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Quando il fascismo strappò ai campi i terreni per le fabbriche. 85 anni fa il fascismo istituiva la zona industriale di Bolzano

Al centro della polemica storiografica sulla colonizzazione o meno dell'Alto Adige, la zona industriale di Bolzano venne istituita a partire dal 1934 per sfruttare l'abbondanza di energia idroelettrica ma soprattutto per dare un'accelerata all'italianizzazione della provincia, richiamando nel capoluogo atesino centinaia di lavoratori italiani e cambiando così gli equilibri etnici

Di Davide Leveghi - 29 settembre 2019 - 20:08

TRENTO. Nel settembre 1934 il regime fascista, su iniziativa dell'inflessibile prefetto Giuseppe Mastromattei, deliberava “uno schema di provvedimento portante disposizione a favore del Comune di Bolzano” in cui si disponeva per la durata di un decennio la concessione di contributi e agevolazioni fiscali per la creazione nel capoluogo atesino di “stabilimenti industriali tecnicamente organizzati e per l'ampliamento e la trasformazione di quelli già esistenti”.

 

Era la base per la costruzione della zona industriale di Bolzano, con cui – come fece notare non senza vittimismo la storiografia sudtirolese del dopoguerra – strappando terreno ai meleti e ai frutteti agli agricoltori del posto, si impiantavano importanti industrie nel zona sud della città. Di lì a qualche anno, ad una notevole velocità per quei tempi e nelle difficili condizioni dell'isolamento internazionale, dell'autarchia e delle sanzioni per l'aggressione all'Etiopia, sarebbero stati stati costruiti stabilimenti come le Acciaierie Falck, l'Industria nazionale Alluminio, la Lancia, e molte altre.

 

“Il motivo principale della scelta di Bolzano era di ordine politico – spiega Giorgio Mezzalira, storico altoatesino – poiché, come scriveva qualche anno prima Mussolini al prefetto, si voleva togliere il carattere tedesco all'Alto Adige cambiandone gli equilibri etnici, e cioè richiamando manodopera italiana. La prima fase dell'italianizzazione, infatti, non aveva dato i risultati sperati, così con Mastromattei si diede avvio alla seconda”.

 

Mastromattei giunse a Bolzano nel 1933 prendendo il posto di Giovanni Battista Marziali. “Prefetto fascista, anzi fascista prefetto”, doveva contenere l'avanzata del nazionalsocialismo in provincia dopo l'ascesa di Hitler, imprimendo all'italianizzazione dell'Alto Adige, nei campi come nelle industrie, nelle città come nelle valli, una svolta decisiva e inarrestabile.

 

Sfruttando i suoi agganci e le conoscenze personali nel mondo dell'industria, pose le basi per lo sbarco sul suolo altoatesino di importanti nomi dell'industria nazionale. “C'è anche un aspetto economico, oltre a quello politico – continua Mezzalira – poiché si volle cambiare il volto della provincia, facendola uscire dal primato dei settori primario e terziario, fino a quel momento di impronta tedesca. Non a caso i sudtirolesi considerarono l'industria un corpo separato”.

 

“Le ragioni – prosegue – per cui vennero nomi grandi e non dell'industria non erano solo strumentalmente interessate ai piani del regime e alle agevolazioni. Il “carbone bianco”, l'energia idroelettrica, favoriva le produzioni giunte in Alto Adige, Falck, ad esempio, aveva l'obiettivo di divenire leader nazionale nell'acciaio, sfruttando anche la vicinanza con la Germania, da cui proveniva il materiale ferroso. La provincia, in generale, era appetibile per accesso alle materie prime”.

 

L'esproprio delle terre ai contadini, “marchio di fabbrica del fascismo”, è il primo passo per la costruzione della zona industriale. L'afflusso di manodopera da tutta Italia, con operai che si erano visti i tradizionali canali di ricerca lavoro, cioè l'emigrazione all'estero, bloccati, fu il secondo. Il piano urbanistico di Marcello Piacentini, architetto fascista autore del celebre Monumento alla Vittoria, stabilì la creazione di quartieri operai che potessero dare alloggio alle centinaia di lavoratori dalle altre regioni del Paese, specie da Veneto, Lombardia e Friuli.

 

Tutto ciò portò nel dopoguerra al dibattito, tuttora aperto, sull'utilizzo del termine colonizzazione/colonialismo per la politica fascista in Alto Adige. Una definizione di fronte a cui Mezzalira si mostra cauto: “Non so quanto possa essere corretto, di certo è una politica di conquista in cui si usarono diversi strumenti per vessare la popolazione di lingua tedesca, su cui il regime batté nella sua propaganda dell'Italia civilizzatrice. Ricordiamo che anche i meridionalisti di sinistra parlano di una colonizzazione del Sud da parte del Nord. È un termine interpretato in maniera diversa”.

 

Sotto Mastromattei si firmarono pure gli accordi delle Opzioni. Era la sanzione definitiva del fallimento della politica assimilazionista fascista, l'inevitabile esito delle politiche perverse dei due regimi, che concludevano – o almeno così si credeva a Roma – la questione della minoranza tedesca in Italia. La crescente presenza nazista in Alto Adige, le difficoltà a contenerla e i risultati disastrosi delle Opzioni causarono la sostituzione di Mastromattei.

 

Poi vennero la guerra, l'8 settembre, l'Alpenvorland, la Resistenza – o meglio le Resistenze, vista la presenza di un nucleo antinazista sudtirolese e la sua scarsa collaborazione col piccolo Cln locale – e le trattative per il futuro della provincia. “Nel dopoguerra, come attestato da numerose carte, De Gasperi e il governo italiano cercarono di rafforzare la presenza italiana mettendo in pratica politiche volte a consolidare le industrie e la minoranza in provincia di lingua italiana. Si cercò di arginare il ritorno dei sudtirolesi dopo le Opzioni e dopo l'istituzione dell'autonomia. Si voleva evitare, diciamo, un effetto boomerang”.

 

“Furono scelte che passavano per il sostegno all'industria, il cui smaltimento, vista la considerazione da parte sudtirolese come di un corpo estraneo, doveva essere scongiurato. L'industria venne finanziata, i beni degli optanti mantenuti. Ma di certo, visti anche il credo democratico di De Gasperi e la sua sensibilità per il tema delle minoranze, la politica repubblicana non fu tale da immaginare una continuazione con quella fascista. La retorica della “marcia della morte” lanciata dal canonico Michael Gamper, fu basata sulla manipolazione dei numeri”.

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