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Da Piazzale Loreto a Jim Carrey e al “duce nero” di un fumetto: la storia di un corpo che non se n’è mai andato

Il 28 aprile 1945, a poche ore dall’arresto, Benito Mussolini viene fucilato a Giulino di Mezzagra. Per dimostrare al Paese che il tiranno era effettivamente morto, lo si espose in Piazzale Loreto a Milano, il giorno successivo, in uno “spettacolo” tanto truce quanto simbolico. Ma quel corpo, che avrebbe poi seguito incredibili peripezie, ancora segna l’immaginario nazionale (e non solo)

Di Davide Leveghi - 28 aprile 2021 - 17:06

TRENTO. Pellegrinaggi a ridosso dell’anniversario della Marcia su Roma. E ancora per l’anniversario della nascita, il 29 luglio, o della morte, il 28 aprile. La vita di Predappio, paesino romagnolo sugli Appennini forlivesi, volenti e nolenti – tra il business dei memorabilia e l’infelice accostamento con il fascismo e i suoi nostalgici -  si svolge in stretto legame con il suo cittadino più famoso: Benito Mussolini.

 

Il suo corpo, a 76 anni dalla morte, continua a segnare la vita del paese, richiamando curiosi, reduci e ammiratori da tutta Italia. Là dove sorge il mausoleo di famiglia è montata una guardia perenne, a vigilare che nessuna visita finisca con episodi sgraditi. Ma non solo Predappio è profondamente legata alla figura e al corpo di Mussolini. Lo stesso immaginario popolare – non solo a livello nazionale – è pieno di riferimenti all’uomo che per primo inventò il fascismo.

 

Rapita in un'altrettanto rocambolesca azione – questa volta non nel cimitero Maggiore di Milano, bensì nel mausoleo di famiglia in Romagna - la salma del duce Benito Mussolini viene ricomposta grazie all’aiuto di un esperto di genetica tedesco. Qualcosa però non va come previsto: la reincarnazione dell’uomo che dovrà riportare in auge il fascismo è nero. Ma non nero nel senso di fascista, bensì nero di pelle.

 

È questa la miccia che fa esplodere la comicità di Quando c’era lui, un fumetto di successo pubblicato nel 2017 su soggetto di Daniele Fabbri e Stefano Antonucci. Un’opera esilarante, che smonta con l’arma delle risa le striscianti forme di fascismo che ancora percorrono il Paese.

 

E non è certo questa l’ultima apparizione del corpo del dittatore nella cultura popolare. Ricalcato su una fortunata pellicola tedesca, in cui s’immagina il ritorno sulla scena pubblica di Adolf Hitler, Sono tornato di Luca Miniero (2018) sconta a differenza del suo predecessore l’immaturità della coscienza storica del pubblico a cui si rivolge. E così, una critica feroce al razzismo e all’intolleranza che ancora albergano nella società tedesca finisce nella versione italiana per trasformarsi in un affresco macchiettistico, dove a salvarsi è solo l’interpretazione del protagonista – un eccezionale Massimo Popolizio.

 

La cattiva riuscita del remake, nondimeno, ha dimostrato quanto ancora sia difficile in Italia farsi beffe del passato fascista senza scadere nella sua banalizzazione e nella sua relativizzazione. Ma perché questo? Forse perché, a differenza che in Germania, gli “enzimi” necessari per “digerire” la propria storia recente non sono stati sviluppati.

 

“Pensate cosa succederebbe se nell’Italia di oggi arrivasse qualcuno che, senza alcun pudore, si mettesse a fare politica parlando, gesticolando e usando gli stessi identici argomenti di Benito Mussolini”, recita la presentazione del film. Cosa ci sarebbe poi di tanto paradossale, da far scattare la comicità? Chiede a quel punto lo storico Francesco Filippi (Ma perché siamo ancora fascisti? Un conto rimasto aperto), che inoltre, riferendosi al differente successo ottenuto dall’originale e dal suo omologo italiano, aggiunge: “I motivi vanno ricercati, probabilmente, nell’evoluzione del rapporto tra l’Italia e il suo totalitarismo”.

 

Un rapporto, appunto, immaturo, che poggia su fondamenta fatte più d’omissioni che di prese di coscienza, di non detto più che di profonda e diffusa comprensione. Il fascismo, come molte altre cose in Italia, diventa materia di tifo da stadio, di memorie sdoganate e sbandierate nonostante le leggi, di retaggi mai superati e ancora radicati nel subconscio della Nazione. Una materia, addirittura, che qualcuno eleva a “sfidante” della memoria resistenziale, in un improbabile “derby” da disputarsi il 25 aprile – giorno in cui si celebrano le basi della democrazia italiana.

 

Ne va che il corpo del suo capo, di quell’uomo forte (per antonomasia) tanto apprezzato nel Bel Paese, susciti ancora dibattito. E non solo sulle dinamiche che portarono nel giro di poche e vorticose ore all’arresto – mentre era in fuga, travestito da soldato tedesco, verso la Svizzera – alla fucilazione e all’esposizione sulla pubblica piazza – sulle cui ragioni avevamo già riflettuto in altre occasioni (QUI e QUI gli articoli).

 

È l’aprile del 2019, quando il web impazzisce di fronte ad uno scambio di disegni, tweet e battute fra il comico canadese Jim Carrey e la nipote del duce Alessandra Mussolini. A far scattare tutto è un’illustrazione pubblicata su Twitter da parte dell’attore: i corpi del capo del fascismo e dell’amante Petacci penzolano a testa in giù, la didascalia recita: “Se ti stai domandando a cosa porti il fascismo, chiedi a Benito e alla sua amante Claretta”.

 

La reazione della parente è furiosa, ma Carrey risponde a modo suo. A un giornalista che gli chiede lumi sulla vicenda replica così: “Non sapevo nemmeno che lei esistesse. Ma se vuole vederla in modo diverso, può sempre capovolgere la vignetta. Così può sembrare che suo nonno stia saltando di gioia”.

 

Piazzale Loreto, Giulino di Mezzagra, Predappio. Questi luoghi, fissati nella memoria pubblica italiana, continuano a riproporsi ciclicamente, senza però che ci si sia liberati dall’ipoteca dei giudizi accomodanti e benevoli nei confronti del fascismo e della sua guida. Anzi. Questi luoghi servono proprio per alimentare la controffensiva di narrazioni che bollano la Resistenza e i partigiani come violenti e sanguinari, cancellando oltre vent’anni di barbarie e soprusi (QUI un approfondimento).

 

Nel giorno in cui Benito Mussolini venne fucilato, dopo l’arresto sul lago di Como, si pone ancora più forte la questione delle eredità che quel corpo ci ha lasciato. E della difficoltà di sbarazzarsene.

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