“I comunisti sono ostili a Dio”: settantadue anni fa il Vaticano "scomunicava" il Pci
L’1 luglio 1949 la Congregazione del Sant’Uffizio pubblicò un decreto popolarmente riconosciuto come la scomunica dei Partiti comunisti. Per la prima volta, infatti, non si condannava genericamente la dottrina di Marx ma si giudicavano apostati tutti coloro che militavano o appoggiavano elettoralmente una delle principali forze della sinistra. In Italia, dove buona parte di operai e contadini votava Pci, tale decisione ebbe conseguenze non indifferenti

TRENTO. Tra operai e contadini, quel decreto pubblicizzato dai variegati manifesti diffusi nelle parrocchie di tutta Italia creò non poco scompiglio. Emessa l’1 luglio del 1949 e resa nota ai più da un articolo apparso sul giornale vaticano (l’Osservatore romano), la disposizione stabiliva quanto deciso dalla Congregazione del Sant’Uffizio, a cui erano state poste delle precise questioni: “E' lecito – si chiedeva al punto 1 – iscriversi al partito comunista o sostenerlo?”. E ancora: “E' lecito stampare, divulgare o leggere libri riviste, giornali o volantini che appoggiano la dottrina o l’opera dei comunisti, o scrivere per essi?” (punto 2).
I punti 3 e 4, soprattutto, avrebbero lasciato aperte diverse interpretazioni, mettendo in difficoltà anche gli ecclesiastici più aperti. “Possono essere ammessi ai Sacramenti i cristiani che consapevolmente e liberamente hanno compiuto quanto scritto nei numeri 1 e 2?”. E infine: “I cristiani che professano la dottrina comunista materialista e anticristiana, e soprattutto coloro che la difendono e la propagano, incorrono ipso facto nella scomunica riservata alla Sede apostolica, in quanto apostati della fede cattolica?”.
Alla notizia del decreto, non mancarono le conseguenti polemiche. È il 1949 e un anno è ormai passato dalle elezioni che hanno consegnato il governo del Paese alla Democrazia cristiana (QUI un approfondimento). L’Italia è saldamente entrata nel blocco occidentale, non senza però che si siano prodotti violenti scossoni – il 14 luglio del 1948 il segretario del Partito comunista Palmiro Togliatti era stato oggetto di un attentato da parte del simpatizzante qualunquista Antonio Pallante.
Il Pci, principale forza di riferimento di operai e contadini, continua a riscuotere un grande seguito. E proprio per questo il Vaticano decide di alzare l’asticella, passando dalla generica condanna della dottrina del materialismo dialettico alla scomunica di tutti coloro che vi aderivano. Ogni cristiano che avesse deliberatamente promosso o difeso la dottrina comunista sarebbe infatti incorso nell’apostasia, ripudiando il proprio credo religioso.
Se nel mondo comunista, tale decreto non poté che provocare accese polemiche nei confronti del Vaticano e del papato di Pio XII, in quello cattolico non mancò di produrre effetti disparati. Buona parte del clero accolse la misura positivamente, “volgarizzando” la decisione del Sant’Uffizio con la produzione di manifesti da distribuire nelle parrocchie. Gli intellettuali cattolici più vicini al Pci, invece, si divisero: il partito comunista, al di là della dottrina materialistica, rappresentava infatti la principale forza partitica in campo nella difesa dei diritti dei più deboli. Da parte sua, Togliatti aveva perfino voluto eliminare dallo Statuto l’obbligo di adesione al materialismo dialettico per chi volesse tesserarsi come militante, aprendo il partito ad altre correnti, inclusi i cattolici più progressisti.
A preoccupare gli ecclesiastici più critici, nondimeno, erano gli effetti pastorali. Come si sarebbero potuti “salvare” tutti quei poveri operai o contadini che votavano comunista? Ad andare in soccorso del clero, a quel punto, veniva la stessa interpretabilità del testo del decreto. Scriveva l’arcivescovo di Ravenna Giacomo Lercaro: “In un Paese come il nostro in cui quasi sette milioni di elettori votano abitualmente comunista, questa prescrizione avrebbe creato gravi imbarazzi a tanti sacerdoti, specialmente nella nostra regione, in Toscana e in Umbria, se nel testo non fossero stati inseriti due avverbi ‘consapevolmente e liberamente’. Sì, si debbono rifiutare i sacramenti, ma solo a quelli che consapevolmente e liberamente accettano e favoriscono la diffusione del comunismo”.
“Ma quanti sono quelli che consapevolmente e liberamente fanno questo? – proseguiva - dalle indagini compiute in questi anni dal nostro centro diocesano, in varie parrocchie risulta che dovunque, in città, in campagna, collina e montagna, la massa che vota comunista non lo fa consapevolmente e liberamente, ossia non lo fa per avversione e odio contro la chiesa e per cooperare alla sua distruzione, ma lo fa per timore o rispetto umano o per la persuasione che il Partito comunista è il partito dei poveri, il partito che difende più decisamente di qualunque altro i diritti e gli interessi dei lavoratori e della povera gente. Politicamente, forse, questa distinzione non dice molto… pastoralmente tuttavia è una distinzione importantissima perché permette ai nostri parroci di mantenere i contatti con questa povera gente, intossicata, suggestionata dal comunismo, nella speranza di poterla recuperare e salvare”.
La stessa questione dell’ammissione ai sacramenti veniva relativizzata, escludendo di fatto il matrimonio. Esaurita la cappa ideologica degli anni ’50, di cui questo decreto rifletteva i presupposti, la misura venne di fatto svuotata di senso. Con l’enciclica Pacem in terris dell’aprile 1963, Giovanni XXIII superava la scomunica ribadendo da una parte la condanna dell’ateismo materialista e dall’altra riconoscendo la necessità di “un esame più serio e più profondo” della sua dottrina. Dal pugno duro, che tanti problemi aveva posto al clero, si passava così allo sforzo di comprensione.













