“Fino al 1944 tutto tranquillo”: l'istituzione dell'Alpenvorland e il collaborazionismo trentino con i nazisti
Il 17 settembre 1943 le province di Trento, Bolzano e Belluno vengono unite nella Zona d’operazioni delle Prealpi, territorio cuscinetto che la Germania si annette di fatto, intrecciando finalità militari e vecchie rivendicazioni irredentiste. Verso i trentini i tedeschi mostreranno un atteggiamento favorevole, ma la situazione cambierà con il protrarsi del conflitto

TRENTO. “Nelle Province di Trento-Bolzano e Belluno viene istituito dalla Germania l’Alpenvorland, ‘Zona delle Prealpi’, in pratica amministrazione ‘nazista’. Infatti liberato Mussolini prigioniero sul Gran Sasso da parte dei tedeschi nell’Italia settentrionale non ancora occupata dagli alleati viene fondata dal Duce la Repubblica di Salò. Un vero caos politico! Noi però nel Trentino si era abbastanza tranquilli fino al 1944, poi successero fatti dolorosi”.
Francesco Cattoi, abitante di Lizzana, racconta così i passaggi istituzionali seguiti all’8 settembre 1943 (QUI l’articolo). Nella sua autobiografia, conservata presso l’Archivio di scrittura popolare della Fondazione Museo storico del Trentino, descrive il delinearsi di un contesto politico dove le esigenze belliche e le vecchie rivendicazioni irredentistiche si intrecciano, determinando diverse modalità di collaborazione con l’occupante tedesco.
Se dopo la liberazione di Mussolini dal Gran Sasso, avvenuta il 12 settembre, nel Centro-Nord verrà creata la Repubblica sociale italiana, nel Nord-est i tedeschi istituiscono due territori “cuscinetto” a difesa del Reich. A Est: Pola, Fiume, Lubiana (provincia italiana dal maggio ’41, dopo la spartizione nazifascista della Jugoslavia), Trieste, Gorizia e Udine sono unite nella Zona d’operazioni del Litorale adriatico. A Nord: Trento, Bolzano e Belluno formano invece la Zona d’operazioni delle Prealpi o Alpenvorland.
Qui l’atteggiamento tedesco si fa pragmatico e calcolatore, diversificandosi a seconda dei casi. Mentre Belluno, “pullulante” di ribelli, si renderà teatro di numerose operazioni antipartigiane, a Bolzano e Trento i malumori verso il fascismo e l’Italia vengono abilmente sfruttati dagli occupanti, che affidano il ruolo di commissario supremo al governatore del Tirolo Franz Hofer.
Sopra Salorno, nel 1943, vivono moltissimi cittadini del Reich. Nel 1939, infatti, i regimi nazista e fascista si sono accordati per far votare i padri di famiglia del gruppo tedesco mettendoli di fronte a due opzioni: rimanere in Italia o trasferirsi in Germania. La maggioranza ha optato per questa seconda soluzione ma la guerra ha bloccato le partenze verso Nord. Poche ore dopo l’annuncio di Badoglio, le truppe tedesche che da settimane attraversano in forze il corridoio del Brennero prendono controllo del territorio, venendo accolti con fiaschi di vino e corone di fiori. Per molti, in Alto Adige, l’8 settembre è una liberazione dal giogo italiano e fascista.
In Trentino, invece, la guerra ha riportato in superficie antichi malumori verso Roma; Hofer riesce dal canto suo abilmente a sfruttarli, garantendo una situazione più tranquilla per il transito dei rifornimenti e dei reparti diretti verso il fronte italiano. Il 18 settembre, un giorno dopo la proclamazione del distacco dell’Alpenvorland dallo Stato italiano, il commissario supremo convoca d’urgenza una riunione presso la Banca di Trento e Bolzano. Lo scopo? Dimostrare la buona volontà tedesca e eleggere la figura del commissario prefetto.
