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“Alla ricerca dell'Eldorado”: trent’anni fa sbarcava a Bari la nave Vlora, carica di 20mila albanesi in fuga dalla miseria

L’8 agosto di trent’anni fa sbarcava a Bari il mercantile Vlora, procedente dal porto di Durazzo. Carico di circa 20mila persone, era stato costretto a prendere la direzione dell’Italia, dove da mesi le coste adriatiche erano interessate dall’arrivo di migranti albanesi, fuggiti dalla pesante crisi economica che stava attanagliando il Paese dopo la fine della dittatura

Di Davide Leveghi - 08 agosto 2021 - 11:41

TRENTO. All’arrivo dei 20mila stipati sul mercantile Vlora, l’Italia già aveva avuto modo di affrontare un massiccio sbarco di cittadini albanesi, provenienti dall’altra parte dell’Adriatico. Ciononostante, la scarsa organizzazione dimostrata dalle autorità provocò il tremendo spettacolo a cui si sarebbe assistito nelle ore e nei giorni a venire. Quell’8 agosto di trent’anni fa, sotto molti aspetti, non fu pertanto che la significativa spia di come l’Italia avrebbe gestito di lì in avanti i flussi migratori.

 

Il 1991, in quest’ambito, fu un vero e proprio spartiacque. Un Paese storicamente caratterizzato dall’emigrazione invertiva la tendenza, divenendo meta di arrivo per uomini e donne alla ricerca di un futuro migliore, in fuga dalla miseria. Nello specifico, a raggiungere in nave – o su zattere improvvisate – le coste italiane erano i cittadini di un Paese isolato dal mondo per almeno cinquant’anni: gli albanesi.

 

Le drammatiche scene a cui si assistette a partire dal marzo del ’91 e culminate nello sbarco della Vlora (nome albanese della città di Valona) furono infatti l’esito di una crisi economica e politica disastrose. L’Albania del 1991 è un Paese in fase di transizione verso un’apertura politica al pluralismo, dopo decenni di dittatura, e verso un’apertura economica alla libertà d’impresa ed al mercato. È, soprattutto, un Paese poverissimo che si dibatte tra la continuità del regime assolutistico di Enver Hoxha, morto nel 1985 e succeduto dal suo “delfino” Ramiz Alia, e delle timide e camaleontiche rotture con il passato.

 

Incastonata fra la Jugoslavia comunista e la Grecia – ultimo bastione del “mondo libero”, più volte precipitata nell’incubo della dittatura – l’Albania del secondo dopoguerra è un Paese isolato dal mondo, in cui un regime comunista di carattere stalinista recide progressivamente ogni contatto con l’esterno nell’incubo – ingigantito – di un possibile ritorno degli invasori italiani e con la convinzione di rappresentare l’unico vero Stato marxista al mondo.

 

Gli albanesi, sotto il governo tirannico di Hoxha, non possono emigrare. Il travalicamento delle frontiere è impedito in ogni forma, la repressione verso questo comportamento, considerato deviato, è portata avanti dalla temibile polizia politica, la Sigurimi. La caduta del Muro e gli scossoni che sconvolgono la parte orientale al di là della Cortina di ferro, pertanto, non poterono che portare all’allentamento di un regime economicamente e politicamente insostenibile. E con il 1990, le autorità di Tirana cominciano ad affrontare la crescente pressione verso l’esodo dei propri cittadini.

 

La prima “frontiera” dell’emigrazione albanese sono le ambasciate straniere. Lunghe code si creano ai cancelli delle delegazioni estere in Albania, dopo che il governo di Alia, per la prima volta – nell’aprile 1990 – ha istituito dei visti di lavoro per l’estero. Alla fuga di centinaia di cittadini, però, le autorità reagiscono con sdegno, nel tentativo di mettere un tappo a quello che si può trasformare in un vero e proprio esodo.

 

Di fatto, questo cominciò a partire dal marzo dell’anno successivo. Mentre nel Paese si tengono delle prime elezioni libere, il 7 marzo 1991, all’orizzonte del porto di Brindisi, in Puglia, si avvistano due navi ricolme di esseri umani. I mercantili Tirana e Lirija trasportano circa 6500 persone, fermate in un primo momento dalle autorità italiane. È qualcosa di mai visto, per questo si decide di permetterne l’attracco. Nel giro di poche ore, a quelle prime migliaia di persone se ne aggiungono tante altre, giunte tutte su diversi mezzi di fortuna. Alla fine della giornata, a Brindisi sono sbarcate tra le 18 e le 27mila persone.

 

Ma cosa aveva spinto tutti quegli albanesi a stiparsi sulle navi per attraversare l’Adriatico? Le misere condizioni del Paese, seppur decisive, oltre alla vicinanza geografica, non spiegano esaustivamente la grande fascinazione per l’Italia da parte dei cittadini dell’ex colonia nostrana. Lo Stivale è, fondamentalmente, l’Eldorado visto e sognato grazie alla televisione italiana, visibile anche sulla costa opposta del mar Adriatico. È un Paese che promette benessere e ricchezza, una vicina soluzione che permetta di entrare in un mondo dove non esistono repressione e miseria – ma per molti, ben presto, questo sogno si dimostrerà effimero.

 

Colti di sorpresa, i brindisini reagirono allo sbarco di migliaia di “dirimpettai” con eccezionali manifestazioni di solidarietà. Si distribuirono cibo, bevande, coperte; l’intera città di Brindisi si mobilitò a favore delle tante persone imbarcate, affamate, infreddolite, lacere. Ben diversa, invece, fu l’accoglienza nei confronti dei 20mila della Vlora.

 

Lo sbarco dell’8 agosto 1991 non rappresentava più una novità. Da tempo le coste italiane sull’Adriatico erano interessate dall’arrivo di immigrati albanesi e il clima nel Paese nei loro confronti aveva assunto ben altri contorni. Giudicati come un problema di ordine pubblico, gli sbarchi vennero trattati come tali: all’arrivo della Vlora, le migliaia di persone a bordo vennero così ammassate nello Stadio della Vittoria di Bari – dove il mercantile era stato dirottato da Brindisi, meta imposta dai passeggeri al capitano.

 

Nei giorni seguenti, mentre le condizioni nello stadio cominciavano a peggiorare, i migranti vennero circuiti dalle autorità: con la promessa di trovare rifugio in altre città della penisola, vennero caricati su traghetti ed aerei e rimpatriati. Una piccola percentuale – circa 2000 persone – riuscirono invece a scappare, ricostruendosi poi, in diversi casi, una vita in Italia. La rotta migratoria attraverso l’Adriatico da quel momento si sarebbe progressivamente svuotata, sostituita ben presto dalle tribolate traversate attraverso il canale di Sicilia.

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