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Memoria di un Carnevale e di una mancata rivoluzione. 102 anni fa cominciava la battaglia di Caporetto

Caporetto, entrata nell'immaginario del popolo italiano come sinonimo di sconfitta disastrosa, fu sin dalla sua immediatezza al centro delle polemiche politiche. Tra le accuse di disfattismo mosse ai neutralisti e ai pacifisti e le responsabilità, poi dimostrate, degli alti comandi, le immense colonne di fanti in ritirata furono sul punto di dar vita a una rivoluzione

Di Davide Leveghi - 24 ottobre 2019 - 17:37

TRENTO. “Caporetto non è semplicemente un episodio militare: è una fase dell'evoluzione dell'umanità”. Scriveva così il “caporettista” Curzio Malaparte nel suo pamphlet Viva Caporetto! La rivolta dei santi maledetti, pubblicato per la prima volta nel 1921. Arruolatosi volontario nella fanteria, il celebre giornalista esaltava il “Carnevale” di cui erano stati protagonisti i soldati in ritirata giudicandola come una rivoluzione contro il militarismo e la "borghesia imboscata e interventista".

 

La memoria dell'epocale disfatta fu al centro per decenni di battaglie politiche in un Paese spaccato. Nel gennaio 1918 il presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando aveva già nominato una commissione d'inchiesta per ricostruire gli accaduti, da cui emerse poi, sotto la presidenza Nitti, nel luglio 1919, una relazione conclusiva in 3 volumi. I risultati furono accolti con gioia da quelle forze - socialiste e cattoliche in particolare – contrarie alla guerra, come dimostrato dai titoli dell' Avanti e de La Stampa, organo vicino al neutralista Giolitti.

 

Viene a galla la verità su Caporetto titolava il quotidiano socialista. “La puntata su Vienna durò quattro anni e nella marcia arrossammo tutte le montagne e i fiumi del Veneto; recidemmo come erbe di prato tutti i fiori della gioventù e della gentilezza italiana […] E dopo aver combattuto per la libertà del mondo ci troviamo soli nel mondo, malvisti o invisi a quelli per i quali ci siamo rovinati. È tempo di vedere quale serie spaventosa di errori ci abbia spinti nel baratro ove siamo precipitati, tempo di rimuovere tutti i veli, squarciare tutte le bende e mettere il popolo italiano in cospetto della verità”, scriveva invece il giornale torinese.

 

La responsabilità del crollo del fronte italiano veniva infatti addebitata dalla relazione conclusiva alle autorità militari ed in particolare al capo di Stato maggiore Luigi Cadorna e al comandante in capo Luigi Capello, colpevoli d'aver “chiesto alle truppe già logore sforzi sanguinosissimi e sempre nuovi, portandole sull'orlo del collasso”. Il giudizio lasciava tuttavia in ombra altri aspetti come i combattimenti – scagionando Pietro Badoglio dalle evidenti responsabilità nello sfondamento della linea al suo comando e nell'uso tardivo dell'artiglieria – e le responsabilità del governo Boselli.

 

A seguito della disfatta, Cadorna aveva addossato le colpe alla “mancata resistenza di reparti della II armata vilmente ritiratisi senza combattere e ignominiosamente arresisi al nemico”. Oltre che dal nemico avanzante, per la propaganda dell'esercito lo spirito delle truppe era stato minato dal disfattismo del nemico interno, formato da socialisti e “giolittiani”. Accuse che d'altronde, anche dopo la pubblicazione della relazione, testate e forze politiche nazionaliste e interventiste ribadivano con forza.

 

L'Italia esce dalla guerra trionfante, con un patrimonio di gloria che nessuno le contende all'infuori di quei figli che si sono messi fin dai giorni della neutralità contro la patria – scriveva il direttore del Corriere della Sera Luigi Albertini, ardente interventista – ma anche di ciò bisogna rendersi conto. Ogni organismo trasporta milioni di germi patogeni di cui altri milioni combattono l'azione nefasta”.

