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Le squadracce e le corporazioni per annullare la lotta di classe: i fascisti contro il primo maggio e i lavoratori

Dagli anni dello squadrismo a quelli del totalitarismo c’è un filo rosso che lega l’atteggiamento fascista nei confronti dei lavoratori. Ecco quale fu, fra l’abolizione del 1º maggio e la nascita dei sindacati corporativi. Prosegue, nell’anno del centenario della Marcia su Roma, la rubrica “Cos’era il fascismo”

Di Davide Leveghi - 01 May 2022 - 11:19

VITTORIO EMANUELE III per grazia di Dio e per volontà della Nazione RE D’ITALIA, sulla proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, ministro dell’Interno, di concerto con il ministro della giustizia e degli affari di culto; Abbiamo decretato e decretiamo: il 21 aprile, giorno commemorativo della fondazione di Roma, è destinato alla celebrazione del lavoro ed è considerato festivo, eccetto che per gli uffici giudiziari. È soppressa la festa di fatto del 1º maggio e tutte le pattuizioni intervenute tra industriali ed operai per la giornata di vacanza in tal giorno dovranno essere applicate pel 21 aprile e non pel 1º maggio

(decreto regio n.833 del 19 aprile 1923)

 

TRENTO. Ufficializzata alla conclusione degli anni ’80 del XIX secolo dalla Seconda Internazionale, la Festa dei Lavoratori ottenne da subito grande seguito anche in Italia. Giunto al potere nell’ottobre del 1922, in un percorso lastricato dagli attacchi squadristici alle organizzazioni operaie e contadine, il fascismo ci mise solo due anni a cancellare questa importante festività collettiva e popolare: nel 1923, infatti, il primo maggio cessava d’essere un giorno di festa, sostituito – in parte – da una nuova celebrazione spogliata dell’internazionalismo e vestita di patriottismo, il 21 aprile, “Natale di Roma”.

 

Su quale fosse il clima nel Paese rispetto all’1 maggio, a cavallo fra le scorribande squadriste e il regime, scrive lo storico Filippo Focardi ne I luoghi della memoria. Personaggi e date dell’Italia unita: “Nel biennio di conflitti radicali seguito alla guerra si creò una sfasatura tra gli obiettivi indeterminati dell’imponente dimostrazione, e un immaginario proletario che vedeva prossima la vittoria rivoluzionaria in Europa. Lo squadrismo fascista fece del 1º maggio un’occasione privilegiata di provocazione violenta contro l’associazionismo classista. Messo al bando ogni associazionismo che non fosse cooptato o direttamente promosso da proprie organizzazioni di partito – eccettuati i circoli dell’élite – il regime fascista italiano, a differenza di analoghi regimi autoritari europei, mantenne una esasperata ostilità verso le simbologie del 1º maggio”.

 

Continua Focardi, tratteggiando un quadro di isteria fascista nei confronti dei “luoghi” e delle simbologie privilegiate dei movimenti dei lavoratori: “Nella giornata non più festiva, vietata ogni forma di sciopero, la Milizia fascista arrestava chi era trovato a divertirsi, con addosso il vestito buono. Tutti dovevano presentarsi al lavoro: pena il licenziamento, se dipendenti; bastonature e umiliazioni, se artigiani. Apposite ronde della Milizia e della polizia ispezionavano osterie e trattorie, e persino le abitazioni di molti antifascisti, per vigilare che nessuno cucinasse piatti festivi o brindasse”.

 

Una veloce scorsa ai primi anni d’attività delle squadre fasciste dà idea di quanto e come il primo maggio fosse divenuto momento privilegiato per le violenze contro le organizzazioni proletarie – a cui corrispose, a fascismo al potere, una certa tendenza a concentrare le provocazioni contro il regime da parte degli antifascisti. Violenze, ad ogni modo, spesso contrastate da militanti e movimenti in questo momento sotto attacco.

