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Le Opzioni come tradimento dell'Heimat e "ritorno alla Grande patria". Obermair: "Il nazismo agì su una società già disposta all'autoritarismo"

Il 21 ottobre 1939 si firmavano le "Norme per il rimpatrio dei cittadini germanici e per l'emigrazione di allogeni tedeschi dall'Alto Adige alla Germania", altra tappa decisiva dell'accordo per le Opzioni con cui i cittadini di lingua tedesca dell'Alto Adige (e non solo) avrebbero dovuto decidere se trasferirsi nel Reich o rimanere in Italia. Una mostra a Castel Tirolo indaga la propaganda a favore della partenza attraverso materiali mai visti. Lo storico Hannes Obermair: "Uno sguardo sull'abisso etnico"

Di Davide Leveghi - 21 ottobre 2020 - 18:28

BOLZANO. Quei lunghi mesi passati tra l'accordo del 23 giugno 1939 e il 10 gennaio del 1940, giorno in cui si comunicava per la prima volta il risultato delle Opzioni, vide trasformarsi l'Alto Adige in una vera e propria arena di scontro fra le opposte e speculari propagande. Da una parte il regime fascista, che accantonato il progetto di snazionalizzare la minoranza tedescofona, cercava per lo meno di evitare un'emorragia di popolazione verso il Reich, dall'altra parte i nazisti che puntavano a “una mobilitazione spirituale” per far “rientrare” nel seno della “Grande Germania” anche i tedeschi del Sudtirolo.

 

La nazificazione del Sudtirolo, “tamponata” male e confusamente dalle autorità fasciste (su tutti dal prefetto Giuseppe Mastromattei, la più prestigiosa “testa” che salterà di fronte alla schiacciante sconfitta delle Opzioni), creava un cortocircuito identitario non indifferente. Come faceva una popolazione profondamente legata alla propria Heimat, la piccola patria, a rinunciare al proprio territorio? Perché, in conclusione, oltre 210mila su 267265 allogeni di lingua tedesca delle zone interessate dalle Opzioni votarono compattamente per lasciare l'Alto Adige e trasferirsi nel Reich?

 

Il coacervo di motivazioni non può certo esaurirsi in un articolo di giornale, ma è indubbio come la mancanza di prospettive nell'Alto Adige italiano e fascista così come l'alleanza fra i due totalitarismi neri – da parte sua Hitler, già nella prima edizione del Mein Kampf, aveva rinunciato a ogni rivendicazione sull'Alto Adige, stabilendo la cosiddetta “parola d'ordine del silenzio” ('Die Parole des Schweigens') – avesse spinto la popolazione di lingua tedesca nelle braccia del nazismo.

 

Proprio il 21 ottobre 1939, le “Norme per il rimpatrio dei cittadini germanici e per l'emigrazione di allogeni tedeschi dall'Alto Adige alla Germania” venivano firmate, marcando un'altra tappa verso la “metamorfosi etnica” del territorio altoatesino, i cui equilibri erano già stati consistentemente cambiati dalla costruzione della zona industriale di Bolzano, dove migliaia di italiani erano affluiti specie dalle regioni settentrionali del Regno, trasformando il volto della città.

 

Nel gruppo tedesco, questo evento significò l'intensificazione della propaganda per il “rimpatrio”, mentre si creava un'amministrazione parallela nazista formata dalle organizzazioni clandestine locali e da funzionari provenienti dal Reich. Il Vks (Völkischer Kampfring Südtirols) si trasformava in Ado, 'Associazione degli optanti per la Germania', vero e proprio “direttore d'orchestra” dell'adesione collettiva sudtirolese al trasferimento nel Reich, mentre l'opposizione cattolica all'antifascismo veniva sempre più marginalizzata. Paradossalmente, i sostenitori dell'attaccamento alla “piccola patria tirolese” vennero tacciati come traditori.

 

I tentativi di nazificazione non agiscono su una tabula rasa ma si inseriscono su un carattere sociale già disposto ad un modello politico autoritario – spiega Hannes Obermair, storico sudtirolese curatore della mostra “Ja! La Grande Germania chiama!”, visitabile al Museo storico-culturale della Provincia di Bolzano di Castel Tirolo – c'è una disposizione di lunga durata, cattolica e di sudditanza imperiale ("für Gott, Kaiser und Vaterland"), un modello antirivoluzionario, illiberale e anti-illuminista, che caratterizza gran parte della popolazione sudtirolese”.

