FOTO. “Pareva la fine del mondo”: la guerra arriva in Trentino. 80 anni fa il bombardamento su Trento
Il 2 settembre 1943 oltre 90 aerei alleati sganciavano su Trento 218 tonnellate di bombe, provocando circa 200 vittime. Per la prima volta dall’inizio del conflitto anche il capoluogo trentino veniva bombardato, lasciando un segno profondo nella memoria della città

TRENTO. “D’un tratto un rombo, uno schianto, un fragore che fa tremare il suolo. Il fragore delle bombe copre le nostre voci. Pare che la casa rovini sotto il crepitare di mille fulmini. Vetri che si infrangono, urli di gente terrorizzata che cerca scampo”. La testimonianza di Anna Menestrina, contenuta nel diario conservato presso la Fondazione Museo storico del Trentino, descrive così (come molte altre) lo scioccante incontro dei civili trentini con la guerra.
Sono le 11.45 del 2 settembre 1943 quando 91 aerei alleati cominciano a sganciare sulla città del Concilio ben 218 tonnellate di bombe. L’obiettivo è la stazione del treno ma il bombardamento finisce per colpire indiscriminatamente una zona più ampia e popolosa: il quartiere popolare della Portèla, lo scalo Filzi, il seminario minore, l’abbazia di San Lorenzo, il ponte di San Lorenzo, la cassa malati piena di pazienti, la funivia di Sardagna, piazza Dante. In soli 3 minuti, quest’area si trasforma in un cumulo di macerie, con qualche mozzicone di casa ancora in piedi e qualche altra rimasta miracolosamente intera.
“E’ stato un momento solo, alle ore 12 in punto, pareva la fine del mondo – scrive in una lettera alla moglie il soldato Cesare Giovanni Fedele, valsuganotto di Telve di servizio presso la Compagnia territoriale di Trento – io sempre ti pensavo e forte, le bombe sono cadute 50 metri lontano da noi siamo subito scappati in campagna e ci siamo buttati a terra e la terra ballava, sassi schegge ci cadevano vicini, pareva che la terra volesse aprirsi per ingoiarci, urli e grida di donne e bambini […] tutto quanto avrà durato un quarto di ora e sembrava un secolo”.

E’ la prima volta, da quando è scoppiato il conflitto, che Trento vede arrivare la guerra in casa propria. Fino a quel momento i trentini e le trentine l’hanno sentita raccontare dalla propaganda del regime o dai soldati in licenza. Il 2 settembre 1943 in Trentino sono presenti diversi giovani di ritorno dal fronte. L’esperienza della campagna e della successiva ritirata di Russia, più di ogni altra, incrina il consenso al fascismo, costruito in vent’anni di mobilitazione e indottrinamento.
Nel luglio dello stesso anno, però, le cose sono cambiate: le sconfitte in guerra hanno spinto alcuni importanti gerarchi, i vertici dell’esercito e la Corona a imprimere una svolta. Benito Mussolini, messo in minoranza nel Gran Consiglio del Fascismo, è stato deposto e arrestato. Alle prime manifestazioni di giubilo della popolazione, che s’illude della fine della guerra, il governo risponde con la forza e un’indicazione chiara: il Regno d’Italia continuerà a combattere a fianco dell’alleato germanico.
A Berlino, però, fiutano già il voltafaccia e predispongono un'eventuale azione per prendere il controllo della penisola, minacciata dall’avanzata alleata, e per sostituire l’esercito italiano sui vari fronti di guerra. La previsione tedesca troverà effettivamente compimento il giorno 3 settembre, quando a Cassibile, un piccolo paesino nei pressi di Siracusa, i generali Giuseppe Castellano e Walter Bedell Smith firmano l’armistizio, reso noto solamente 5 giorni dopo da un annuncio radio del capo del governo Pietro Badoglio.
“Alle 17 un nuovo allarme. Si può immaginare lo sgomento di tutti. Stavamo preparando un cassone nell’avvolto per riporre un po’ di biancheria. Per fortuna l’allarme dura poco. C’è chi suppone che l’abbiano dato per allontanare la gente dai luoghi colpiti e portar via i morti senza impressionare troppo. Intanto le notizie sono sempre più lugubri”, continua Anna Menestrina, che la guerra l’ha già vista da vicino come crocerossina durante il primo conflitto mondiale.

