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Quando la polizia sparò sulla folla: la strage di Reggio Emilia e l’ordine pubblico nell’Italia del secondo dopoguerra

Il 7 luglio 1960, in un clima arroventato dalle proteste di piazza contro il governo Tambroni, le forze di polizia sparano su un corteo di operai, uccidendo 5 tesserati del Partito comunista. L’intero Paese, da Genova alla Sicilia, è sull’orlo dello scontro, dovuto anche ad una gestione militare dell’ordine pubblico da parte delle autorità statali

Foto tratta da wikipedia
Di Davide Leveghi - 07 July 2021 - 14:53

Il solo vero amico che abbiamo al fianco adesso/ è sempre quello stesso che fu con noi in montagna/ ed il nemico attuale è sempre ancora eguale/ a quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna” (da Per i morti di Reggio Emilia, di Fausto Amodei)

 

TRENTO. Quel 7 luglio 1960, a Reggio Emilia, la gestione della piazza cristallizzò in sé tutte le contraddizioni di quel primo quindicennio di repubblica. I protagonisti di quei giorni, dal presidente democristiano Fernando Tambroni al segretario del Movimento sociale Arturo Michelini, testimoniarono in maniera esemplare il riflusso degli anni ’50, la difficoltà del giovane Paese nato dalla Resistenza di sfruttare l’onda rinnovatrice della lotta partigiana e le pesanti continuità fra il passato regime e la Repubblica antifascista.

 

I fatti di Reggio Emilia segnarono così il culmine di un periodo dominato dalla Democrazia cristiana, arroccata sulla sua posizione di potere e solo timidamente aperturista nei confronti dei socialisti, ormai slegatisi dal Pci dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria. La città emiliana, roccaforte della sinistra, reagì vibratamente di fronte al sostegno cercato dal presidente del Consiglio nei missini, eredi della barbarie fascista e per questo ancora fortemente osteggiati in molte città del nord, dove la memoria della guerra civile era ancora fresca.

 

A fare da sfondo alle morti di Reggio, dunque, c’è un’Italia che lo storico Mimmo Franzinelli definisce “sull’orlo della guerra civile”. Alla fine di marzo del 1960, Fernando Tambroni viene incaricato dal presidente della Repubblica Giovanni Gronchi di formare un governo provvisorio con l’obiettivo di traghettare il Paese attraverso le Olimpiadi di Roma e di approvare il bilancio dello Stato. Il suo predecessore, Antonio Segni, si è dimesso: il suo governo, più orientato a destra e poggiante anche sui voti del Movimento sociale, ha perso la fiducia del Parlamento a fronte delle aperture cercate da Aldo Moro e Amintore Fanfani nella parte opposta dell’emiciclo, a sinistra.

 

In continuità con Segni, però, Tambroni cerca e trova i voti decisivi dei fascisti. Anzi, restituisce il favore al Movimento sociale appoggiando la sua scelta di svolgere a Genova il congresso nazionale della Fiamma tricolore. Ma la città ligure, medaglia d’oro alla Resistenza e centro nevralgico dell’insurrezione del 25 aprile ’45, accoglie la notizia come un inaccettabile affronto. Le forze della sinistra, in giro per tutto il Paese, esprimono la netta contrarietà verso l’iniziativa. Tambroni, da parte sua, opta per il pugno duro: il congresso si deve tenere, l’ordine pubblico va garantito.

 

È il 30 giugno del 1960 quando le strade di Genova si trasformano in un teatro di guerriglia diffusa. Migliaia di persone, di cui moltissimi giovani, fanno sentire la propria voce per impedire che si tenga il congresso missino. Partigiani, militanti dei partiti antifascisti, sindacalisti, lavoratori, da giorni animano la città innalzando con una sola voce l’inderogabile no verso i fascisti: si proclama lo sciopero nazionale. Il loro obiettivo verrà raggiunto, ma solo dopo che in altre città italiane venne versato del sangue – determinante per la cessazione degli scontri fu l’appello diramato dall’Anpi.

 

La gestione dell’ordine pubblico trova nei fatti del giugno e del luglio del ’60 un primo vero spartiacque – Genova, sotto questo profilo, tornerà ad essere luogo centrale con le manifestazioni del G8 del 2001, di cui quest’anno cade il ventennale. Fino a quel momento, infatti, la gestione della piazza era stata caratterizzata dalla mano dura, secondo una tattica di “guerra civile fredda”; ogni protesta non legittimata dalle istituzioni veniva così letta come un tentativo eversivo da parte delle forze social-comuniste.