 

Su tale tendenza, amplificata dal bellicismo della Grande Guerra e dal fascismo, il modello del fascismo tedesco, di un fascismo giusto per lingua, si innesta senza troppe difficoltà. Calza a pennello, si può dire. L'elemento völkisch, l'assolutizzazione dell'aspetto etnico, compie la grande promessa di un corpo sociale unico, in cui l'individuo si dissolve nella collettività. Come mai l'86% circa dei sudtirolesi emigra e contraddice il valore del 'Blut und Bloden', del 'Sangue e suolo'? Perché la biopolitica tedesca propone di abbandonare una piccola patria per una patria più grande”.

 

È un doppio cortocircuito, dunque, quello che vivono i sudtirolesi. Da una parte si tradisce il radicamento alla terra propagandato dalla retorica völkisch, dall'altra l'attaccamento alla piccola patria tirolese. “Il binomio sangue e suolo richiede in questo caso che si abbandoni il suolo e si privilegi il sangue – spiega Obermair – c'è un richiamo atavico. I bozzetti esposti nella mostra di Castel Tirolo, appartenenti a un sudtirolese nazista volontario delle SS, indaga proprio questo elemento di un corpo politico che si vuole disciplinare in senso nazista. Si vogliono trasformare i sudtirolesi in un elemento del corpo organico nazista, e nazificazione significa eliminazione della diversità e obbedienza cieca. Per questo le didascalie sui disegni esprimono solo comandi”.

 

Ma cosa avvenne in quei mesi passati alla storia per la cosiddettaPropagandaschlacht”, 'la battaglia della propaganda'? “Secondo la mia analisi, convalidata dalla mancanza di riferimenti nella principale letteratura, questo materiale non circolò mai. Non aveva lo spazio per farlo, avendo da una parte i fascisti che ostacolavano la propaganda nazista e dall'altra i nazisti che non volevano infastidire l'alleato. D'altra parte, però, danno uno sguardo all'abisso etnico collettivo. Le Opzioni per le due dittature fu un'operazione win-win, finita poi per essere un incredibile successo di politica estera nazista e uno smacco per i fascisti, che videro fallire totalmente l'italianizzazione. La vittoria per la Germania era nondimeno già scritta, vista la presenza capillare sul territorio delle organizzazioni naziste sudtirolesi”.

 

Eppure, nel lungo dopoguerra, le Opzioni sono state presentate con una certa tendenza vittimistica. I sudtirolesi, secondo la vulgata più popolare, erano stati oggetto e non soggetto di macchinazioni dei totalitarismi italiano e tedesco. Non a caso, chi ha cercato di smitizzare questo racconto è andato incontro alle scomposte reazioni della società del posto.

 

Il Vks è un attore fanatico, una declinazione regionale del nazismo. È il vero e proprio regista delle Opzioni, a cui si oppose una parte decisamente minoritaria che optò per l'Italia o non si dichiarò affatto (cosiddette “Opzioni grigie”, ndA). A nulla valsero i tentativi tardivi delle autorità italiane, tramite il Dolomiten ad esempio, di fare propaganda a favore del rimanere. Per le organizzazioni, come l'Andreas Hofer Bund, antinaziste e antifasciste, era scomodo farsi utilizzare dagli italiani, considerati dei falsi amici”.

 

Con le affermazioni di Messner della fine degli anni '80, che misero il dito nella piaga, facendo notare la contraddizione tra l'Heimat e la scelta di partire, e la mostra 'Option Heimat Opzioni', la più visitata di sempre in Alto Adige, dopo 50 anni si smossero finalmente le acque, rimettendo in discussione a livello pubblico una visione vittimistica dell'evento”.

 

L'atteggiamento dei sudtirolesi di fronte alle Opzioni e nei confronti del nazismo smise così di essere tabù (con Hannes Obermair, tra l'altro, ne avevamo parlato in riferimento all'8 settembre 1943, vissuto dai tedeschi dell'Alto Adige come una “ surreale liberazione”), come dimostrato anche da questa mostra. “Il mio è stato un lavoro di decostruzione di questo nuovo materiale attraverso i mezzi della storia. A questo si aggiunge un aspetto inscindibile, quello della decostruzione estetica di Riccardo Giacconi, un artista di Macerata che si è appropriato dei codici etnocentrici e razziali e si riscrivono in forma parodistica – conclude – è una guerriglia comunicativa”.

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