“Tuonano i cannoni germanici”: dalla festa alla paura, 80 anni fa l’armistizio che portò all’occupazione nazista del Trentino
La sera dell’8 settembre 1943 nelle piazze e nelle strade del Trentino l’annuncio dell’armistizio da parte del maresciallo Badoglio provoca il giubilo di popolazione e soldati. Si crede che la guerra sia finita ma è solo un’illusione svanita nella notte con l’assalto tedesco alle caserme e ai presidi della regione. Si apre così la stagione dell’occupazione nazista del Trentino

TRENTO. “La sera del fatidico 8 settembre 1943, il mio amico Bepi Simoni di Palù di Giovo mi chiese se volevo andare a casa, ma io, visto che ero ritornato in valle la sera precedente, ho rifiutato. Verso le 2 di notte abbiamo sentito una grande confusione in città. Sulle finestre della nostra caserma erano stato piazzate anche le mitragliatrici. Successivamente i tedeschi sono entrati con la forza nella caserma, abbattendo il cancello. I nostri superiori ci hanno consigliato di non opporre resistenza e di arrenderci […] Verso mezzogiorno siamo stati trasferiti presso il campo d’aviazione di Gardolo. Dopo 3 giorni, una sera ci hanno invagonati con destinazione la prigionia”.
Con queste parole, l’alpino Ottavio Rossi di Giovo racconta i fatti dell’8 settembre 1943 a Trento. Da poco rientrato in Italia dall’Unione sovietica, dove ha combattuto sul Don e partecipato alla terribile ritirata, il giovane soldato cembrano si trova quasi per caso in una delle caserme del capoluogo quando i tedeschi mettono in pratica il piano per prendere controllo del territorio e disarmare quelli che fino a qualche ora prima erano i loro camerati.
Come avverrà per centinaia di migliaia di italiani in divisa, anche per Ottavio Rossi si “aprono le porte” della deportazione e della prigionia in Germania. I convogli che lo portano oltralpe partono dall’aeroporto di Gardolo, dove nella giornata del 9 settembre cominciano ad ammassarsi centinaia di soldati. La sola città di Trento è infatti presidiata da circa 2600 uomini distribuiti in diversi presidi e caserme. Fra Borghetto e Salorno, complessivamente, i soldati italiani catturati in quelle ore saranno 11mila.
Tutto comincia, come detto, alle ore 20 del giorno 8 settembre. Gli italiani e le italiane si sintonizzano sulle trasmissioni EIAR per ascoltare il capo del governo, il maresciallo Pietro Badoglio, che annuncia: “Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta”.
E ancora: “Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. L’annuncio, confusionario e poco comprensibile per le migliaia di soldati sui fronti di guerra, è accolto dalla popolazione con grande giubilo. “Grande festa fra soldati e borghesi per la fine della guerra – scrive il caporalmaggiore degli alpini Fernando Trainotti nelle memorie della prigionia – festa che ben presto finì perché i germanici cominciarono un fuoco d’inferno”. “Vivo giubilo nella popolazione ma ancor più nei nostri soldati, che festeggiano l’avvenimento con forti bicchierate”, scrive invece sul diario la giovane trentina Elvira Leonardi Nardelli.
A scene simili si assiste anche a Rovereto, come scrive nelle memorie Giovanni Laezza, all’epoca dei fatti ragazzino di 11 anni: “Quella sera le strade della città erano percorse da gruppi di tedeschi ed italiani abbondantemente ubriachi, che fraternizzavano spintonandosi e cantando, occupando, con i loro ondeggiamenti tutta la carreggiata”. Nel giro di qualche ora, la situazione si tinge però di tutt’altri colori: “Verso mezzanotte un baccano infernale ci buttò giù dal letto […] un ampio fabbricato, la caserma degli Alpini, stava bruciando, incendiata dal lanciafiamme di un Tigre che la fronteggiava dalla strada; le munizioni delle riservette, investite dal fuoco, scoppiettavano in continuazione, lanciando in aria nugoli di scintille rossastre”.
Dopo qualche ora dall’annuncio, gli “eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza” di cui parlava Badoglio si verificano in tutta la provincia. In piena notte i presidi italiani sono assaltati dai tedeschi, presenti in forze già da settimane. Da luglio, infatti, le colonne germaniche attraversano il Brennero e scendono verso il fronte, nel Sud Italia. Nei primi scampoli di quel 9 settembre, la reazione a questi assalti è ben diversa da quella raccontata nella prima testimonianza: in molti casi i militari italiani resistono, ingaggiando scontri armati con gli ex alleati.
In città, già duramente colpita dai bombardamenti del 2 settembre (QUI l’articolo), il rombo dei cannoni tedeschi provoca il panico fra i civili. “Giovedì, 9 settembre. Notte terribile: verso le tre comincia a tuonare il cannone dei germanici che a viva forza occupano le caserme della città. Vivo panico fra i cittadini che appena cessa il continuo rombo, e ciò verso l’alba prevedendo nuovi attacchi, evacua senz’altro la città portando seco quel poco che forze permettono: donne terrorizzate e piangenti”, riporta ancora Elvira Leonardi Nardelli.
L’assalto alle caserme di Trento e Rovereto della notte del 9 settembre, tra i primi esempi di Resistenza all'occupante, provoca numerose vittime in entrambi gli schieramenti: rispettivamente il bilancio vede 48 caduti e 200 feriti fra gli italiani e 12 caduti e un numero imprecisato di feriti fra i tedeschi nel capoluogo e 16 caduti italiani e 50 tedeschi, con un numero imprecisato di feriti, nel centro lagarino. Per i sopravvissuti, arresi e disarmati, il destino è lo stesso: la deportazione in Germania.
C’è chi riesce però a evitare questo triste destino, imbucandosi in qualche casa di civile lungo la marcia verso Gardolo. Ancor prima, all’annuncio dell’armistizio, in molti dismettono la divisa e prendono la strada di casa. È il caso ad esempio del caporalmaggiore degli alpini Italo Vigagni, che si trova nella caserma di Strigno. Avuta comunicazione che Trento, Rovereto e Bolzano sono cadute in mano tedesca, assieme ad altri commilitoni si dà alla macchia. “Là trovato da bere, così ci ristoriamo, poi si prosegue per Lavarone, poi per Carbonare – scrive nel diario – là noi ci decidiamo a vestirci in borghese […] Così pochi per casa noi 12 ci vestimmo, lasciando la divisa da alpino a loro. Io ricevetti un paio di calzoni ed un toni da stradino. In più mi dettero da mangiare della polenta e mortadella con del caffe latte”.
Il soldato brentegano Giovanni Tardivo, di stanza a Milano, alla notizia dell’armistizio prende la strada di casa assieme ad altri trentini. Raggiunto un ospedale, viene aiutato da un infermiere che gli fa “buttare via tutti i vestiti e lo zaino da soldato” e lo veste con degli abiti di un malato. “Dopo mi ha mostrato la strada – racconta in una testimonianza – ho iniziato a orientarmi, chiedevo ai contadini la strada per Trento e mi dicevano di guardare dove levava il sole […] mi aiutavano. Varda, digo, quanta bona zent che ghè! Alla sera guardavo di trovare rifugio in qualche casa di contadini per dormire e mi davano anche qualcosa da mangiare”.
Questo articolo è ispirato dalla serie podcast “Settembre ’43. Lo sfascio” della Fondazione Museo storico del Trentino con il patrocinio dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri. Se vuoi approfondire questa storia, con testimonianze dei protagonisti e interviste a esperti, puoi ascoltare l’episodio “Storia di una giornata” su tutte le principali piattaforme streaming (QUI il link).















