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Dalle lotte e dalla Costituzione nasceva lo strumento a tutela del lavoro: lo Statuto dei lavoratori compie 50 anni

Cinquant'anni fa il Parlamento approvava la legge n.300 del 20 maggio 1970, passata alla storia come lo Statuto dei lavoratori. Una conquista che come titolava "l'Avanti!" portava "la Costituzione nelle fabbriche". La promulgazione non coinvolgeva le aziende con meno di 15 dipendenti, convincendo il Pci ad astenersi. Vero e proprio punto di riferimento per il mondo del lavoro, sarebbe stato al centro di proposte di emendamenti o di modifiche

Di Davide Leveghi - 20 maggio 2020 - 17:10

TRENTO. Frutto di decenni di lotte e di rivendicazioni, cinquant'anni fa il Parlamento approvava lo Statuto dei lavoratori. Era il 20 maggio 1970: sei mesi prima il Paese aveva tremato allo scoppio della bomba di Piazza Fontana, dando avvio alla lunga striscia di sangue dello stragismo, mentre il “centrosinistra organico”, nato dalla collaborazione aperta tra Democrazia cristiana e Partito socialista, governava ormai da sette anni.

 

Le lotte operaie avevano animato il Paese dal turbolento dopoguerra, represse duramente dalla Celere di Scelba. L'Italia che si avvicinava alla promulgazione dello Statuto dei lavoratori rifletteva un'impressionante crescita economica, delle trasformazioni che l'avrebbero portata da essere un Paese fondato sull'agricoltura in un Paese industriale. Come immaginato dallo storico leader della Cgil Giuseppe Di Vittorio, per tutelare i diritti e la dignità dei lavoratori, al centro d'altronde dell'articolo 1 della Costituzione repubblicana, solo uno statuto avrebbe potuto farsi garante.

 

E proprio lo Statuto avrebbe preso forma, promosso particolarmente da un ministro del Lavoro e della Previdenza sociale, il socialista Giacomo Brodolini, che dopo aver tracciato il solco nel 1969 con le riforme sulla pensioni e sulle “gabbie salariali”, diede vita a quella commissione da cui sarebbe nato il documento del maggio 1970 (ministro del Lavoro era questa volta l'esponente della sinistra democristiana Carlo Donat-Cattin). Un documento che garantiva la libertà d'opinione del lavoratore, eliminava forme di controllo con guardie giurate e impianti audiovisivi, tutelava gli studenti-lavoratori ed impediva che i datori di lavoro potessero arbitrariamente licenziare i propri dipendenti.

 

La mancata estensione dello Statuto alle aziende con meno di 15 dipendenti avrebbe determinato l'astensione del partito che più di tutti si faceva interprete del movimento operaio. “Il Pci si è astenuto per sottolineare le serie lacune della legge e l'impegno a urgenti iniziative che rispecchino la realtà della fabbrica”, titolava l'Unità, giornale del Partito comunista, mentre dall'organo del Psi, l'Avanti!, non si risparmiavano critiche all'atteggiamento dei compagni comunisti, e si esultava: “La Costituzione è finalmente entrata in fabbrica”.

 

Le trasformazioni dell'economia mondiale avrebbero sottoposto lo Statuto dei lavoratori a non pochi interrogativi: crisi economica, de-industrializzazione, globalizzazione, terziarizzazione, sono alcune delle parole che avrebbero rimesso in discussione il lavoro anche nel nostro Paese, e con questo le modalità di tutela dei lavoratori.

 

Come ogni grande conquista, lo Statuto si sarebbe dovuto vedere dai ripetuti attacchi, specie su quell'articolo, il 18, che ciclicamente ritorna ad animare il dibattito politico. Tra flussi e riflussi storici, dunque, esso sarebbe stato al centro di numerosi referendum abrogativi, di un'oceanica manifestazione a favore richiamata al Circo Massimo dall'allora segretario della Cgil Sergio Cofferati (furono quasi 3 milioni le persone radunate nel 2002 a difesa dell'articolo 18), di riforme sul lavoro, da ultima quella del governo Renzi, che ne avrebbero cambiato i connotati, ed infine di una proposta d'allargamento che dopo l'inclusione dei funzionari pubblici avrebbe voluto fissare i diritti dei lavoratori in una Carta universale.

 

Con le contraddizioni e i suoi limiti, lo Statuto rappresentava e rappresenta il punto di partenza per le conquiste dei lavoratori. E giunto al mezzo secolo di vita, il minimo che si merita sono gli auguri di un prospero futuro.

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