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10 giugno 1940: lo specchio dell’Italia post-fascista. La difficile memoria dell’entrata nella Seconda guerra mondiale

Ottanta anni fa l'Italia fascista entrava in guerra contro la Francia e la Gran Bretagna, schierandosi con l'alleato tedesco. Attorno a questa data la memoria collettiva mostra tutte le sue lacune collegate al modo in cui gli italiani vedono il proprio rapporto con il regime e con il ruolo svolto nella Seconda guerra mondiale

Di Davide Leveghi - 10 giugno 2020 - 09:29

Combattenti di terra, di mare e dell'aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d'Italia, dell'Impero e del regno d'Albania! Ascoltate! L'ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L'ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell'Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l'esistenza medesima del popolo italiano”.

 

TRENTO. Con queste parole, tra gli intervalli deliranti della folla, Benito Mussolini annunciava al Paese intero la decisione di entrare nel conflitto, schierando l’Italia fascista a fianco dell’alleato tedesco. Era il 10 giugno del 1940. La guerra aveva già preso avvio dal settembre dell’anno precedente, la Polonia, spartita fra tedeschi e sovietici, cadeva come prima vittima bellica, mentre Francia e Gran Bretagna si levavano a difesa dell’Europa libera dopo aver ampiamente lasciato campo aperto ai fascismi, dalla Spagna alla Cecoslovacchia.

 

Sarebbe stato un inizio di guerra già piuttosto illuminante sulle difficoltà che il Regio esercito avrebbe poi incontrato. La Francia ormai capitolata resisteva agli attacchi italiani, giungendo a fine mese a siglare un trattato con cui si riconosceva a Roma una serie di conquiste territoriali minime e dei diritti nelle colonie africane. Ma al di là di quelli che furono gli esiti militari, basterebbe osservare Piazza Venezia quel 10 giugno, o le memorie connesse alle tante piazze italiane affollate di persone intente ad ascoltare le parole che fluivano dagli altoparlanti, per trovare il coacervo di sentimenti e rimozioni con cui gli italiani considerano e percepiscono il proprio ruolo nella Seconda guerra mondiale.

 

Il 10 giugno 1940 rappresenta uno specchio in cui si riflette l’immagine distorta del rapporto tra gli italiani e il fascismo. Una relazione rotta proprio dagli esiti disastrosi del conflitto, dalle bombe alleate cadute sulle città della penisola, dalle efferatezze del nazi-fascismo, dai lutti che colpirono gli italiani inviati sui fronti di guerra come i civili. Una relazione, che, tuttavia, visse dei deliri di folla nelle oceaniche adunate così come degli esiti grotteschi di Piazzale Loreto.

 

“Il 10 giugno è un punto di arrivo prima che un punto di partenza e, come tale, riassume nella difficile memoria che lo circonda il rapporto che si istituì tra gli italiani e il regime attraverso il Ventennio, segnando in questo, per molti versi, anche uno spartiacque di comodo”, scrive lo storico Marco Di Giovanni. Non c’è la sola decisione del duce del fascismo, dunque, a determinare l’entrata in campo italiana, quanto il corale avvicinamento di uno Stato nazionalista e aggressivo al conflitto con cui si sarebbe dovuto costruire il nuovo ordine mondiale. Perché allora la memoria di quel giorno esaurisce nella sola figura di Mussolini le responsabilità di quella terribile sventura che si sarebbe abbattuta anche sul popolo italiano?

 

L'anniversario dell'entrata nella Seconda guerra mondiale evoca in sé due questioni alquanto problematiche: la memoria del fascismo e la memoria della guerra. È in questi enormi e sfilacciati serbatoi di ricordi che ritroviamo lacune e rimozioni con cui gli italiani si volgono al passato, contribuendo a costruire il mito del “bravo italiano”. L’addossare tutta la responsabilità ai comandi fascisti non è che la dimostrazione del grande tentativo di assolversi come popolo di fronte al tribunale della storia, così come del conflitto si tendono a ricordare più le pagine drammatiche vissute dai soldati italiani rispetto al ruolo di conquistatori, aggressori od oppressori svolto in diversi scenari, dalla Russia all’Africa, passando per Grecia e Jugoslavia.

 

Un pecorume inquadrato tra gerarchi e ‘scagnozzi’ del partito, aveva l’ordine di applaudire ad ogni parola del discorso ma, finita la funzione, la folla di disciolse per conto proprio in un silenzio assoluto. Per quanto avvilita da quel ferreo sistema di coercizione, l’anima popolare avvertiva tutta la gravità del passo e le dure conseguenze che esso avrebbe recato al paese”. Era il 1946, quando il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, scriveva queste parole nelle sue memorie sulla Seconda guerra mondiale, tradendo sin dall’immediato dopoguerra quella tendenza tutta nostrana a non assumersi alcuna responsabilità, nonostante l’autore stesso del testo avesse svolto un ruolo di certo non secondario nei crimini di guerra compiuti nelle colonie africane (Badoglio fu tra i principali artefici dell’utilizzo di gas in Etiopia, tanto da essere al centro, da parte del governo di Addis Abeba, di una richiesta non soddisfatta di estradizione per crimini di guerra).

 

Se esiste dunque una gerarchia dei ricordi fissati nella memoria collettiva, il 10 giugno non figura tra i primi. È la guerra civile a marcare l’immaginario italiano dal dopoguerra in poi, quei due anni in cui dopo il disastro dell’8 settembre il conflitto si riversò sul suolo nazionale, trascinando anche i civili nel vortice della violenza guerreggiata. I tre anni precedenti, in cui i soldati italiani intervennero in più campi di battaglia come aggressori, scivolano in una posizione secondaria di fronte ai lutti di un Paese lacerato.

 

Ora che i dadi sono gettati e la nostra volontà ha bruciato alle nostre spalle i vascelli, io dichiaro solennemente che l'Italia non intende trascinare altri popoli nel conflitto con essa confinanti per mare o per terra. Svizzera, Jugoslavia, Grecia, Turchia, Egitto prendano atto di queste mie parole e dipende da loro, soltanto da loro, se esse saranno o no rigorosamente confermate. Italiani! In una memorabile adunata, quella di Berlino, io dissi che, secondo le leggi della morale fascista, quando si ha un amico si marcia con lui sino in fondo. Questo abbiamo fatto e faremo con la Germania, col suo popolo, con le sue meravigliose Forze armate. In questa vigilia di un evento di una portata secolare, rivolgiamo il nostro pensiero alla maestà del re imperatore, che, come sempre, ha interpretato l'anima della patria. E salutiamo alla voce il Führer, il capo della grande Germania alleata”.

 

 

 

Se fu l’evoluzione del contesto internazionale ad avvinghiare il destino d’Italia a quello del più potente alleato tedesco, l’entrata in guerra fu l’esito automatico dell’esasperato nazionalismo di cui il fascismo s’era fatto interprete. La società, annichilita ed imbevuta di propaganda, partecipò a quel salto nel vuoto senza reagire. E non è un caso che il primo anniversario entrato negli annali sia stato proprio quello del 1960, quando le piazze del Paese, da Genova a Reggio Emilia, si infuocarono nelle proteste contro il governo del democristiano Tambroni, sostenuto, come altri esecutivi degli anni ’50, dai voti del Movimento sociale. Un anniversario che, a differenza di altri, rimetteva al centro del dibattito il ruolo della società nell’accettare o meno con passività l’imbarbarimento.

 

L'Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai. La parola d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all'Oceano Indiano: vincere! E vinceremo! Per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all'Italia, all'Europa, al mondo. Popolo italiano, corri alle armi! e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!”.

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