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8 settembre '43: 600 tedeschi con 30 carri armati attaccano a Rovereto. 12 ore di strenua resistenza svelate in un documento esclusivo

Grazie a una nipote del capitano Bruno Somenzi dell'8° reggimento bersaglieri pubblichiamo in esclusiva la ''Relazione autografa fornita al comando militare dopo l’armistizio'' su quel che accadde nelle ore successive al proclama di Badoglio. Prima l'attesa confusa poi la scelta da compiere in pochi secondi e colpi di bombe a mano (che gli costerà la prigionia nei campi tedeschi dopo un rocambolesco tentativo di fuga travestito da frate)

Immagine repertorio (carri armati tedeschi in azione)
Di Luca Pianesi - 08 settembre 2019 - 12:01

ROVERETO. Si combatté in quel di Rovereto. Eccome se si combatté. I tedeschi presero d'assedio le postazioni italiane con 600 uomini, 30 carri armati e batterie da 88 mortai e lanciafiamme e i nostri resistettero per dodici ore con decine di morti da entrambe le parti. Era l'8 settembre 1943alle 19.42 dai microfoni dell'Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche venne diffuso il proclama del maresciallo Pietro Badoglio: cessare ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane in ogni luogo, ma reagire ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza. Poi il nulla. Nessuna indicazione, nessun ordine. Una situazione di totale abbandono per tutti i soldati italiani mandati a combattere in mezzo mondo e sparsi lungo lo stivale del Bel Paese.

 

Quel che accadde a Rovereto lo pubblichiamo in esclusiva (e in formato integrale) grazie a un documento ufficiale che arriva nientepopodimeno che da Mantova. Si tratta della relazione autografa fornita al comando militare dopo l'armistizio dal capitano Bruno Somenzi dell'ottavo reggimento bersaglieri di stanza, in quei giorni, proprio nella Città della Quercia. A ritrovarlo la nipote, scrittrice e dipendente dell'archivio storico di Mantova, Paola Somenzi. Grazie a lei possiamo pubblicare questo documento straordinario che ricostruisce alla perfezione quei tragici momenti che sono seguiti alla dichiarazione radio. Momenti durante i quali ogni reparto, ufficiale e soldato ha dovuto scegliere in pochi secondi cosa fare per sé e i suoi compagni. 

 

Somenzi e i bersaglieri di stanza a Rovereto hanno scelto di combattere. Una scelta che il capitano mantovano pagherà a caro prezzo. Dopo le 12 ore di fuoco contro i tedeschi (''risulta che i tedeschi nell'aprire contro i reparti dell'8° reggimento ebbero a soffrire le seguenti perdite - scrive-: morti 2 ufficiali e 48 militari semplici e numero imprecisato di feriti. Da parte nostra registrammo le perdite seguenti: morti n.1 ufficiale subalterno alla compagnia comando, n.15 bersaglieri e numero imprecisato di feriti'') consultatosi con il comandante di caserma ha dato l'ordine ai bersaglieri ''di raggiungere la montagna. Il sottoscritto - scrive ai comandi - subito ricercato dalle autorità tedesche, riuscì con l'ausilio di un saio francescano ad allontanarsi dalla zona''.

 

Riparerà nella sua Mantova dove, però, dopo pochi giorni verrà segnalato ai tedeschi e deportato nel lager di Stalag II - B di Hammerstein, in Polonia . Da lì verrà portato in uno dei campi satellite di Flossenburg a Norimberga (Nurnberg – Langwasser) liberato dagli alleati nell'aprile del 1945. Tornerà a casa debilitato e cambiato nell'anima dopo anni di privazioni, morte e disperazione. ''Sono tanto cambiato'' ammetterà lui stesso in una lettera scritta alla moglie e inviatale prima di tornare a casa, quasi a prepararla. Una storia straordinaria di forza interiore e resistenza collettiva, una storia come quella di tanti altri che in quella notte a cavallo tra l'8 e il 9 settembre hanno fatto una scelta di campo visto che, come scrive lo stesso Somenzi, ''alle ore 21 (quasi due ore dopo il proclama di Badoglio ndr)  lo scrivente si recò al comando per ricevere ordini dal comandante, ordini che così si possono riassumere: Non attaccare; se attaccati, resistere con ogni mezzo; non uscire dalla caserma e ciò in ottemperanza a ordini superiori (...)''.

 

E poi l'attesa: ''Nessuno dei presidi era in collegamento telefonico. Alle 23 e 30 visitai tutte le guardie e nulla di nuovo venne riferito (...). Alle 0.30 mi recai a piedi nella caserma Maffei alle Gie e al Ginnasio Liceo. Nessuna novità mi venne riferita dai capi reparto. Alle ore 1.15 reparti tedeschi si presentarono alla Caserma Maffei ed intimarono la consegna della stessa. Uccisero la sentinella e senza attendere i minuti concessi aprirono il fuoco. Immediatamente la zona rimbombò dei diversi scoppi di artiglieri e si videro i riflessi dei lanciafiamme in azione. Sfruttando la posizione sovrastante la porta d'accesso, della mia stanza, lanciai bombe a mano sugli attaccanti che sorpresi, desistettero il forzamento dell'entrata e si ritirarono abbandonando sul terreno parecchi uomini tra morti e feriti e diverse armi automatiche capovolte e ribaltate''. E da lì in poi cominciò il riscatto del Paese.

 

 

 

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