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Il 75% degli italiani non si fida degli altri. Crescono pulsioni antidemocratiche, il 48% è favorevole all’uomo forte al potere

Welfare pubblico in crisi e rottura dell’ascensore sociale mettono in ansia i cittadini: così solo il 14% di loro guarda al futuro con ottimismo, mentre il sentimento dominante diventa l’incertezza che affligge ben il 69% degli italiani

Di Tiziano Grottolo - 07 dicembre 2019 - 18:06

TRENTO. In questi giorni è stato presentato il 53° Rapporto Censis sulla situazione sociale dell’Italia, in particolare dal capitolo che analizza la società italiana al 2019, emerge un quadro del paese a tinte fosche. “Dopo essere sfuggiti a fatica dal mulinello della crisi – affermano i ricercatori – adesso è l’incertezza lo stato d’animo con cui il 69% degli italiani guarda al futuro, mentre il 17% è pessimista e solo il 14% si dice ottimista”.

 

Secondo i ricercatori tra i fattori scatenanti ci sono sicuramente il welfare pubblico in crisi di sostenibilità finanziaria, tendenza confermata dal fatto che sempre più persone investono risorse in strumenti privati di autotutela, ma anche la rottura del così detto ascensore sociale, con la conseguente ansia provocata da un possibile declassamento sociale.

 

Oggi infatti, il 69% degli italiani è convinto che la mobilità sociale è bloccata, al contempo il 63% degli operai crede che in futuro resterà fermo nella condizione socio-economica attuale, perché è difficile salire nella scala sociale. Il 64% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme invece la scivolata in basso.

 

Gli italiani hanno dovuto rinunciare perfino ai due pilastri storici della sicurezza familiare, il mattone e i Bot, di fronte a un mercato immobiliare senza più le garanzie di rivalutazione di una volta e a titoli di Stato dai rendimenti infinitesimali. Dal 2011 la ricchezza immobiliare delle famiglie ha subito una decurtazione del 12,6% in termini reali. E il 61% degli italiani non comprerebbe più i Bot, visti i rendimenti microscopici.

 

Basse aspettative anche per quanto riguarda la crescita economica: secondo il 74% degli intervistati nei prossimi anni l’economia continuerà a oscillare tra mini-crescita e stagnazione, e il 26% è sicuro che è in arrivo una nuova recessione. Per tentare di contrastare questi fattori gli italiani hanno quindi messo in campo stratagemmi individuali per difendersi dalla scomparsa del futuro, in una solitaria difesa di sé stessi, in assenza di grandi strategie da generali d’armata, visto e considerato il desolante panorama politico incapace di dare risposte o delle prospettive.

 

Il Censis parla di una “formidabile resilienza opportunistica” con l’attivazione di processi di difesa spontanei degli interessi personali come: parsimonia nei consumi, contante accumulato in chiave difensiva e perfino il “nero di sopravvivenza”. Questi stratagemmi spiegano il +33,6% di contante e depositi bancari nel decennio 2008-2018 (contro il -0,4% delle attività finanziarie complessive delle famiglie), segno questo di un legame profondo con il contante che rinvia alle sue valenze psicologiche, oltre che funzionali.

 

Queste preoccupazioni però presentano un conto da pagare: lo stress esistenziale, “logorante perché riguarda il rapporto di ciascuno con il proprio futuro”, si manifesta con sintomi evidenti in una sorta di sindrome da stress post-traumatico. Nel corso dell’anno il 74% degli italiani si è sentito molto stressato per questioni familiari, per il lavoro o senza un motivo preciso. Nel giro di tre anni (2015-2018) il consumo di ansiolitici e sedativi (misurato in dosi giornaliere per 1.000 abitanti) è aumentato del 23% e gli utilizzatori sono ormai 4,4 milioni (800.000 di più di tre anni fa). Disillusione, stress esistenziale e ansia originano un virus che si annida nelle pieghe della società: la sfiducia. Il 75% degli italiani non si fida più degli altri, il 49% ha subito nel corso dell’anno una prepotenza in un luogo pubblico (insulti, spintoni), il 44% si sente insicuro nelle vie che frequenta abitualmente, il 26% ha litigato con qualcuno per strada.

