Contenuto sponsorizzato
| 03 nov 2021 | 10:56

Su Trento sventola il tricolore (per la prima volta): 103 anni fa l'arrivo degli italiani in città e la disfatta austro-ungarica

Alle 12.30 del 3 novembre 1918 entrano dal ponte sul Fersina i primi soldati italiani. Trento, la “città redenta”, è “liberata”, ma la realtà del territorio è fatta soprattutto di miseria e devastazione, dopo quattro terribili anni di guerra. Ecco la cronaca delle concitate ore vissute dalla provincia negli ultimi scampoli del primo conflitto globale

Foto tratta dal web
di Davide Leveghi

TRENTO. Alle 12.30 del 3 novembre 1918 entrarono a Trento, attraverso il ponte sul torrente Fersina, i primi soldati del Regio esercito italiano. Tra questi il capitano del XXIX corpo d’armata Piero Calamandrei, poi figura esemplare dell’antifascismo e della Resistenza, e il tenente della I armata, Ufficio informazioni, Franco Ciarlantini, scrittore e propagandista passato dal neutralismo socialista dell’anteguerra all’interventismo convinto, infine, nel tribolato dopoguerra italiano, al fascismo. Le loro traiettorie personali, pertanto, dimostrano come il conflitto abbia profondamente segnato le sorti del Paese, di cui anche il Trentino, “redento dall’ultima e decisiva battaglia risorgimentale” (questa era la convinzione anche di molti interventisti democratici), entrava a far parte.

 

Tra le acclamazioni dei cittadini, un secondo gruppo motorizzato fece ingresso in città. A comandarlo il tenente Livio Fiorio, protagonista poco dopo dell’alzabandiera sul Castello del Buonconsiglio. Issato sulla Torre d’Augusto, il vessillo tricolore – lo stesso che il generale Antonio Cantore aveva consegnato il 27 maggio 1915 ad Ala, “prima redenta” fra le città trentine (QUI l’articolo) – sventolava per la prima volta nella storia, sancendo l’annessione di due terzi del vecchio Tirolo all’Italia sabauda.

 

Attraverso il ponte sul Fersina, attorno alle 15.15, passarono ancora tre squadroni del XIV reggimento cavalleggeri Alessandria, comandati dal colonnello Ernesto Tarditi – non a caso il ponte è tuttora chiamato “dei cavalleggeri” – seguito dagli alpini del IV del colonnello Giovanni Faracovi, dagli arditi del XXIX reparto d’assalto e dagli artiglieri del X gruppo di montagna. La città di Trento, così, finiva sotto il controllo degli italiani, mentre l’esercito dell’Impero procedeva confusamente alla ritirata.

 

Già nella primavera del ’18 le sorti del conflitto paiono subire una svolta rispetto all’autunno precedente, quando Caporetto portò l’Italia sull’orlo del baratro (QUI l’articolo). Sul fronte trentino, in particolare, un’offensiva italiana porta alla riconquista del Monte Corno, in Vallarsa, così come di posizioni nemiche nel Trentino occidentale, in Tonale e sull’Adamello. Si combatte sui ghiacciai, con sanguinosi e repentini cambi di posizioni, ad esempio, sulla vetta del San Matteo, a 3684 metri, in Val di Peio.

 

È alla fine di ottobre, però, che l’Impero, già estremamente indebolito, cede definitivamente. La linea austriaca sul Piave venne spezzata dal Regio esercito, mentre a Serravalle all’Adige, presso lo sbarramento in cui si trova il comando del XXIX corpo d’armata, il giorno 29 giunge la notizia dell’imminente arrivo via treno di un gruppo di parlamentari austriaci, venuti con la bandiera bianca per discutere i termini della resa. A guidarli il capitano di stato maggiore Camillo Ruggera, militare d’origine trentina facente poi parte della delegazione imperiale a Villa Giusti, dove venne firmato l’armistizio. Nel dopoguerra, Ruggera avrebbe rifiutato il conferimento della cittadinanza italiana, preferendo il proseguimento di carriera nel neo costituito esercito austriaco prima e nella Luftwaffe poi, dopo l’Anschluss del marzo ’38.

 

L’accoglienza della delegazione austro-ungarica, nondimeno, non fu certo delle migliori. Al suo arrivo, infatti, le mitragliatrici italiane aprirono il fuoco, ferendo uno dei parlamentari. Di contro, Ruggera ed altri vennero fatti passare dalla linea italiana, giungendo al comando di Avio in possesso di un plico di carte del generale Viktor Weber von Webenau per intavolare le trattative armistiziali. Il comando italiano, tuttavia, pretese di rispondere direttamente al generale, costringendo così Ruggera a riattraversare la linea del fronte per comunicare il messaggio nemico. La sera stessa del 30 ottobre 1918, Weber si presentò a Serravalle, per essere infine accompagnato alla sede del comando della I armata, situato a San Martino Buon Albergo, in provincia di Verona.

