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"Sembrava un punto d'arrivo, ma lo fu di partenza": 75 anni fa l'accordo De Gasperi-Gruber

Lo studioso Luigi Fattorini descrive il contesto e le conseguenze a cui portò il patto De Gasperi-Gruber, con cui, 75 anni fa, i due ministri degli Esteri di Austria e Italia s'accordarono riguardo al futuro della minoranza tirolese al di qua del Brennero (prefazione di Davide Leveghi)

Di Luigi Fattorini (con prefazione di Davide Leveghi) - 05 settembre 2021 - 11:42

TRENTO. Il 5 settembre 1946 i ministri degli Esteri austriaco Karl Gruber e italiano Alcide De Gasperi firmavano il patto con cui si riconosceva la tutela dei diritti culturali e politici della minoranza tirolese in Italia. La popolazione dell’Alto Adige, già al centro delle politiche snazionalizzatrici fasciste e dell’orrido accordo nazifascista sulle Opzioni (QUI un approfondimento), avrebbe così ottenuto l’autonomia, sancita poi dalla Costituzione – tuttavia, non senza limiti che ne avrebbero richiesto una radicale riforma.

 

Fu, quel patto, una tappa cruciale per le popolazioni di lingua tedesca, italiana e ladina che fino al 1918 facevano parte dell’Impero austro-ungarico. Non solo per chi aveva visto i suoi diritti negati dall’oppressione aggressiva del nazionalismo fascista, ma anche per i trentini, che finalmente, dopo oltre un secolo di rivendicazioni, ottenevano l’agognato autogoverno delle proprie valli. Alla base di queste importanti novità, però, non mancarono dei tarli ben presto forieri di aspri conflitti.

 

Il contesto in cui avvenne l’accordo era quello delle trattative di pace, in cui sia Italia che Austria figuravano come Paesi sconfitti. La prima, a differenza della seconda, aveva però dimostrato la capacità di reagire, opponendo un combattivo fronte antifascista – alla radice dell’Italia democratica – e quindi presentandosi alle potenze alleate come meritevole di maggior clemenza. E così avvenne per il confine del Brennero, mentre ad Est, dove all’Italia si opponeva la nascente Jugoslavia comunista, nata dallo sforzo bellico del più grande movimento di Resistenza in Europa, le cose sarebbero andate diversamente.

 

C’è, sullo sfondo delle trattative di pace, un convitato di pietra: il nazionalismo. Esasperato dal regime fascista, era presente prima come lo sarà dopo - e non è un caso che la ferita di Trieste brucerà per molto tempo, così come quella per l’Istria e in misura minore la Dalmazia, tanto che tuttora, specialmente a cavallo di certi anniversari, non mancano le rivendicazioni e le sciovinistiche nostalgie.

 

Il nazionalismo, appunto. È curioso che il volto delle trattative, quello del principale rappresentante della nuova Italia democratica e antifascista, nata dalla Resistenza, fosse quello di chi, durante la Grande Guerra, da trentino tirolese di ispirazione cattolica e moderata non si distinse certo per le professioni di fede filo-italiane. Eppure, nel 1946, Alcide De Gasperi fece sentire il proprio grido di dolore per la perdita dei territori orientali, mentre nell’impalcatura autonomistica trentino-altoatesina decise di legare le sorti del gruppo tedesco a quelle dei trentini, rovesciando le proporzioni che avevano tenuto in minoranza l’italiana (di lingua) Trento fra i tedeschi del Tirolo.

 

Il legame di Bolzano con Trento sarebbe stato all’origine della nuova spinta autonomistica sudtirolese. Una spinta superata a destra dal terrorismo separatista, con cui l’Alto Adige (ma non solo), precipitò nell’incubo delle bombe. A rimpolpare le fila dell’Svp, il partito etnico di raccolta dalle disparate anime, così come del Bas, il "Fronte di liberazione del Sudtirolo", c’erano molti ex Optanti. Il più celebre quel Silvius Magnago padre dell’autonomia sudtirolese che perse una gamba con la Wehrmacht sul fronte russo.

 

Attorno alle Opzioni, ancora una volta, si giocò una dura partita, questa volta sui ritorni di coloro (una minoranza) che erano riusciti a partire verso il Reich o avevano perso la cittadinanza italiana, acquisendo quella tedesca. Come avvenuto del resto in tutta la questione altoatesina, dal ’45 in poi, l’Italia avrebbe alternato posizioni nette ad aperte concessioni: e così alla fine degli anni ’50, i procedimenti per il riottenimento della cittadinanza italiano segnarono un bilancio di 115.823 riconferme tra i non naturalizzati, 40.812 tra i naturalizzati e 44.691 tra gli emigrati nel Reich. Le esclusioni, riguardanti coloro che si erano distinti per la fede nazista, non furono che 4000 circa.

 

Questione di confine, il patto De Gasperi-Gruber non si può capire se non in connessione con la vicenda orientale. È l’altra faccia della medaglia, sotto molti aspetti, delle cocenti perdite in Venezia Giulia. Fu, invece, per il solo territorio fra il Brennero e Borghetto d’Avio un passaggio centrale ma non definitivo. E questo non solo per i successivi travagli politici, ma anche perché quel contenitore entro cui furono tenuti assieme trentini, altoatesini e sudtirolesi, ora non è che un guscio vuoto, svuotato di significato e competenze dalle due entità provinciali nate nel 1972, con l’entrata in vigore del secondo Statuto d’autonomia (prefazione di Davide Leveghi).

