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Un "roveretano di mondo": storia di un fante trentino, catturato in Africa, che tornò dalla prigionia il 2 giugno 1946 e votò per la Repubblica

Ci sono date che incarnano più di altre i passaggi decisivi della storia di un Paese. Il 2 giugno 1946 ha per una famiglia roveretana una doppia valenza, legata alla vicenda di un fante partito per la guerra in Africa settentrionale, caduto prigioniero degli inglesi e ritornato in patria proprio quando c'era da decidere tra "Repubblica" e "Monarchia". Riabbracciati i propri cari, Aldo Farinati non avrebbe avuto dubbi su cosa votare

Di Davide Leveghi - 02 giugno 2020 - 06:01

ROVERETO. L'Italia del 2 giugno 1946 arrivava alla votazione sulla scelta fra monarchia e repubblica con un bagaglio di esperienze luttuose e di vicende umane spezzate dalla follia delle guerre fasciste. Erano stati migliaia i giovani partiti (anche dal Trentino) per combattere a fianco dei franchisti in Spagna, contro i ribelli libici, nell'avventura coloniale in Etiopia, negli attacchi proditori alla Francia invasa e alla Grecia, quando invece che “spezzare le reni” del Paese ellenico le truppe italiane si videro costrette a ripiegare in Albania. E ancora molti sarebbero partiti, e non tornati, verso il fronte balcanico, la Russia, l'Africa settentrionale.

 

L'esito del referendum avrebbe posto fine alla storia della dinastia protagonista del processo d'unificazione nazionale, troppo compromessa con il regime fascista per poter essere accettata da un'Italia prostrata dalle sofferenze, ridotta in macerie e in parte rialzatasi con l'esperienza resistenziale. Nelle urne, dunque, la popolazione finì per sancire un nuovo inizio e il Trentino, da questo punto di vista, emerse come compattamente favorevole al nuovo corso – la provincia di Trento segnò il risultato più eclatante a favore della Repubblica, con l'85%.

 

La guerra, come detto, aveva determinato la traiettoria di vita di milioni di persone. Tanti furono coloro che trovarono la morte lontano da casa o a che a guerra conclusa si ritrovarono a centinaia di chilometri dall'Italia, dispersi, imprigionati, abbandonati da una conduzione militare disastrosa. Tra questi c'era Aldo Farinati, autiere del 62º reggimento di fanteria motorizzata, roveretano di Lizzanella, divenuto nel secondo dopoguerra una figura di spicco della Cgil provinciale.

 

 

A raccontare la sua straordinaria vicenda, conclusa rocambolescamente proprio in concomitanza con il referendum che avrebbe cambiato le sorti del Paese, è il figlio Paolo. “Mio padre è stato un esponente di quella generazione colpita dalla tragedia della guerra e capace di ricostruire il Paese – racconta – nato a Lizzanella il 12 dicembre 1920, primo di cinque fratelli, visse la sua giovinezza in Francia, dove la famiglia si era trasferita per lavorare con due bauli contenenti i loro averi, andando via da una terra ancora in macerie per il passaggio della Grande guerra”.

 

A Nerac, un paese tra Bordeaux e Tolosa, frequentò la scuola, imparò il francese e aiutò il padre nei campi. Sarà grato per sempre a questa Francia provinciale e ricca, tanto che per lui il 14 luglio (giorno della festa nazionale, ndA) divenne un giorno molto sentito, così come il 2 giugno. La sua esperienza francese si conclude a 17 anni quando, nel 1937, la famiglia rientra a Lizzanella, dove si compra un piccolo appartamento e poi un terreno in cui stabilirsi. Inizia a lavorare in cartiera e a metà del 1939 verrà chiamato per assolvere gli obblighi militari, con addestramenti in Val di Fiemme e sul lato veronese del Monte Baldo”.

 

A dettare le sorti di Aldo, come di molti altri giovani, fu l'entrata in guerra del Regno d'Italia a fianco della Germania nazista. Il regime si decide per l'attacco alla Francia e alla Gran Bretagna, si stabilisce un fronte al confine con il vicino transalpino e in tutti i territori africani che separano il neocostituito Impero italiano (maggio 1936) dal ben più longevo Impero britannico. Il conflitto si è già diffuso a macchia d'olio quando il reggimento di fanteria motorizzato in cui combatte il giovane roveretano giunge sul fronte africano settentrionale.