Alla riunione, quel giorno, sono presenti un ottantina di cittadini rappresentanti dei vari partiti, intellettuali e professionisti. Tra loro ci sono anche Adolfo de Bertolini, avvocato liberale già amministratore della città durante la Grande Guerra, e il socialista Gianantonio Manci; molti dei presenti figurano in una lista di antifascisti redatta dal prefetto fascista Italo Foschi, allontanato da Trento per volontà dello stesso Hofer. La scelta del consesso, con l’approvazione tedesca, va proprio su de Bertolini, nominato commissario prefetto.
Scriverà nel suo memoriale del dopoguerra: “Ho avuto nella subcoscienza la precisa sensazione che il compito, come già quello avuto durante la guerra mondiale, importava dei grandi sacrifici personali di sentimento, ma che l’ora imponeva di scegliere fra i due mali il minore; ho intravisto la sofferenza di migliaia e migliaia di persone che supplicavano assistenza, ebbi l’intuito di poter loro giovare e conclusi che il sacrificio del mio amor proprio era ben piccola cosa in confronto del bene che ne sarebbe potuto ridonare a molti”.
Per De Bertolini, finita la guerra, verrà aperta un'istruttoria, conclusa con un nulla di fatto. Deciso a tutelare la popolazione trentina dagli eccessi della guerra civile che infiamma la Repubblica sociale, con il passare dei mesi si troverà a far rispettare le direttive tedesche, su tutte la mobilitazione maschile con la creazione della milizia locale del Corpo di sicurezza trentino. Nato con scopi d’ordine pubblico, il Cst verrà utilizzato però anche per le operazioni antipartigiane. Come si legge nella circolare diramata da de Bertolini a tutti i Comuni il 9 febbraio ’44:
“Tutrice dell’ordine e di una pacifica convivenza, la Guardia sarà in grado di stroncare sul nascere ogni movimento inconsulto, sovversivo, nelle basi della Società, del quale si volessero giovare elementi irresponsabili. Essa impedirà che la collettività provinciale possa essere sommersa da elementi estranei, conserverà al Paese la sua impronta locale, tramandata dai padri; eviterà lo sfregio di quell’onesto costume, che ha fatto in passato della gente trentina, più che un popolo, una famiglia”.
Come indicato anche dal primo testimone di questa storia, Francesco Cattoi, sarà il 1944 dunque a portare con sé un vento nuovo. L’avanzare del conflitto si accompagna infatti allo sfruttamento sempre più capillare della popolazione locale, posta al servizio dello sforzo bellico nazista. Oltre alla mobilitazione maschile nel Corpo di sicurezza trentino, che arriverà a contare 3200 membri, migliaia di uomini e donne sono inquadrati nell’organizzazione Todt e nella Flak: la prima sostiene lo sforzo bellico tedesco, riparando le infrastrutture distrutte dai bombardamenti, la seconda è la contraerea che cerca di contrastare le ormai quotidiane incursioni alleate (QUI l'articolo sul bombardamento del 2 settembre).
I rifornimenti alimentari garantiti alla popolazione, utili a mantenere calma la situazione sociale, vengono drasticamente tagliati. Così racconta la militante cattolica Anna Menestrina, sfollata a Piné, nella sua cronaca dei due anni di occupazione: “ Subito dopo la messa vado a Madrano poiché oggi di distribuisce la carne. Mamma ne ha estremo bisogno. La sua convalescenza avrebbe necessità che non si possono soddisfare. Ed ella ne soffre. A Madrano c’è una cosa di circa 200 persone che aspettano il loro turno. Mi metto in fila. Sono appena le 8 e devo attendere fino alle 10.30 prima di poter arrivare sulla porta della macelleria! Che stanchezza. Pare di essere stroncati. Coma faranno a resistere a Trento quelli che devonon restare tante ore in piedi nei ricoveri o in piazza Venezia per 3-4 ore attendendo che passino le ore pericolose?”.