 

Tutto questo è contenuto e sviluppato nell'articolo che pubblichiamo qui di seguito, a firma dello studioso del confine orientale Luigi Fattorini (QUI un suo articolo sul Trattato di Rapallo).

 

"E' stato uno dei problemi dei confini italiani. Sin quasi da dopo l'Unità. E venne risolto solo dopo un lungo percorso. Che cominciò settantacinque anni fa.

 

L'Alto Adige è un nome che ne evoca altri. In primis irredentismo, confini naturali, Prima guerra mondiale, Brennero, Ettore Tolomei, fascismo di confine, italianizzazione. E altri ancora a seguire. Tra questi altri c'è pure il riferimento all'accordo De Gasperi-Gruber, del 5 settembre 1947. 75 anni fa. Fu con quell'accordo che il problema dell'Alto Adige poté almeno cominciare a risolversi.

 

Come però spesso accade, non furono circostanze spontanee a portare a quell'accordo. Fu semmai un insieme di concause. In gran parte esogene. Sullo sfondo, c'era anzitutto la tragedia della seconda guerra mondiale. E delle varie ridefinizioni. Come quelle dei confini.

 

E qui si parte già con un dato curioso. Perché dopo la guerra Italia e Austria, paesi sconfitti, in realtà non ritenevano di essere sconfitti davvero. Credevano in un qualche modo di avere una certa voce. Almeno per le questioni che li riguardavano. Gli austriaci infatti, ritenevano di essere stati "vittime" del nazismo. Invece che pure 'complici'. E complici in prima linea soprattutto. Come l'entusiasmo per l'Anschluss nel 1938, nonché il seguito, avevano dimostrato.

 

Gli italiani analogamente facevano affidamento su quanto fatto dopo l'8 settembre del 1943: guerra di liberazione, Resistenza, lotta partigiana. E contavano con ciò di perdere, sì, l'Etiopia e l'Albania conquistate da Mussolini. Ma di salvare le colonie prefasciste. Così come di mantenere abbastanza integri i confini. Non solo ad ovest coi francesi e a nord con gli austriaci, ma tutto sommato anche ad est con gli jugoslavi.

 

Ma la realtà non ci mise molto a palesarsi. La richiesta austriaca di riavere il Sudtirolo venne respinta. Perfino la richiesta di plebiscito (che significava la stessa cosa) venne negata. Allo stesso modo agli italiani fu imposta, tra le varie, la perdita di tutte le colonie. E soprattutto quella dell'Istria.

 

Così non rimanevano che le trattative dirette tra sconfitti. Anche perché entrambe le parti avevano interesse a risolvere la questione. Gli austriaci volevano rientrare in qualche modo dalla finestra. Dopo essere stati buttati fuori dalla porta. Gli italiani cercavano invece di istituire un parallelismo. Discutere della tutela dei sudtirolesi (a questo si era ridotto il problema), significava infatti creare un precedente (o almeno tentare di crearlo: cosa che poi non avverrà) per gli italiani dell'Istria, di Fiume e di Zara che sarebbero passate alla Jugoslavia.

 

Così, a Parigi, venne raggiunto l'accordo ai primi di settembre del 1946. E' rimasta nota la fotografia dei due rappresentanti di governo (Alcide De Gasperi e Karl Gruber) che si stringono la mano. Immortalati dai fotografi.

 

L'accordo era abbastanza breve ed esplicito. Al primo articolo garantiva 'completa eguaglianza di diritti' per la minoranza di lingua tedesca, nell'uso della lingua in pubblico e nelle scuole, nelle assunzioni pubbliche, così come nei registri anagrafici. Al secondo articolo si stabiliva addirittura l'autogoverno legislativo ed esecutivo. Al terzo, le questioni riguardanti i riflessi sui rapporti tra i due paesi (la questione - scabrosa - del rientro degli optanti, cioè di coloro che nel 1939, in forza degli accordi tra Mussolini e Hitler, si erano trasferiti nel Reich; la questione del traffico di frontiera; e altro).

 

Tutto finito? Non proprio. Perché quello che sembrava un punto di arrivo, in realtà sarà anche un punto di partenza. L'attuazione dell'accordo infatti non sarà priva di contraccolpi. Specie per quello che riguarderà il punto sull'autonomia. Gli italiani infatti, creando le regioni, istituiranno nel 1948 quella del Trentino-Alto Adige. E sarà su questo versante che verrà declinata l'autonomia. Smorzando quindi, con la forza numerica dei trentini, quella dei sudtirolesi.

 

Il seguito è abbastanza noto. Vi saranno le richieste di separazione da Trento (il 'Los von Trient!'). L'esplodere del terrorismo (sobillato anche dai vecchi filonazisti locali, incautamente fatti rientrare come se niente fosse). E le azioni dell'Austria all'ONU per far rispettare l'accordo (che era stato allegato al Trattato di pace italiano, firmato - sempre a Parigi - nel 1947).

 

Per tutto questo serviranno ancora decenni per giungere a una soluzione. Solo negli anni '70 la questione verrà risolta sul piano interno, con la riforma dello statuto regionale e la creazione delle due Province autonome di Trento e Bolzano. Mentre sul piano estero bisognerà attendere addirittura gli anni '90.

 

E nonostante oggi, il modello dell'Alto Adige sia considerato uno dei più virtuosi, se non il più virtuoso, in tema di autonomie locali e rispetto delle minoranze (e ciò più che giustamente), questo non significa che i malumori (e malumori su scala considerevole s'intende) siano del tutto cessati. Come la cronaca di tanto in tanto ci ricorda".

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