 

La notizia delle condizioni dell’armistizio giunse al di là delle linee austriache nella giornata dell’1 novembre, portata dagli altri proprio dal capitano Ruggera. A Villa Giusti, a Padova, il 3 novembre le delegazioni italiana ed austro-ungarica firmarono il documento con cui si sanciva la fine delle ostilità, la cui validità entrò in vigore solamente a partire dalle ore 15 del giorno successivo. A quel momento, le truppe italiane erano già giunte alla Chiusa di Salorno, dichiarando così prigioniero ogni soldato in divisa nemica rimasto ancora alle proprie spalle (Sergio Benvenuti in Storia del Trentino, volume V).

 

Gli scontri, infatti, non mancarono, nonostante nel mentre si stessero ancora discutendo le condizioni dell’armistizio. Il 31 ottobre, la IV armata sfondava il fronte del Grappa, spingendo gli austro-ungarici a ripiegare dagli altipiani. Scompostamente - come avviene nelle grandi ritirate - migliaia di soldati con armi e carri cominciarono la ritirata verso nord, venendo in parte bloccati dall’avanzata italiana in Valsugana. Sul Tonale, il 2 novembre, la VII armata passò all’attacco, irrompendo in Val Vermiglio. Scesa verso la Mendola, puntò poi su Bolzano.

 

L’arrivo nella città di Trento, meta agognata dell’interventismo e dell’irredentismo, fu possibile grazie allo sfondamento compiuto dalla I armata nella stretta di Serravalle all’Adige, avvenuto lo stesso 2 novembre. Rovereto, evacuata e in gran parte distrutta, divenne a quel punto l’anticamera dell’ingresso nel capoluogo trentino, trasformato durante il conflitto in “città fortezza” affollata da soldati (5 volte più numerosi dei cittadini rimasti) e piombata nell’incubo della fame (QUI l'articolo).

 

Tra i grandi problemi dell’immediato dopoguerra vi fu il rimpatrio dei profughi, partiti in oltre 70mila verso le terre dell’Impero e in circa 30mila verso destinazioni del Regno d’Italia. Non meno drammatico fu poi il ritorno degli stessi nelle proprie case, specie in quel Trentino meridionale trasformato in teatro di guerra e per questo completamente sconvolto dal passaggio delle truppe e dai bombardamenti delle artiglierie. Non è un caso, dunque, che la retorica trionfalistica della redenzione fece fatica a penetrare fra la popolazione, visti anche i circa 60mila uomini arruolati nell’esercito imperiale (di questi ne morirono più di 10mila, pari a 1 ogni 6).

 

Scrive a riguardo lo storico lagarino Fabrizio Rasera, in Storia del Trentino, volume VI: “La scrittura popolare diffusa della guerra testimonia anche la difficoltà, o l’impossibilità, di ridurre la profondità dell’esperienza vissuta entro la categoria della redenzione patriottica. Il mito della guerra eroica, la sua celebrazione monumentale, l’enfasi sul sacrificio dei volontari per l’Italia non potevano incontrare facile adesione presso uomini e donne che della tragedia europea avevano conosciuto direttamente altri volti e altri scenari, e che si trovarono di fronte alla necessità di elaborare altri lutti”.

 

Queste difficoltà, se non un vero e proprio rigetto, sono all’origine di quelle che lo storico Giuseppe Ferrandi, direttore della Fondazione Museo storico del Trentino, ha definito in un’intervista al nostro giornale come “forme di guerra civile della memoria” (QUI l’articolo), alimentata spesso da pregiudizi, manipolazioni (QUI un esempio) e leggende nere (QUI la più celebre) nocive per un’approfondita e serena comprensione della complessità del passato trentino.

Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Cronaca
| 10 maggio | 11:37
Il dramma questa notte, 10 maggio, in Alto Adige, nel territorio comunale di Ultimo: secondo quanto ricostruito, il mezzo sarebbe precipitato per [...]
Cronaca
| 10 maggio | 12:03
L'89enne stava guidando il trattore vicino ad un dirupo, quando il mezzo si sarebbe sbilanciato per il peso. Agostinetto è riuscito a spegnere il [...]
Cronaca
| 10 maggio | 11:19
Momenti di grande paura si sono vissuti nella mattinata di oggi - domenica 10 maggio - a Crosano, nel territorio comunale di Brentonico. Un [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato