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Un confine senza pace: cento fa anni fa veniva firmato il Trattato di Rapallo. Quando Mussolini voltò le spalle a D'Annunzio

Lo studioso del confine orientale Luigi Fattorini dedica la sua attenzione all'anniversario del Trattato di Rapallo, accordo firmato cento anni fa dal Regno d'Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, con cui si chiuse (almeno temporaneamente) la questione adriatica. La soluzione fu foriera di conflitti, vero e proprio capolavoro dell'opportunismo mussoliniano, che dopo aver sostenuto l'Impresa di Fiume avrebbe voltato le spalle al rivale Gabriele D'Annunzio

Di Luigi Fattorini - 13 novembre 2020 - 11:24

TRIESTE. Nodo centrale della più calda eredità della Grande Guerra, il Trattato di Rapallo di certo non mise un punto alla questione del confine orientale. Anzi, l’approvazione da parte di Mussolini tramite le pagine de Il Popolo d’Italia della soluzione trovata da Giolitti e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, creò non pochi dissidi all’interno del nazionalismo italiano e di molti fascisti giuliani e dalmati, delusi dal passo indietro del capo del fascismo.

 

La questione, secondo le logiche di Mussolini, doveva essere assopita per concentrare ogni energia sulla lotta interna contro i socialisti. All’est ci si sarebbe pensato poi, e così effettivamente fu. L’opportunismo del duce del fascismo si manifestava chiaramente e l’esperimento fiumano sarebbe stato di lì a breve soffocato nel celebre "Natale di sangue". Messa da parte la scomoda figura del Vate, le trattative con Belgrado avrebbero preso nuovamente avvio, culminando nel Trattato di Roma (1924) e nella suddivisione dello Stato libero di Fiume.

 

Risolta (in parte) la “mutilazione” subita con il Patto di Londra, nei territori passati al Regno il regime istituzionalizzava le vessazioni contro i nuovi cittadini di lingua slava, dando allo scontro etnico che da un secolo caratterizzava la regione un’accelerazione. Il Trattato di Rapallo fu così una storia di delusioni cocenti e fiducia tradita, di soluzioni temporanee e opportunità. Tappa decisiva per gli equilibri della zona, rappresentò il capolavoro dell’equilibrismo mussoliniano, che negli anni a venire avrebbe rincofocolato le braci dell’odio etnico.

 

Qui di seguito pubblichiamo per l’occasione un articolo scritto dallo studioso di storia contemporanea Luigi Fattorini, specializzato proprio nella vicenda del confine orientale.

 

L'anniversario che abbiamo toccato ieri è in cifra tonda. Esattamente cento anni fa, il 12 novembre 1920, veniva sottoscritto il Trattato di Rapallo, con il quale si stabilivano i nuovi confini orientali del Regno d'Italia dopo la vittoria nella Grande Guerra, sul versante del neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Il Trattato di Rapallo chiuse sostanzialmente la questione adriatica, che si era aperta all'indomani della fine della guerra, dopo l'apertura della conferenza di pace di Parigi.

Com'è noto, l'Italia si era presentata al tavolo della pace, chiedendo l'annessione dei territori occupati a fine guerra, dopo l'armistizio con l'Austria-Ungheria, entro la linea stabilita nel 1915 col Patto di Londra, cioè quelli fino alla displuviale (su un versante fino al Brennero, cioè includendo il Trentino e l'Alto Adige, e sull'altro fino alla linea tra le Alpi Giulie, il monte Nevoso e il golfo del Quarnaro, cioè includendo le terre della contea di Gorizia e Gradisca, di Trieste, della Carsia, dell'Istria con le isole di Cherso e Lussino), più una parte considerevole della Dalmazia, con una fetta di terraferma tra Zara e Sebenico e la maggior parte delle isole. Oltre a ciò, il governo italiano aveva chiesto l'annessione anche di Fiume, in quanto città abitata perlopiù da italiani.

Le richieste dell'Italia si scontrarono però con la nuova realtà di fatto (la dissoluzione dell'Impero Austroungarico, con la conseguente nascita di nuovi stati, come il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni sotto la monarchia serba dei Karadjordjević) e in particolare con l'opposizione degli Stati Uniti del presidente Wilson, non firmatario del Patto di Londra e soprattutto fautore del principio di autodeterminazione dei popoli.

Gli Stati Uniti, se erano disposti a riconoscere comunque all'Italia il confine al Brennero con l'Austria (includendo quindi in territorio italiano anche terre abitate da genti di lingua tedesca), non erano altrettanto disposti a riconoscere la frontiera orientale alla displuviale, proponendo una linea di compromesso tra fattori etnici, geografici ed economici, la quale attribuiva all'Italia solo la contea di Gorizia e Gradisca, Trieste, e il grosso dell'Istria con l'isola di Lussino, assegnando invece alla Jugoslavia la Carsia, la parte orientale della penisola istriana, oltre a Fiume e alla Dalmazia e a tutte le isole.

Il muro contro muro tra Wilson e la delegazione italiana portò prima all'abbandono della conferenza da parte del governo Orlando e quindi, nel giugno del 1919, alla caduta del ministero e al nuovo gabinetto Nitti. Ma la situazione rimase sostanzialmente in stallo, anche nei mesi a seguire, sia prima che dopo il trattato di pace con l'Austria del settembre del 1919, con cui si stabilì solo la frontiera del Brennero. Anzi, la tensione salì dopo il colpo di mano su Fiume effettuato negli stessi giorni da parte di un manipolo di uomini con alla testa Gabriele d'Annunzio.

Nel giugno del 1920, la caduta del secondo governo Nitti, sconfitto alla Camera sulla proposta di aumento del prezzo del pane, portò al ritorno al potere di Giovanni Giolitti. Politico navigato, Giolitti capì che i nodi della politica estera italiana, a cominciare dalla questione adriatica, andavano ormai risolti, a più di un anno dalla fine della guerra.

Il primo passo del nuovo governo, col ministro degli esteri Carlo Sforza, fu la normalizzazione della situazione in Albania. Sempre ai sensi del Patto di Londra, l'Italia avrebbe dovuto annettere Valona e costituire un protettorato sullo stato albanese, che peraltro, sempre ai sensi dello stesso trattato poteva venire spolpato a nord e a sud assegnandone parti rispettivamente ai serbi e ai montenegrini e ai greci. La spartizione di territorio albanese con i greci venne precisata dall'accordo Tittoni-Venizelos dell'anno precedente, che creò ondate di malcontento in Albania contro i presidi italiani. Per rinforzare i contingenti militari, venne predisposto l'invio di nuove truppe oltremare, ma ad Ancona i soldati si ammutinarono, con conati anche spiccatamente rivoluzionari connessi a quelli del Biennio rosso.

Per cui, il governo decise di venire a patti con gli albanesi sottoscrivendo in agosto il trattato di Tirana, con cui l'Italia rinunciava a Valona e al protettorato sullo stato albanese, annettendosi solo lo scoglio disabitato di Saseno per il controllo del canale di Otranto.

Il passo successivo non poteva che essere l'accordo con la Jugoslavia. Il momento era particolarmente propizio: Wilson era uscito di scena da qualche mese, anche per ragioni di salute, e Gran Bretagna e Francia, su cui il governo di Belgrado aveva fatto affidamento per contenere l'espansione italiana in Adriatico, non erano più disposte a sostenere gli jugoslavi. In particolare, al ritiro italiano dall'Albania, Sforza aggiungeva una linea politica di sostegno da parte dell'Italia alla Jugoslavia, già allora dilaniata dai contrasti tra la classe dirigente serba e quelle croata e slovena. In pratica un ribaltamento rispetto alla linea politica dell'anno addietro.

Il costo di tutto ciò sarebbe stato il riconoscimento pieno della sovranità dell'Italia sui territori entro la linea della displuviale (con qualche piccolo ritocco per difetto), cioè sulla ex contea di Gorizia e Gradisca, Trieste, la Carsia e l'Istria, e, sul mare, sulle isole di Cherso e Lussino (tutti territori che verranno ridenominati in blocco come "Venezia Giulia"), con in più il sorgere, contiguamente al nuovo confine orientale, di uno Stato Libero di Fiume. Per quanto riguardava la Dalmazia, l'Italia vi rinunciava, essendo territorio abitato perlopiù da croati, tenendosi solo Zara (l'unica città dalmata con una presenza maggioritaria di italiani) e le isole di Lagosta e Pelagosa.

Fu su questo schema che, convocata ai primi di novembre la conferenza a Villa Spinola, vicino Rapallo, venne firmato l'accordo. Alla fine, tra gli jugoslavi furono vinte le opposizioni dei politici sloveni e croati, poco intenti a lasciare all'Italia i territori della Venezia Giulia dove, assieme a una popolazione italiana (prevalente soprattutto nelle città) c'era anche una cospicua popolazione slovena e croata (prevalente praticamente in tutte le campagne e in diversi borghi e località periferiche). Da parte italiana si ottenne che alla minoranza italiana della Dalmazia divenuta jugoslava venisse riconosciuta la possibilità di ottenere la cittadinanza italiana senza l'obbligo di trasferirsi in Italia. La sistemazione dello status di Fiume avvenne anche concedendo alla Jugoslavia la parte più orientale del porto, quella oltre il Delta, nota come porto Baross, tramite un protocollo segreto annesso al trattato.

Il Trattato di Rapallo venne ratificato alla Camera nelle due settimane successive, e incontrò l'assenso presso gran parte dell'opinione pubblica italiana, ormai concentrata più sui problemi interni che su quelli di politica estera. Tra le voci favorevoli vi fu anche quella di Benito Mussolini. Il fondatore dei Fasci di Combattimento, dalle pagine del suo giornale, "Il Popolo d'Italia", invitò ad accettare l'accordo in termini più positivi che negativi. L'assenso di Mussolini al Trattato di Rapallo fu il primo passo tangibile di quello che sarà l'accordo con Giolitti per l'inclusione dei candidati fascisti nelle liste dei "Blocchi nazionali" alle elezioni politiche del 1921.

La firma del Trattato di Rapallo sancì al contempo la fine dell'esperienza fiumana di D'Annunzio, esperienza che era stata mossa con l'intento di avviare un cambiamento drastico della politica in Italia dopo la guerra, partendo dal nodo passionale di Fiume, e che aveva portato sul finire alla costituzione della Reggenza Italiana del Carnaro. In risposta al Trattato di Rapallo, D'Annunzio fece occupare dai legionari le isole di Veglia e di Arbe, e proclamò la resistenza ad oltranza, credendo di poter contare anche sull'appoggio dei contingenti italiani in Dalmazia, comandati dall'ammiraglio Enrico Millo, che ai sensi del trattato avrebbero dovuto iniziare a sgombrare. Il governo, per risposta, fece assediare la città a fine dicembre e costrinse alla resa la resistenza legionaria al termine del famoso "Natale di Sangue".

Il Trattato di Rapallo chiuse sostanzialmente la questione adriatica, anche se a Fiume la situazione non si normalizzerà. L'esperienza dello Stato Libero verrà infatti soffocata sul nascere da disordini organizzati dai fascisti della Venezia Giulia, e dal 1922 Fiume verrà commissariata per poi passare anch'essa all'Italia, con un nuovo trattato siglato con la Jugoslavia nel febbraio del 1924, da Mussolini ormai al governo.

Il confine orientale dell'Italia tracciato con il Trattato di Rapallo, e aggiustato poco dopo su Fiume, resterà fino al 1941, quando l'Italia fascista parteciperà all'invasione della Jugoslavia, annettendosi unilateralmente alcuni territori al di là. A fine guerra, sulle ceneri della vecchia Jugoslavia monarchica, la nuova Jugoslavia comunista del maresciallo Tito otterrà dall'Italia sconfitta la rettifica delle vecchie frontiere, tra cui l'acquisto di Zara, di Fiume e di quasi tutta l'Istria, oltre alla Carsia e a gran parte del Goriziano. Un passaggio di consegne a cui seguirà soprattutto l'abbandono forzoso della comunità italiana dei territori istriani, quarnerini e dalmati". 

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