"Al di là del 12 luglio 1916", oltre la morte di Cesare Battisti. Ferrandi: “Figura centrale per la costruzione identitaria del Trentino”
L’interpretazione della figura di Cesare Battisti non può prescindere dall’uso propagandistico che se n’è fatto dopo la sua morte. Eppure il socialista trentino, massimo esponente dell’irredentismo locale, fu molto di più di come comunemente lo si presenti. Lo storico Giuseppe Ferrandi: “C’è il rischio di leggere tutta la sua vita nell’inevitabilità della sua tragica fine”

TRENTO. Battisti martire o Battisti traditore. Battisti nazionalista o Battisti internazionalista. E ancora: Battisti mito, celebrato e osannato in tutte le città d’Italia o Battisti anti-mito, deriso, insultato, umiliato per le vie della sua Trento. Attorno alla figura del principale esponente dell’irredentismo trentino, come noto, si intrecciano leggende popolari, spicciolo senso comune e pregiudizi radicati. Eppure, come scrive lo storico Mario Isnenghi, questa figura rappresenta probabilmente “una delle personalità più citate e meno conosciute del Novecento italiano”.
Ne viene, dunque, che al di là delle celebrazioni retoriche effettuate pubblicamente o tramite pubblicazioni, così come, specularmente, della costruzione di una versione nera della sua leggenda, ancora molto ci sia da fare per storicizzare questa straordinaria figura del ‘900 trentino. Cesare Battisti e con lui in minor misura Damiano Chiesa e Fabio Filzi necessitano di un lavoro di “svestimento retorico”, di smitizzazione e demistificazione, che ne restituisca l’alto grado di complessità necessario per comprenderne il ruolo storico.
Diverse sono state le iniziative editoriali e culturali volte a ridare al massimo esponente dell’irredentismo trentino la sua dimensione storica. Il centenario della sua morte, nel 2016 (QUI una serie di approfondimenti del Museo storico del Trentino sulla sua vita), così come quello della conclusione della Grande Guerra, hanno dato modo di approfondirne i diversi aspetti, dalla vita, fatta di politica e scienza, al ruolo di propagandista per il miglioramento delle condizioni materiali del popolo trentino prima e per la dichiarazione di guerra all’Austria poi (QUI un approfondimento con lo storico Mirko Saltori). E, infine, anche sul suo ruolo di simbolo – positivo o negativo a seconda delle prospettive – di cui (suo malgrado) fu oggetto una volta diffusa l’orrida fotografia dell’impiccagione, avvenuta il 12 luglio 1916 nella fossa del Buonconsiglio.
Vissuta tra una serie di faglie, temporali e spaziali, tali da renderlo un personaggio eccezionalmente complesso e sfaccettato, Cesare Battisti è stato trasformato dopo la morte in un efficacissimo simbolo. Un simbolo che, al contrario, si caratterizza per la nettezza e l’estrema semplificazione. Ma perché? “I rischi credo siano sostanzialmente due – risponde il direttore della Fondazione Museo storico del Trentino Giuseppe Ferrandi – in primo luogo verrebbe la voglia di astrarsi dal 12 luglio per raccontare questa figura senza proiettarla verso la sua fine. Ci sono elementi della vita di Battisti che non possono essere letti nell’inevitabilità dell’impegno propagandistico a favore dell’intervento italiano contro l’Austria-Ungheria, del suo volontarismo e della sua morte”.
“Dall’altra la figura di Battisti è tutt’uno con il 12 luglio e la sua successiva monumentalizzazione – continua – è importante, nondimeno, che nessuna di queste due dimensioni venga fatta prevalere, in particolare quella del martire e dell’eroe. Ci sono degli aspetti biografici che possono essere rilevanti anche per altre storie. Una di queste è il tema della costruzione identitaria del Trentino, su cui Battisti ha avuto un ruolo enorme, nella grande operazioni culturale di cui fu protagonista”.
Così come altre figure a cavallo fra il XIX e il XX secolo, Cesare Battisti fu tra i grandi protagonisti della storia trentina. E questo grazie alla sua straordinaria attività come politico socialista, geografo e giornalista impegnato in battaglie per migliorare la vita della sua città, del suo territorio e delle genti che lo abitavano. “La grandezza di quella classe dirigente, non solo di Battisti, ma anche di Enrico Conci, Alcide Degasperi, Paolo Oss Mazzurana, e così via, sta nella proposizione della questione trentina all’origine della nostra storia politico-istituzionale e autonomistica”.
“Ciò non significa – continua Ferrandi – che Battisti sia considerabile come il padre dell’autonomia, ma delle caratteristiche che ci hanno portato ad essa. Egli contribuì a creare i requisiti culturali necessari, ponendosi ad esempio il tema di come cambiare le condizioni di vita nelle valli. Questa componente di Battisti, però, è schiacciata da quella dell’eroe nazionale o dal profilo politico europeo che ebbe la sua figura”.
Cosa bisogna fare, pertanto, per uscire dalle gabbie interpretative su questa figura e restituirne le sfaccettature? “Ci sono stati tentativi importanti di scrittura della biografia battistiana, che tuttora trovano però delle difficoltà – conclude Ferrandi – tra le pubblicazioni più importanti ricordiamo Cesare Battisti. Ritratto di un alto traditore di Claus Gatterer e Cesare Battisti di Stefano Biguzzi, edito dalla casa editrice Utet. Ciononostante, c’è ancora necessità di arrivare ad un lavoro organico. La nostra scelta come museo è intanto, più che lavorare sulle interpretazioni storiografiche, mettere a disposizione le fonti”.