Sul terreno, in quel solo 2 settembre, rimarranno circa 200 morti. C’è chi viene scaraventato a metri di distanza dallo spostamento d’aria, chi rimane schiacciato dalle macerie, chi, sotto le case distrutte, rimane intrappolato per giorni senza che i soccorritori riescano a intervenire. La ricerca delle vittime è penosa e dura settimane, come raccontato nel diario di una giovane trentina, Elvira Leonardi Nardelli:
“Ad un mese dal bombardamento, troviamo ancora in attività i lavori di sgombero, e la solita fila di poveri abitanti i rioni colpiti, che con cuore tremante segue l’opera incessante degli operai, nella speranza di trovare tra i ruderi qualche cosa che loro apparteneva, o, ancora più, il corpo in putrefazione di qualche famigliare non ancora presente nella lugubre rassegna dei morti e feriti”.
I bombardamenti diverranno nei mesi successivi una realtà sempre più familiare per la gente trentina. Si adibiscono le cantine a rifugio, si scavano delle gallerie capaci di contenere anche migliaia di persone. Nei ripari antiaerei si mangia, si dorme, si prega. Nei venti mesi di guerra le incursioni sul territorio provinciale saranno 80, oltre 400 le vittime, quasi 1800 gli edifici danneggiati. “Sono trascorsi 53 minuti dall’allarme, quando distintamente si ode l’arrivo delle formazioni nemiche: improvvisamente si abbassano, ed il bombardamento riconosciuto poi da tutti come terroristico incomincia. Numerosissime sono le bombe lanciate dagli apparecchi, in tre ondate e senza mire di obbiettivi. Dalla via Brennero al viale Verona, dalla Cervara alla via Giusti ed al camposanto, tutte, o quasi, le vie sono toccate. L’inferno ha avuto termine dopo 15 minuti”.
Con queste parole, Elvira Leonardi Nardelli descrive un altro bombardamento entrato poi indelebilmente nella memoria dei cittadini di Trento: quello del 13 maggio 1944. Colpita Trento, le “fortezze volanti” alleate sganciano bombe anche sui centri lagarini di Mori, Ala, Avio, Rovereto, e su, verso la Bassa Atesina, a Lavis, Ora, Bronzolo, Bolzano. Le infrastrutture strategiche cha garantiscono i collegamenti con la Germania o il sostegno dello sforzo bellico nazifascista sono presi di mira non solo di giorno ma anche di notte. In questo caso, il protagonista è un altro, il “Pippo”, descritto così in una testimonianza rilasciata al Museo storico da Riccardo Fedriga.

“Il Pippo lo ricordano tutti… e quasi come se fosse più simpatico degli altri bombardieri: infatti la sera lo aspettavamo ormai, era come se fosse un ragazzino che veniva a fare i dispetti. In realtà ce l’avevamo a morte con lui perché ti scuoteva i nervi; era imprevedibile e non si è mai saputo se era inglese o americano: per me era inglese, perché gli americani erano quelli dei bombardieri grossi. Ma direi che faceva più male al fisico il Pippo che i bombardieri, perché dava sui nervi”.
Per sfuggire alla morte e dare sollievo ai nervi, in migliaia lasciano la città raggiungendo parenti o conoscenti nei paesi di montagna o nella collina di Trento. A conclusa, su una popolazione residente di 60mila persone gli sfollati sono 24mila. “Dopo il 2 settembre c’è stato un momento di grande disordine, non si sapeva da che parte sbattere la testa per uscire da quel marasma, così mia madre ha deciso di andare su a Sardagna, dove c’era un mio zio e dove avevano messo a disposizione le scuole”, racconta Sergio Mantovani in un’altra testimonianza contenuta nel volume Lo sguardo del sapiente glaciale (curato da Patrizia Marchesoni e Diego Leoni per il Museo storico in Trento).
“Eravamo sette, otto famiglie dislocate nelle varie aule…penso che sia stato un momento in cui forse non ho patito la fame…ma insomma c’era una grande carenza di viveri: avevamo le tessere annonarie e bisognava scendere giù a Trento a prelevare la roba nei negozi autorizzati ed ero io a farlo con la bicicletta che pesava venti venticinque chili, poi dovevo tornare su a piedi e con il rischio anche di trovarmi in mezzo ai bombardamenti. Siamo rimasti lì dieci giorni poi mia madre non ha più resistito […] siamo andati ad abitare vicino al rifugio di San Martino e lì abbiamo passato tutta la guerra”.
Questo articolo è ispirato dalla serie podcast “Settembre ’43. Lo sfascio” della Fondazione Museo storico del Trentino con il patrocinio dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri. Se vuoi approfondire questa storia, con testimonianze dei protagonisti e interviste a esperti, puoi ascoltare l’episodio “Bombe sulla città” su tutte le principali piattaforme streaming (QUI il link).