 

 

Era di stanza a Cavour, in Piemonte, quando il suo generale, Gatti, venne chiamato per guidare il reggimento a Tripoli – spiega – salpato in nave da Napoli, giunge il 13 marzo del 1941 in Libia, dove il conflitto tra le forze dell'Asse e gli Alleati spazia su tutto il territorio nordafricano, dalla Tunisia all'Egitto. L'obiettivo di Rommel, che guida le truppe dell'Asse, è quello di arrivare al Cairo. La fortuna di mio padre, in quel momento, è che sapendo un po' di francese poté interagire con la popolazione, parlare con i locali, fare amicizia anche con alcuni di loro, che offrono i molto nutrienti datteri. C'è spazio, nei momenti di pausa, anche di qualche momento di relax in spiaggia. I soldati sono tutti giovanissimi”.

 

 

Le sorti del conflitto sul fronte nordafricano vivono fasi alterne, prima di far pendere l'ago della bilancia dalla parte degli Alleati guidati dal generale Bernard Montgomery. È il novembre 1942 quando gli esiti negativi della seconda battaglia di El Alamein costringono gli italo-tedeschi a ripiegare dall'Egitto. La guerra nel Mediterraneo, a quel punto, si sarebbe instradata definitivamente verso l'inarrestabile avanzata alleata.

 

“In giornate senza vento, mi raccontava mio padre, si sentivano le cornamuse dell'accampamento degli scozzesi. Il fronte era molto vicino. Nel dicembre 1942, per festeggiare il compleanno, i commilitoni gli organizzarono una festa. Ad un certo punto sentirono una mitragliata e nella tende dove stavano entrarono 3 inglesi con le armi spianate. Non spararono, perché erano lì per fare sabotaggi, e se ne andarono poco dopo. Aldo raccontava questa storia sempre con soddisfazione, perché di certo sarebbe potuta andare molto male”.

 

Nella controavanzata alleata anche la divisione di Farinati è però presa alla sprovvista, cadendo così sotto il controllo inglese. Portato dapprima in Algeria, dove gli americani erano già sbarcati, venne trasferito con i commilitoni in Gran Bretagna, a Glasgow, prima di essere smistato in un campo di prigionia e “arruolato” nel lavoro forzato.

 


 

“Venne smistato ad Ashford, vicino a Stoke-on-Trent, a sud-est di Manchester – prosegue il figlio Paolo – lavorò nelle miniere e ben presto imparò l'inglese. Aveva un carattere aperto, in fondo era un uomo di mondo, perciò fece subito amicizia con gli operai inglesi con cui lavorava e si innamorò di una ragazza, Margareth. Fu un amore giovanile che si concluse con il suo ritorno in Italia. Alla morte di questa donna, il marito scrisse perfino a mio padre per informarlo. Aveva conosciuto 'questo italiano' attraverso i racconti della moglie”.

 

 

Quando la guerra finisce e i Paesi belligeranti siglano gli accordi per il rientro dei prigionieri, gli italiani cominciano a ritornare e così mio padre. Nel maggio 1946 parte in nave dall'isola, giunge in Francia dove sale su un treno per l'Italia e rientra a Lizzanella nella tarda mattinata del 2 giugno 1946. Riabbraccia suo padre, sua madre e i suoi fratelli e va a votare per il referendum, chiaramente per la Repubblica, visto che è un convinto socialista”.

 

Il 2 giugno diventerà così per Aldo Farinati e per la sua famiglia un giorno dalla doppia valenza, in tutti e due i casi positiva: il giorno del ritorno dall'esperienza della guerra e il giorno in cui con un voto si mette un tassello per l'esito migliore della vita del Paese, chiudendo la pagina buia della monarchia ed aprendo quella di una repubblica di fratelli, liberi e uguali. “E' un giorno che per me ha doppio valore – racconta Paolo – mio padre lo ricordava sempre. Era un giovane che aveva conosciuto l'emigrazione, il duro lavoro nei campi, la fabbrica, la guerra. Faceva parte di quella generazione che a vent'anni, con tutto questo portato tragico, contribuì alla ricostruzione del Paese. Per questo dimenticare il 2 giugno è anche per noi un fatto spiacevole. Una data che sarebbe paragonabile al 14 luglio ma che noi italiani non sentiamo come nostra”.

 

La memoria, che permea anche questa festività, viene d'altronde alimentata anche attraverso racconti come quello che vide protagonista questo autiere di Lizzanella, salito poi agli onori della cronaca come dirigente della Filpc-Cgil provinciale e nazionale e scomparso nel gennaio del 2014 alla veneranda età di 94 anni. “Non credo mi abbia raccontato tutto della sua esperienza di guerra – conclude – ci sono cose che non si raccontano. Mi disse solo che aveva combattuto, ma sul conflitto non scese mai nei dettagli. Fece la sua parte, anche se politicamente aveva già maturato una fede socialista e repubblicana. Rimase legato agli inglesi che lo fecero prigioniero, conobbe altri popoli e comprese quanto è importante l'uguaglianza”.

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