 

Particolare violenza si registrò nel 1921: in un quadro complessivo di scontri fra opposte fazioni, devastazioni di sedi e ritrovi dei lavoratori e nutrite spedizioni punitive, tutta Italia viene scossa dagli incidenti. Sulla base della ricostruzione operata in Squadristi da Mimmo Franzinelli, il bollettino riporta nella sola giornata dell’1 maggio ’21 ben 2 morti fra gli squadristi e 7 fra antifascisti di diversa estrazione, a cui si aggiungono altre 2 vittime in un assalto alla Casa del popolo e alla Camera del lavoro di Corato, nel Barese, effettuata congiuntamente da camicie nere, carabinieri e guardie regie.

 

La generalizzata astensione dal lavoro produce la reazione fascista. I pochi treni in viaggio, vista la massiccia partecipazione dei ferrovieri alla festività dei lavoratori, vengono scortati dai fascisti armati e bersagliati dagli attivisti delle sinistre. Una fucilata sparata contro il Pisa-Viareggio uccide uno squadrista e le camicie nere reagiscono bastonando l’onorevole socialista Modigliani, presente sullo stesso convoglio.

 

Altri due politici socialisti (Giuseppe Mingrino e Luigi Salvatori), candidati alle elezioni, vengono fermati dagli squadristi mentre si recano a Viareggio per un comizio. Sequestrati, verranno costretti ad aprire un corteo che inneggia alla patria. Numerosi sono poi gli episodi di manifestazioni o raduni dei lavoratori interrotti dall’arrivo delle squadre d’azione, che in molti casi lasciano sul terreno dei morti. Dal Friuli alla Lombardia, giù fino a Roma, Rieti e Napoli, l’assalto fascista provoca scontri con i manifestanti. Cooperative e simboli socialisti, su tutti le bandiere rosse, vengono dati alle fiamme in tutta la penisola, con strascichi nelle giornate a venire.

 

Nell’anno della Marcia su Roma, la cronaca delle violenze è altrettanto serrata, tanto che Mussolini commenta soddisfatto – il giorno successivo – dalle pagine de Il Popolo d’Italia: “Da trent’anni a questa parte, non vi fu mai, nella storia del socialismo italiano, il 1º maggio più squallido e funereo di quello del 1922”. Dal Piemonte alla Calabria, le camicie nere assaltano i cortei operai e popolari, seminando vittime.

 

Organizzato il servizio ferroviario, ancora una volta paralizzato dall’adesione quasi totale dei ferrovieri allo sciopero, i fascisti sono in diversi casi ripagati con la stessa moneta. Sedi dei Fasci vengono attaccate dalle sinistre, mentre varie spedizioni punitive finiscono con la cacciata a fucilate degli assalitori, che sul terreno lasciano diversi morti. La bilancia, comunque, pesa ancora dalla parte dei fascisti, che devastano da Nord a Sud numerosi circoli e sodalizi dei lavoratori, specialmente socialisti.

 

Già l’anno successivo, a 6 mesi dal conferimento a Mussolini da parte del re del compito di formare il governo, il regio decreto 833 del 19 aprile cancellava la festività del 1º maggio, sostituendola con il 21 aprile, “Natale di Roma”. Perso il carattere di festa internazionale e internazionalista dei lavoratori, la giornata a loro dedicata assumeva ben altre spoglie, celebrando la patria nella grandezza del mito passato della Roma antica.

 

Influenzato fortemente dal sindacalismo rivoluzionario dell’anteguerra, il fascismo mantenne d’altra parte - almeno nei suoi primi anni di vita - un atteggiamento variegato nei confronti dei conflitti sociali. Anche in questo caso la sintesi veniva trovata tuttavia nella nazione, intesa come un corpo unico in cui non potevano esserci spaccature e lotte fra le classi. Dopo alterne vicende, nel corso degli anni ’30, la dottrina fascista sul lavoro sfociò nel corporativismo: affrontate le varie vertenze per comparti – o per meglio dire per corporazioni economiche e di mestiere - per superare i conflitti fra capitale e lavoro il ruolo decisivo veniva assunto dallo Stato autoritario.

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