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La storia (quasi) dimenticata del campo di concentramento di Gardolo: “Era una struttura di transito per i prigionieri degli austroungarici”

Oggi, nella zona di via Don Lorenzo Milani a Trento, dove un tempo sorgeva il campo di concentramento di Gardolo non rimane nulla, eppure da qui transitarono prigionieri russi, serbi, rumeni, italiani, e con la fine della guerra, anche ex sudditi austroungarici

Foto Llorenzi - Opera propria - Wikipedia
Di Tiziano Grottolo - 04 maggio 2022 - 11:00

TRENTO. Il Trentino è stato un territorio lacerato dalla Prima guerra mondiale, qui passava il fronte che vedeva contrapposti l’esercito italiano e quello austroungarico. Persino le sue genti si ritrovarono a combattere su fronti contrapposti. Alla fine del conflitto poi, il Trentino fu annesso al Regno d’Italia, un trauma per alcuni, un’occasione di giubilo per altri.

 

In questa terra si intrecciano moltissime vicende legate alla Prima guerra mondiale, alcune di queste ancora poco note. È il caso del campo di concentramento di Gardolo, una struttura costruita a nord della città di Trento nel 1916 dagli uomini del Genio austroungarico per rinchiudervi i prigionieri di guerra. Il campo funzionava come una sorta di centro di smistamento a ridosso delle linee del fronte, da qui i prigionieri venivano indirizzati verso altri campi di prigionia nell’entroterra. Con la fine del conflitto la stessa struttura venne adoperata dall’esercito italiano per rinchiudervi i soldati originari del Trentino-Alto Adige che combatterono con l’Austria.

 

“Mi sono imbattuto nella storia del campo di concentramento di Gardolo un po’ per caso, perché stavo scrivendo un approfondimento sulla cronaca della città di Bolzano dopo il 4 Novembre 1918”, racconta a Il Dolomiti lo scrittore e appassionato di storia Claudio Restelli, autore del libro “Il soldato dimenticato. La storia di Giovanni Battista Faraldi”. Restelli infatti, ha creato una pagina Facebook che raccoglie oltre 50mila appassionati dove racconta diversi episodi che riguardano la Grande guerra.

“Nel mio libro – prosegue Restelli – ho ricostruito la storia di un soldato italiano, originario della Liguria, morto durante la prigionia nella Fortezza di Kufstein. Chissà magari anche lui transitò dal campo di Gardolo a Trento”. Un’ipotesi che purtroppo non può essere confermata visto la scarsa documentazione disponibile. “La pagina Facebook è diventata un riferimento per molte persone, dove vengono raccolte le storie familiari o si cerca di scoprire dove sono stati seppelliti i parenti morti in guerra, di qualsiasi parte, senza distinzioni”.

 

Oggi, nella zona di via Don Lorenzo Milani, dove un tempo sorgeva il campo di concentramento non rimane nulla. Eppure da qui transitarono prigionieri russi, serbi, rumeni, italiani, e con la fine della guerra, anche ex sudditi austroungarici.

 

Le condizioni di vita nel campo non erano facili, a peggiorare le cose c’era sicuramente il clima con i rigidi inverni trentini. Molti prigionieri erano denutriti e spesso si ammalavano, inoltre venivano sfruttati nei lavori di manutenzione del campo o nella costruzione di strade e sentieri, o altre strutture logistiche utilizzate anche per scopi militari. In altre situazioni la manodopera del campo era richiesta da imprese e agricoltori locali. Con la fine della guerra il campo ospitò alcune famiglie bisognose fino a quando non venne demolito nel 1924.

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