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A Trento scoppia il caos: quando operai e studenti assalirono il Tribunale e i trentini scesero in piazza contro l’Università

Il 17 aprile 1970, a seguito della condanna di uno studente per oltraggio a pubblico ufficiale, nella città di Trento scoppia la rivolta. Il Tribunale è assaltato, la città è messa a ferro e fuoco dagli scontri con le forze dell’ordine e la sede de l’Adige è presa a sassate. La reazione delle autorità è durissima ed una parte della società trentina chiede la chiusura dell’Università nella cosiddetta “manifestazione delle aquile”

Di Davide Leveghi - 17 April 2021 - 11:18

TRENTO. “O bravi trentini, o stirpe di Alpini! È ora di agire non più di dormire, se siete fifoni vi chiamo trentoni. Cacciate gli intrusi che fanno i soprusi, tagliate i capelli a quei saputelli, tagliate i barboni a quei mascalzoni. Si chiaman studenti ma sono fetenti, non voglion studiare ma solo sporcare. Via Verdi e il Trentino s’è fatta un casino. Ospizio non date ma forti pedate; si sentono odiati, si vedon sfrattati; a tutti si dia il foglio di via. Sociologi ingrati ci avete scocciati! Soppressa che sia la sozzologia”.

 

Era questo il tenore di uno dei messaggi apparsi in quell’aprile del 1970 sui giornali locali. L’arresto dell’operaio Fronza e dello studente Mulinaris, fermati nella notte del 13 aprile e accusati di disturbo alla quiete pubblica e offese a pubblico ufficiale, aveva infuocato un clima già incandescente in città. Gli scontri tra le frange più estreme del movimento studentesco e i militanti delle organizzazioni neofasciste – tra cui Avanguardia nazionale, attiva anche a Trento nelle provocazioni e nelle trame eversive della “strategia della tensione” - si ripetevano con cadenza giornaliera, provocando non pochi malumori nella cittadinanza trentina, abituata ad una città placida e sonnolenta.

 

Il contesto in cui avvennero i fatti del 17 aprile 1970, quando l’intera città venne messa a ferro e fuoco in seguito della condanna a quattro mesi di Mulinaris per oltraggio a pubblico ufficiale e rifiuto delle generalità – Fronza, invece, fu assolto dall’accusa di resistenza a pubblico ufficiale – era dunque quello di una tensione crescente fra le autorità politiche, le forze dell’ordine e i movimenti operaio e studentesco, spesso convergenti nelle rivendicazioni di maggiori diritti.

 

Attorno alla facoltà di sociologia si sta giocando una partita molto importante. Il numero di studenti è in crescita, i servizi offerti a giovani che in gran parte devono sostenere gli studi lavorando sono scarsi. Le poche borse di studio concesse, i cosiddetti “presalari”, portano all’occupazione della facoltà. Il rettore Alberoni si dimette. Le forze dell’ordine, dopo oltre venti giorni di occupazione, sgomberano l’edificio di via Verdi.

 

Pagheranno i trentini?”, chiedeva su l’Adige un lettore indignato dalle scritte apparse durante l’occupazione, rivolgendo la sua protesta al presidente della Provincia (e fautore della facoltà) Bruno Kessler. Ma le turbolenze del marzo 1970, in realtà, non sono che un preambolo a un aprile di fuoco, “aperto” dall’incendio di un’aula di Sociologia, sulla cui responsabilità si incrociano le reciproche accuse fra sinistra ed estrema destra.

 

Tre giorni dopo l’incendio, a cui seguono gravi scontri tra studenti e “guardie nere”, avviene l’episodio incriminato. E nei tesissimi giorni seguenti la solidarietà fra studenti e operai si manifesta in cortei, picchetti di fronte al carcere e ore di sciopero nelle fabbriche. Venerdì 17 aprile, radunatisi di fronte al tribunale, in Largo Pigarelli, i manifestanti attendono pertanto la sentenza per i due nel rito per direttissima. E alla notizia della condanna di uno di loro, scoppiano le proteste.