 

L’altra faccia della medaglia di questa sfiducia sono le pulsioni antidemocratiche: oggi solo il 19% degli italiani parla frequentemente di politica quando si incontra, il 76% non ha fiducia nei partiti (e la percentuale sale all’81% tra gli operai e all’89% tra i disoccupati). Il 58% degli operai e il 55% dei disoccupati sono scontenti di come funziona la democrazia in Italia. “Questi sono i segnali dello smottamento del consenso, che coinvolge soprattutto la parte bassa della scala sociale – spiegano i ricercatori – così si apre la strada a tensioni che si pensavano riposte per sempre nella soffitta della storia”. In cima alla lista c’è l’attesa messianica dell’uomo forte che tutto risolve: il 48% degli italiani oggi dichiara che ci vorrebbe un “uomo forte al potere” che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni (e il dato sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 62% tra i soggetti meno istruiti, al 67% tra gli operai).

 

L’aumento dell’occupazione è una vittoria di Pirro che non produce reddito e crescita. Rispetto al 2007, nel 2018 si contano 321.000 occupati in più: +1,4%. Però questo si spiega con una riduzione di 867.000 occupati a tempo pieno e un aumento di 1,2 milioni di occupati a tempo parziale. Oggi un lavoratore ogni cinque ha un impiego a metà tempo, mentre le ore lavorate sono 2,3 miliardi in meno rispetto al 2007 e parallelamente le unità di lavoro equivalenti sono 959.000 in meno. Nello stesso periodo le retribuzioni del lavoro dipendente sono diminuite del 3,8%: 1.049 euro lordi all’anno in meno.

 

Un po’ a sorpresa le cronache della politica nazionale dominano l’interesse pubblico con il 42%, superando le voci classiche dei palinsesti come lo sport (29%) o la cronaca nera (26%) e rosa (18%). “Questo ritrovato interesse però nasce dalle ceneri di un disincanto generalizzato – avvertono gli addetti ai lavori – si guarda la politica in tv come fosse una fiction”. Lo dimostra la continua espansione dell’area del non voto alle elezioni politiche (astenuti, schede bianche e nulle): il 9,6% degli aventi diritto nel 1958, l’11,3% nel 1968, il 13,4% nel 1979, il 18% nel 1992, il 24,3% nel 2001, fino al 29,4% nel 2018. E non esiste nessun altro soggetto come i politici che gli italiani vorrebbero vedere di meno nei programmi televisivi: vale per il 90% dei telespettatori. La domanda di politiche non trova un riscontro adeguato nell’attuale offerta politica. Al di fuori di retorica e propaganda, il lavoro e la disoccupazione preoccupano il 44% degli italiani (contro la media del 21% dei cittadini europei), il doppio rispetto all’immigrazione (22%), più di tre volte rispetto alle pensioni (12%), cinque volte di più della criminalità (9%) e dei problemi ambientali e climatici (8%).

 

Sul fronte dell’Unione europea gli italiani si dichiarano in maggioranza contrari a fare un passo indietro su tre questioni che avrebbero un impatto decisivo sulla nostra presenza in Europa: il 61% dice no al ritorno alla lira (è favorevole il 24%), il 62% è convinto che non si debba uscire dall’Unione europea (è favorevole il 25%), il 49% si dice contrario alla riattivazione delle dogane alle frontiere interne della Ue, considerate un ostacolo alla libera circolazione delle merci e delle persone (è favorevole il 32%). Oggi l’Italia gioca in Europa il proprio destino economico, esportando nei Paesi della Ue quasi 91 milioni di tonnellate di merci l’anno (il 60,9% dei quantitativi complessivamente venduti all’estero), per un controvalore di 260 miliardi di euro, cioè il 56,3% del valore totale delle merci esportate. Accanto all’Europa delle imprese c’è l’Europa della gente. Gli italiani che risiedono negli altri 27 Paesi della Ue sono 2.107.359 (e i cittadini della Ue che vivono in Italia sono 1.583.169): sono aumentati del 12,2% negli ultimi tre anni e rappresentano il 41,2% degli oltre 5 milioni di italiani che vivono all’estero.

 

Infine per quanto concerne l’informazione, in epoca di fake news diffuse nei social network, solo il 21% non crede che soltanto i giornalisti professionisti dispongano delle doti indispensabili per offrire una corretta informazione, ciò significa che il restante 79% si affida ai giornalisti per informarsi.

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