 

Questi brevi stralci documentano quale fosse il clima del Paese una volta concluso il conflitto. Non a caso l'eredità della guerra portava seco i venti della rivoluzione, con il cosiddetto “Biennio rosso”, e della reazione, con lo scontento dei reduci, il nazionalismo e le forze conservatrici confluiti in quello che sarà poi il regime fascista.

 

Caporetto rappresentava per taluni la “più grande vergogna nazionale” per altri la manifestazione dell'ingiustizia e della disumanità della guerra e dei suoi “agenti”. Lo sfondamento del fronte da parte della truppe austro-tedesche, dopo che l'azione era cominciata nella notte del 24 ottobre 1917, aveva prodotto una massiccia ritirata, con un arretramento del fronte di quasi 150 chilometri dal fiume Isonzo – per il cui superamento si erano combattute dal giugno 1915 ben undici battaglie – al fiume Piave, alle cui sponde l'esercito italiano riuscì a bloccare l'arrembante avanzata del nemico.

 

Il bilancio della rotta contava 350mila militari sbandati, 280mila prigionieri, 40mila tra morti e feriti e 400mila civili in fuga. A fotografare in maniera più vivida ci pensa lo storico Alessandro Barbero, autore del saggio Caporetto: “Gli scenari della ritirata oscillano continuamente fra la libertà carnevalesca e l'orrore apocalittico. Nei rari momenti in cui il cielo si schiariva, gli aerei tedeschi mitragliavano le colonne, così come faranno nel 1940 sulle strade di Francia […] La presenza di civili in fuga, oltre a rendere ancora più irreale l'esperienza vissuta dai soldati, contribuì alla drammaticità della situazione, anche perché i civili, disarmati e ignari, erano più vulnerabili degli altri, specialmente nel caso di donne e bambini”.

 

“Nel corso della ritirata – continua – le retroguardie sostennero continuamente scontri sanguinosi, e anche vittoriosi, nella misura in cui riuscirono a rallentare l'avanzata del nemico e a permettere ad altri reparti di mettersi in salvo. Ma per gran parte della folla in grigioverede, disarmata, intruppata su strade affollatissime dove era impossibile fare qualunque cosa se non seguire il flusso, l'anarchia, la cuccagna e il carnevale furono certamente le sensazioni dominanti. L'unico pensiero più articolato che molti riuscivano a formulare era che con una catastrofe di quelle dimensioni, per forza di cose la guerra era finita. Ed è questa prospettiva accolta con gioia che scavò un abisso fra la truppa e gli ufficiali, fra il popolo in divisa e la sua classe dirigente, incredula e indignata per la mancanza di patriottismo dei soldati”.

 

Le immani sofferenze dei fanti, il più umile e vilipeso corpo dell'esercito, si rovesciavano in scene carnevalesche, tra cacce ai carabinieri - organo militare che manteneva rigorosamente la disciplina e simbolo, per i soldati, della tirannia dei comandi – fucilate agli odiati ufficiali e saccheggi alle case private, specialmente di cibo e animali. Per questo Malaparte si spinse a parlare di rivoluzione. Una rivoluzione poi domata dal ristabilimento della disciplina e dalle sostituzioni ai vertici di Stato maggiore e governo, con gli avvicendamenti tra Cadorna e Armando Diaz e tra Boselli e Orlando.

 

Caporetto rimase nell'immaginario nazionale come sinonimo di catastrofe, di disastrosa sconfitta. Ma come scrive sempre lo storico torinese Barbero: “Caporetto fu una sconfitta,e catastrofica; ma non fu una di quelle sconfitte decisive, come Waterloo, Gettysburg o Stalingrado, che decidono l'esito di una guerra e cambiano il corso della storia. Caporetto rientra piuttosto nella categoria di Canne o Lepanto, sconfitte disastrose le cui conseguenze militari sono rapidamente riassorbite e già nel breve periodo si rivelano insignificanti – a differenza dell'impatto avuto sul Paese”.

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