 

Il “centrismo” e l’anticomunismo spiccato – era l’epoca dell’allineamento dell’Italia al blocco occidentale (QUI un approfondimento) – trovarono il loro corrispettivo nella gestione dell’ordine pubblico nello “scelbismo”, cioè nell’impronta fortemente militare data alle forze di polizia da parte del ministro degli Interni Mario Scelba – si consideri che il testo di riferimento sulla pubblica sicurezza era ancora quello fascista del 1931. Il tentativo di riforma con cui s’era cercato di epurare la pubblica sicurezza dalle continuità più evidenti con il fascismo, inquadrando ad esempio i partigiani nella polizia, naufragò pertanto nel nulla – su circa 8000 partigiani reclutati nelle forze di polizia, nel 1948 ne rimanevano in servizio solo 4277 (Donatella Della Porta, Herbert Reiter).

 

L’utilizzo disinvolto delle armi da fuoco, i caroselli con le jeep, le cariche della cavalleria, i cavalli di frisia a contenere i cortei, la prevenzione repressiva delle proteste, furono i cardini delle strategie messe in campo nella gestione dell’ordine pubblico. Strategie che non mancarono di provocare decine e decine di morti (le stime più attendibili riportano circa 110 vittime di piazza fra la fine degli anni '40 e gli anni '50).

 

Nei giorni a cavallo fra giugno e luglio del 1960, in questo contesto di polarizzazione esasperata dell’opinione pubblica, si consumarono dunque gli ultimi sussulti dello “scelbismo”. E non è un caso che il protagonista sia stato proprio quel Fernando Tambroni, ministro degli Interni tra il 1955 e il 1959, accusato anche da esponenti del suo stesso partito di tendenze autoritarie e di utilizzare le macchine informative dello Stato per accrescere il proprio potere personale. 

 

Da Genova, come detto, la protesta montò in tutta Italia. A Roma una cinquantina di parlamentari delle opposizioni, in corteo per portare una corona di fiori al monumento alla Resistenza, vennero attaccati da una carica della cavalleria. In Sicilia, dove le proteste contro le connivenze fra settori della Dc e il Msi si saldarono alle lotte contro le condizioni materiali misere, le forze di polizia uccisero quattro persone fra Catania, Palermo e Licata. A Reggio, infine, i morti furono cinque.

 

Ma cosa avvenne, dunque, nella città emiliana? Il 7 luglio a Reggio il clima è rovente. Da giorni le vie e le piazze della città sono teatro di manifestazioni, assemblee e raduni contro il governo Tambroni. All’eccezionale mobilitazione popolare, le autorità statali decidono però di opporre il severo divieto di assembramenti. All’annuncio dello sciopero cittadino da parte della Cgil, la prefettura risponde con la proibizione di ogni manifestazione, ad eccezione di un comizio in teatro. L’accesso è aperto solamente a 600 persone ma il giorno successivo il corteo ne conta oltre 20mila.

 

Mentre un gruppo di operai si riunisce nella piazza dedicata ai Caduti della Grande Guerra, cantando canzoni partigiane, la macchina repressiva si mette in moto. Sono le 16.45 circa quando la manifestazione pacifica è travolta da una carica della polizia e dei carabinieri. Si fanno i caroselli con le jeep, si lanciano i lacrimogeni ad altezza uomo e si spara l’acqua con gli idranti. La folla si disperde e c’è chi si barrica dietro ai tavolini dei bar. Parte il lancio d’oggetti verso le forze dell’ordine, che rispondono con il piombo. Rimangono al suolo cinque persone fra i 19 e i 41 anni, tutti operai, tre di loro sono ex partigiani.

 

Secondo le ricostruzioni della magistratura la polizia aveva reagito in forma sproporzionata al lancio d’oggetti, dando vita ad una “sparatoria nutrita” senza che fosse stato dato alcun ordine di sparare. In quegli interminabili minuti, la folla di manifestanti fu investita da ben 39 colpi di pistola e 297 di mitra (Della Porta, Reiter), provocando così cinque morti e sedici feriti trasportati in ospedale – molti altri preferirono medicarsi clandestinamente. Nessuno, fra i dirigenti di Ps, venne mai condannato.

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