 

È il caos. L’intera città diventa un campo di battaglia tra le forze dell’ordine e i manifestanti, che si barricano dietro a cataste improvvisate e auto in fiamme. Il palazzo di giustizia viene assaltato, portando perfino alla sospensione di altri processi in atto. Il quotidiano l’Adige, guidato dal dirigente democristiano Flaminio Piccoli, è oggetto di una sassaiola che manda in frantumi le finestre della redazione. I toni utilizzati dal giornale nei confronti dei manifestanti – definiti “teppaglia” – sono pertanto durissimi e ipotizzano una premeditazione.

 

Dalle 18.30 in poi, fino a notte inoltrata, nelle vie e nelle piazze della città studenti e operai si fronteggiano con le cariche di polizia e carabinieri. Da una parte si lanciano oggetti di ogni tipo, su tutti i cubetti di porfido divelti dalle strade, dall’altra i candelotti lacrimogeni. Dalle ricostruzioni giornalistiche, raccolte da Michele Zanette, emergono numeri decisamente rilevanti: sono un’ottantina le persone rimaste ferite o contuse, di cui una trentina appartenenti alle forze dell’ordine.

 

La reazione delle autorità è durissima. E mentre la cittadinanza si interroga sulle cause delle violenze, si procede alla perquisizione dell’ostello degli studenti situato nell’ex ospedale Santa Chiara, in via Santa Croce. Definito subito dalla stampa “La Comune” o il “covo rosso”, viene messo sotto-sopra dalle forze dell’ordine. “Gli agenti hanno fracassato porte e finestre e ci hanno picchiato”, denunciano gli studenti, mentre il Procuratore della Repubblica presenta “l’arsenale” sequestrato agli “estremisti”: cubetti di porfido, coltelli, scuri, manganelli. “Non saranno più tollerate manifestazioni sediziose”, promette.

 

La magistratura emette un ordine di cattura per quattro studenti. L’accusa? Violenza aggravata. Il leader di Lotta continua Marco Boato viene arrestato a Venezia, Giorgio Cavanna a Mestre. Con loro due anche Augusto Blois e Italo Saugo. Allo stesso orario in cui erano scoppiati i disordini, alle 18.30 di lunedì 20 aprile 1970, la Dc locale riunisce in piazza la cittadinanza. È la “manifestazione delle aquile”. “Trento risponde alle provocazioni con una grande protesta di popolo”, titola l’Adige, che poi aggiunge: “Una folla imponente ha gremito piazza Duomo esprimendo il proprio sdegno per gli inutili episodi di violenza avvenuti nei giorni scorsi ad opera di minoranza di teppisti”.

 

La città si sta spaccando”, scriveva invece l’Alto Adige, giornale che appare decisamente più aperto rispetto alle istanze della protesta, e che in un articolo dello stesso 20 aprile riporta le diverse posizioni dei partiti sulle cause della “rivolta”, la “perplessità” verso la manifestazione indetta dalla Dc, le accuse degli studenti alla polizia e le divisioni nell’Associazioni partigiani, schieratasi in principio a fianco dei manifestanti. “Si attribuisce a Piccoli – si legge sul giornale di Bolzano – l’intento di cogliere l’occasione per riprendere autorità sul mondo laico e religioso che aveva fatto azione di ‘superbiosa critica’”.

 

In una nutritissima assemblea popolare, indetta per il 25 aprile a Trento, tra i tanti trentini e gli studenti presenti in piazza, seduti ad ascoltare gli interventi di persone comuni e leader dei movimenti – tra cui lo stesso Boato, liberato grazie alle pressanti richieste dei manifestanti – è un giovane siciliano, arrivato in città per studiare, a spiegare le ragioni della lotta. “Sono migliaia e migliaia i meridionali, soprattutto, quelli che vengono sbattuti fuori dalle campagne, nella Sicilia, nella Calabria, nella Sardegna, dappertutto. Ma anche qui in Trentino o in Veneto, dove l’emigrazione è agli stessi livelli del Meridione, dove le ‘aquile’ sono come i contadini meridionali. Non ci sono ‘aquile’ e ‘non aquile’, non ci sono trentini e non trentini, ci sono sfruttati e sfruttatori”.

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