ad esso si è infatti sostituita una “sottomarca” della propaganda governativa, lusingatrice di aspirazioni economiche e sociali, che andranno con ogni probabilità deluse.
E’ anche questo il sintomo del degrado culturale del Paese, cui purtroppo non è rimasta immune la nostra Provincia - “diligentemente” accodatasi alle spinte centralistiche, spacciando come “influenza sui Ministeri-chiave” quello che in realtà è un regime di sottomissione.
Di tutto abbiamo bisogno tranne che di un ulteriore quinquennio “a vuoto” per la progettualità politica di medio-lungo periodo. Perché tra cinque anni non avremo più alibi per sostenere quella che, con il tempo, sta diventando “l’immaginaria diversità”, che ha sostenuto l’Autonomia e ci ha permesso -finora - di mettere in circolo enormi risorse.
È opinione diffusa, oltreché confermata dai dati, la sensazione di stasi dell’economia. Meno condivisa è la spiegazione del ristagno, e del perché le autorità non siano in grado di stimolarla. Il nocciolo della questione è che tutti – il Governo a tutti i livelli, le imprese, le famiglie – dipendiamo dai mercati finanziari, ma nessuno è in grado di incidere su di essi. Ci si trincera così dietro formule stantie, che non portano nessun risultato (se non qualche decimale di consenso: per cosa farne cosa, poi, non è chiaro).
Il fatto è che il benessere raggiunto ha gravemente ridotto l’offerta potenziale. Se non può indebitarsi ulteriormente, l’unica strada per aumentare la domanda interna è produrre di più. Il problema è che questo passa per una drastica riduzione dei costi di produzione (un modo elegante per individuare un insieme di: infrastrutture fatiscenti, burocrazia asfissiante, accesso al credito inesistente) e la presenza di strutture sociali disponibili a sacrifici per migliorare la propria condizione. Presupposti di cui nessuno si sta prendendo cura, che erano diffusi orizzontalmente degli anni ’50-’60, e che ora sono presenti solo in poche cellule della nostra società. A distruggere le ambizioni non è stata la crisi, ma il mix di prosperità raggiunta e modesta quantità di lavoro e abnegazione che siamo disposti a mettere in campo.
Corollario, e al momento stesso concausa, di questo stato, una imbarazzante confusione dei ruoli, ben rappresentata da una foto questo senso iconica, pubblicata qualche giorno fa: cosa ci faceva il rappresentante di un ente controllore ed istituzionalmente terzo, come la Banca d’Italia (Maurizio Silvi), ad un incontro tra aspiranti consiglieri provinciali (tra l’altro dello stesso partito) ed alcuni rappresentanti dei salotti/tinelli dell’economia trentina? Guido Carli, che da Governatore della Banca d’Italia ha frequentato a lungo il Trentino - non quello dei salotti, ma quello dei rifugi alpini e delle malghe - si rivolterebbe nella tomba.
Albino Leonardi


















