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La lunga strada verso il progresso: quarantasei anni fa il Trentino diceva no al divorzio

Il 12 maggio 1974 i cittadini italiani venivano chiamati a pronunciarsi nel primo referendum abrogativo della loro storia sull'abrogazione della legge che nel 1970 aveva istituito il divorzio. Quasi il 60% votò "No", segnando una tappa fondamentale nel progresso democratico e dei diritti in Italia. Tra le regioni in cui vinse il "Sì", invece, figurava anche il Trentino-Alto Adige

Di Davide Leveghi - 12 maggio 2020 - 12:44

TRENTO. Ci sono date che marcano l'avanzamento d'un Paese e il 12 maggio 1974 è una di queste. Inserita in un solco inaugurato nel 1946, quando il popolo italiano (comprese per la prima volta 13 milioni di donne aventi diritto di voto) decise di chiudere la stagione della monarchia, compromessa da vent'anni di regime fascista, per aprire quella della repubblica, essa fissò un'ulteriore tappa verso il progresso democratico del Paese, ribadendo attraverso il primo referendum abrogativo della storia italiana il sì all'istituto del divorzio, e con questo ad un maggior riconoscimento dei diritti civili e del lungo e travagliato processo della secolarizzazione della società italiana.

 

Chiamato alle urne per esprimersi sull'abrogazione della legge Fortuna-Basini (1970) - con cui si disciplinavano i casi di scioglimento del matrimonio – voluta fortemente dalla Democrazia cristiana di Amintore Fanfani e dal Movimento sociale di Giorgio Almirante, il popolo italiano rispose di no con il 59,26% dei votanti. I risultati riflettevano una realtà italiana ancora profondamente contrassegnata da differenze territoriali, con il sud, esclusa la Sicilia, caratterizzato dalla persistenza di un radicato cattolicesimo di stampo conservatore. Anche il Nord-Est, però, respingeva il divorzio, ottenuto solo nel 1970 dopo che dall'ottenimento dell'Unità d'Italia nel 1861 la proposta di regolarlo era passata senza successo in Parlamento per ben 12 volte.

 

Il Trentino-Alto Adige del 1974, in cui l'Svp lasciava tra l'altro libertà di scelta ai propri elettori, rifiutava così il divorzio, opponendo il voto positivo (all'abrogazione) per un 50,6% contro un 49,4% di pareri negativi. Lievemente superiore era invece la percentuale dei veneti che non accettava una legge considerata dai vertici democristiani e dai neofascisti missini una catastrofe in grado di distruggere la famiglia, mortificare le donne (si sosteneva infatti che le donne, non lavorando, non potessero sostenersi una volta divorziate) e mettere a repentaglio l'ordine sociale.

 

 

Se da questo punto di vista il voto della destra radicale rispondeva ad una logica di difesa della società tradizionale, per il mondo cattolico il risultato del referendum evidenziava lo scollamento tra i vertici del principale partito e della Chiesa e la società cattolica italiana. Comunione e Liberazione mostrava un volto integralista, espellendo dall'organizzazione tutti i favorevoli al “No”, mentre il patriarca di Venezia, che di lì a qualche anno sarebbe salito al soglio pontificio come Giovanni Paolo I per un brevissimo pontificato, sciolse la sezione locale della Fuci, gli universitari cattolici, perché contro l'abrogazione.

 

Dall'altra parte, anche nel Trentino dell'arcivescovo conciliarista Alessandro Maria Gottardi, il cattolicesimo democratico, le Acli e alcune componenti della stessa Dc si schierarono con il fronte composto dai movimenti femministi, dai liberali, i repubblicani, i social-democratici, i socialisti, i comunisti (sulla spinta della base e nonostante la diffidenza della dirigenza) e i radicali. Emergeva infatti in questa fase la figura carismatica di Marco Pannella.

 

L'Italia uscita da quel referendum registrava una grande vittoria democratica per il progresso nei diritti civili di cittadini e cittadine, dimostrando di essere avviata su una strada di maggiore libertà e autonomia rispetto ai dettami istituzionali e religiosi. Pochi giorni prima del voto, il segretario democristiano Fanfani avrebbe espresso una profezia a suo giudizio apocalittica e avveratasi con il passare dei decenni: “Volete il divorzio? - chiedeva polemico in un comizio – allora dovete sapere che dopo verrà l'aborto. E dopo ancora, il matrimonio tra omosessuali. E magari vostra moglie vi lascerà per scappare con la serva!”.

 

Con qualche limite e la persistenza in alcuni casi di sacche di resistenza (si vedano gli obiettori di coscienza in Trentino), l'aborto veniva regolato da una legge nel 1978, confermata da un'altra consultazione referendario tre anni dopo, mentre solo nel 2016 le unioni tra omosessuali sarebbero state riconosciute, entrando così nell'ordinamento giuridico italiano. A tre anni dal referendum sul divorzio, invece, in un clima infiammato dal terrorismo e dalla violenza di piazza, l'attivista radicale Giorgiana Masi veniva uccisa in una manifestazione in cui si celebrava anche il risultato referendario. La strada per il progresso e l'avanzamento dei diritti è lunga e tortuosa, difendere le conquiste e le libertà un dovere.

 

Questo articolo inaugura uno spazio dedicato a riflessioni e approfondimenti storici chiamato: Viva la Repubblica! In questo si raccoglieranno articoli che si occupano delle conquiste democratiche nel segno della forma di governo che meglio di altre risulta capace di garantire parità di diritti, uguaglianza e giustizia. 

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