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2 giugno 1946: il Trentino è la provincia “più repubblicana d’Italia”. Da Garibaldi e Mazzini al referendum, breve storia del repubblicanesimo italiano

Il 2 giugno 1946 trionfava definitivamente l’idea repubblicana. La tradizione, nobile e decisiva nell’unificazione nazionale, usciva dalla sua subordinazione per imporsi come nuovo fondamento della comunità nata dalla lotta resistenziale. A determinarne la vittoria nel referendum, però, un ruolo decisivo era stato giocato dalla guerra e dalle scelte della Corona

Di Davide Leveghi - 02 giugno 2021 - 09:11

TRENTO. Autorevole ma minoritaria, la tradizione repubblicana italiana visse l’anomala situazione di concorrere alla costruzione del nuovo Stato unitario sotto l’egida della dinastia sabauda. Se Giuseppe Mazzini, tra i padri del repubblicanesimo democratico, fu costretto all’esilio, diversa fu la questione per chi, come Giuseppe Garibaldi, nonostante l’orgogliosa fede repubblicana, prestò la propria spada alla casa regnante piemontese, protagonista del processo d’unificazione nazionale.

 

Ben presente nelle guerre risorgimentali, l’anima democratica e repubblicana non poté essere esclusa dal pantheon nazionale dell’Italia monarchica, che – con più o meno fatica a seconda del soggetto in questione – riuscì a smussarne le criticità, facendovi rientrare alcuni dei più illustri rappresentanti. Nella questione nazionale, dunque, finivano così per perdersi gli ideali di riscossa sociale – tale addomesticamento si riflette anche nella monumentalistica dell’Italia liberale, in cui Garibaldi viene presentato in pose statiche e rassicuranti, come un “rivoluzionario disciplinato” (Massimo Baioni).  

 

Questione nazionale e questione sociale, infatti, erano stati per alcuni dei padri della tradizione repubblicana italiana – da Mazzini al federalista Carlo Cattaneodegli elementi inscindibili. Repubblica significava innanzitutto rivoluzione democratica che elevasse, materialmente e spiritualmente, le masse, in una rinnovata comunità nazionale.

 

Elevato dalla letteratura, che ne ricercava i fondamenti nella Roma antica e nei Comuni medievali, il repubblicanesimo rimase contro-memoria forte e diffusa in tutta l’era liberale, alimentandosi di una mitologia che trovava i suoi momenti cardine in eventi come la Repubblica romana del 1849, breve, effimero ma sommamente rappresentativo momento di questa concorrente tradizione risorgimentale – concorrente a quelle monarchica e a quella cattolica.

 

Se nel corso dell’era liberale, il repubblicanesimo fu tradizione presente ma concorrente – e subordinata – nella politica nazionale, con l’avvento del fascismo divenne eredità rivendicata sia dal campo delle opposizioni che da quello fascista. Il filosofo Giovanni Gentile fece rientrare di diritto il misticismo politico mazziniano nella nuova religione civile fascista e, in generale, il fascismo cercò di strappare ai suoi nemici – specialmente ai socialisti – una risorsa ideale, culturale e simbolica essenziale per la propria identità (Maurizio Ridolfi).

 

Nel campo antifascista, nondimeno, il repubblicanesimo continuerà a rappresentare un fondamento ideale, come dimostrato dai nomi e dai continui richiami a quella tradizione risorgimentale che si pensava “profanata” dai fascisti. Nella Resistenza, la stessa necessità di presentarsi al popolo italiano come forza nazionale, impegnata nella lotta per la libertà, portò il Partito comunista a puntare su Garibaldi come figura a cui affidare il compito di rappresentarlo – le Brigate Garibaldi erano le formazioni comuniste attive nel Cln.

 

La monarchia, ormai sovrappostasi al fascismo, doveva essere spazzata via e così avvenne. L’ipoteca che gravava sui Savoia, considerati corresponsabili assieme al regime delle disfatte militari e dell’arrivo della guerra in casa, spingeva la maggioranza – non eccessivamente schiacciante – a votare per la prima volta a suffragio universale a favore della scelta repubblicana. La fuga del re Vittorio Emanuele III a Brindisi, con tutta la corte, dopo l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre 1943 (QUI un approfondimento) e il protrarsi per due terribili anni della guerra sul suolo nazionale – diviso e, nel Centro-Nord, piombato nell’incubo della guerra civile – pesarono sull’esito del referendum, accettato dal nuovo monarca Umberto II ma tacciato d’essere inficiato da brogli (ipotesi poi dimostratasi falsa).

 

Territorio “più repubblicano d’Italia” fu il Trentino, dove accanto alla propaganda pro-repubblica promossa dalle sinistre, anche la Democrazia cristiana si distingueva per la netta scelta. Differentemente da quanto avvenuto nel resto del Paese, dove si lasciava alla libertà degli elettori la scelta fra monarchia o repubblica, la Dc trentina ribadiva più volte la sua posizione filorepubblicana. Con l’85%, con 191.639 voti contro 33.816 (12.101 quelli non validi), la provincia di Trento votava compattamente per la nascita della Repubblica italiana.

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