C’è chi disse sì: fra inerzia, convinzione e “senso dell’onore”, storie di trentini che aderirono alla Repubblica sociale
Se la maggioranza dei soldati italiani, dopo l’8 settembre 1943, disse di no al proseguimento della guerra a fianco dei tedeschi, ci fu anche chi per diverse ragioni preferì aderire alla Repubblica sociale. Tra questi anche dei trentini, di cui vi raccontiamo le storie a 80 anni dall’istituzione del nuovo Stato repubblicano e fascista collaboratore degli occupanti nazisti

TRENTO. “8 settembre 1943: siamo arrivati all’armistizio. Per le strade ho visto la gente esultare. Incidenti fra borghesi e mutilati. Ci è vietato uscire. Le mie convinzioni sono nate dal senso del dovere e dell’onore, e sono state provate e rafforzate dal sacrificio. Ora mi si chiede di vivere col perenne vivo doloroso segno della guerra combattuta inutilmente”.
L’8 settembre 1943, il sottotenente di fanteria dell’11° divisione Brennero Attilio Bonvicini commenta in questo modo la notizia dell’armistizio. Vede la popolazione festeggiare per quella che si pensa essere la fine della guerra, assiste in prima persona alla confusione in cui l’annuncio di Badoglio ha gettato le truppe, non accetta che tutto il sacrificio fatto negli anni precedenti possa risultare vano. Per questo Bonvicini decide di proseguire il conflitto a fianco dell’alleato tedesco.
Sono migliaia gli uomini in divisa che condividono questo sentimento – di contro agli oltre 600mila che preferiscono la deportazione e la prigionia in Germania; tra questi ci sono anche diversi trentini che al momento dell’annuncio si trovano dislocati in territorio metropolitano o nei fronti di guerra. Per loro, la scelta avviene nelle convulse settimane che seguono l’occupazione tedesca del Centro-Nord, culminata con l’istituzione della Repubblica sociale italiana, il 23 settembre ‘43.
La nascita del nuovo Stato repubblicano e fascista è annunciata il giorno 18 dalle frequenze di Radio Monaco. La voce che ne enuncia i principi, facendo leva sul senso di smarrimento e di vergogna provocato dal voltafaccia del re e dei vertici militari, è quella di Benito Mussolini, da poco liberato dalla prigionia sul Gran Sasso in una spettacolare operazione dei paracadutisti tedeschi.
Ma quali sono questi principi? Mussolini li illustra in quattro punti a conclusione del suo discorso radiofonico: “Lo Stato che noi vogliamo instaurare sarà nazionale e sociale nel senso più lato dela parola: sarà cioè fascista nel senso delle nostre origini. Nell’attesa che il movimento si sviluppi fino a diventare irresistibile, i nostri postulati sono: 1. Riprendere le armi a fianco della Germania, del Giappone e degli altri alleati: soltanto il sangue può cancellare una pagina così obbrobriosa nella storia della Patria”.
“2. Preparare senza indugio la riorganizzazione delle nostre Forze Armate attorno alle formazioni della Milizia; solo chi è animato da una fede e combatte per una idea non misura l’entità del sacrificio; 3. Eliminare i traditori e in particolar modo quelli che fino alle 21.30 del 25 luglio militavano, talora da parecchi anni, nelle file del partito e sono passati nelle file del nemico; 4. Annientare le plutocrazie parassitarie e fare del lavoro, finalmente, il soggetto dell’economia e la base infrangibile dello Stato”.
Le ragioni che spingono migliaia di uomini a proseguire il conflitto a fianco del vecchio alleato tedesco sono svariate. C’è chi, come Bonvicini, lo fa per senso dell’onore, chi lo fa per inerzia e chi ancora per profonda convinzione ideologica, dopo vent’anni di indottrinamento e propaganda martellante. È il caso del bersagliere volontario Salvatore Zani, nativo di Torbole, che in una lettera del febbraio ’45 scrive: “E’ un anno e mezzo che faccio la guerra contro i partigiani, ho perduto molti compagni, morti, feriti, mutilati, straziati, eppure sono come quando sono partito. Ho visto la morte in faccia […] ora considera tu se lo spirito di avventura mi spinge, oppure qualcosa di superiore”.
Il caso del maggiore degli alpini Giuseppe Rella, impiegato di banca di Lavis, ci racconta di un percorso di vita coerente, vissuto nell’adesione convinta al nazionalismo italiano e al fascismo delle origini. Volontario nel Regio esercito durante la Grande Guerra e reduce decorato, Rella si iscrive al Partito nazionale fascista nel dicembre ’21, cominciando così una importante carriera nel partito e nel suo braccio armato. Dopo la partecipazione alla marcia su Roma, nel ’23 diventa segretario del fascio di Trento e più avanti centurione della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale.
Volontario nella guerra civile spagnola, dove ottiene un’altra medaglia al valor militare, allo scoppio del conflitto mondiale viene richiamato come maggiore degli alpini sul fronte francese. Assegnato poi all’ufficio trasporti per la Russia, di sede a Verona, all’indomani dell’8 settembre viene internato dai tedeschi, che lo rimpatriano nell’aprile ’44 come tenente colonnello della Divisione alpina Monterosa, tra le principali formazioni dell’esercito nazionale repubblicano addestrate in Germania.
È in questa veste che Rella si rende protagonista di rastrellamenti, arresti e fucilazioni sommarie, avvenuti in Garfagnana e per cui, nel dopoguerra, verrà inizialmente processato e poi amnistiato. Nel suo esposto agli organi giudiziari, conservato negli archivi della Fondazione Museo storico del Trentino, si difenderà così: “Il 21 stesso mese (ottobre ’44, ndr) arrivai al Comando di Divisione, allora a Terrarossa (Chiavari): qui ebbi incarichi vari […] il 15 dicembre trasferito a Piazza al Serchio coll’incarico di sorvegliare le immediate retrovie […] Non ebbi mai comando di truppa […] Non era mia competenza, né avevo nemmeno l’autorità di ordinare arresti, rastrellamenti e tanto meno fucilazioni: tali eventuali ordini sarebbero stati emessi dai comandi superiori ed eseguiti da reparti appositamente designati”.
Scatenata la guerra contro la popolazione civile, fra bandi di mobilitazione che implicavano ritorsioni sulle famiglie, rastrellamenti, stragi, la Repubblica sociale non riuscirà d’altra parte, per ovvie ragioni, a mettere in pratica il suo programma politico, fissato nei 18 punti approvati all’assemblea di Verona del 14 e 15 novembre 1943. Nondimeno, uno di questi, lo sterminio degli ebrei italiani, si tradurrà tragicamente in realtà. Consegnate ai tedeschi le liste redatte nel ’38 con le leggi razziali, i fascisti li aiuteranno ad arrestare e deportare ben 6806 persone. Solo 840 faranno ritorno a casa.
Questo articolo è ispirato dalla serie podcast “Settembre ’43. Lo sfascio” della Fondazione Museo storico del Trentino con il patrocinio dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri. Se vuoi approfondire questa storia, con testimonianze dei protagonisti e interviste a esperti, puoi ascoltare l’episodio “A volte ritornano” su tutte le principali piattaforme streaming (QUI il link).















