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Il “figlio del popolo”, “l’uomo della Provvidenza”, il “duce del fascismo”: Mussolini e la costruzione del mito

Padre e fulcro del fascismo, Benito Mussolini si distinse sin dai suoi esordi socialisti come una figura carismatica e trascinante. Da qui sorse il mito (anche popolare) di un uomo nuovo che avrebbe guidato l’Italia verso la grandezza, alimentato nel corso del regime da una fabbrica del consenso estremamente efficace e pervasiva. Prosegue la rubrica “Cos’era il fascismo”

Immagine tratta dal web
Di Davide Leveghi - 31 luglio 2022 - 13:03

TRENTO. Il 29 luglio 1883, in un piccolo villaggio a pochi passi da Forlì, nasceva Benito Mussolini. Figlio di una maestra e di un fabbro, questi sarebbe divenuto nei decenni a venire una figura centrale della storia italiana e non solo, capace di rivoluzionare la politica e di plasmare nuovi modelli di governo. Al di là della biografia, però, col tempo di Mussolini si forgiò anche un mito, o per meglio dire dei miti, senza i quali risulta impossibile comprendere i successivi eventi.

 

In principio vi fu il socialismo: apparso sul palcoscenico nazionale con un acceso intervento al congresso generale del Psi a Reggio Emilia, nel 1912, Mussolini – all’epoca ventinovenne – affascinò l’uditorio con la sua infiammata oratoria, proponendosi come l’astro nascente del massimalismo socialista. Non a caso, quello stesso anno, il maestro di Predappio da oscuro membro del socialismo forlivese giunse a guidare l’Avanti!, l’organo d’informazione del Psi.

 

Apprezzato dai compagni e adorato dalla massa socialista, grazie al suo formidabile ascendente Mussolini si fece mito. Sono anni di grande crescita per il socialismo italiano, con l’aumento di sezioni e di iscritti. Nondimeno, le sue incontrastate doti da leader travalicano l’ambito socialista, affondando le radici in diffuse aspirazioni sociali tipiche dell’era moderna: su tutte quella di un grande uomo capace di superare la crisi della democrazia liberale, di un capo in grado di “liberare i popoli dai mali del presente nella sua fusione mistica con il corpo sociale sociale della nazione” (E. Gentile, Fascismo. Storia e interpretazioni).

 

Divenuto in breve tempo, grazie alla sua tempra e alle sue doti carismatiche di oratore e di giornalista, un mito socialista, poco bastò perché fra le masse del principale partito di massa italiano la figura di Mussolini entrasse in odio. Il suo simbolo, infatti, si incrinò quando nel 1914 il direttore dell’Avanti! si espresse a favore dell’entrata italiana in guerra. Espulso dal partito, il Mussolini interventista trovò d’altra parte un nuovo pubblico di adepti fra i radicali nazionali. “L’uomo nuovo” atteso anche a sinistra faceva capolino nella scena pubblica nazionale, promettendo un rinnovamento atteso da più parti fra i ceti borghesi del Paese.

 

Scrive lo storico Emilio Gentile: “Il mito di Mussolini nel fascismo fu il prodotto di una situazione storica, sociale e psicologica, profondamente mutata dalla prima guerra mondiale. Fu, soprattutto, un mito di massa mentre i miti precedenti, sia nella versione socialista che nella versione radicalnazionale, erano stati sostanzialmente recepiti entro ambienti ristretti, prevalentemente intellettuali, e non furono sostenuti da una organizzazione di propaganda in funzione delle masse. Il mito fascista si appropriò dei miti precedenti integrando nella sua struttura il mito dell’uomo nuovo e del rinnovatore nazionale”.

 

“La mitologia fascista – prosegue Gentile in Fascismo. Storia e interpretazioni – specialmente negli anni del regime, sfruttò ampiamente questi miti, tracciando un percorso rettilineo e coerente nell’ascesa di Mussolini da capo socialista e salvatore della patria, massimo artefice della sua gloria e della sua futura grandezza. Inoltre, il mito fascista fu essenzialmente il mito del Capo, concentrato di tutte le più alte qualità umane, morali e intellettuali, fuse nella sua qualità fondamentale, di essere l’interprete della nazione e il suo unico duce sulla via di uno nuova grandezza imperiale”.

 

Per comprendere la fortuna del mito mussoliniano nel corso del regime ci sono degli elementi che non possono essere ignorati. Mussolini, infatti, fu oggetto non solo di un abile campagna propagandistica, efficacissima e pervasiva, che ne determinò la trasformazione in mito vivente, capo indiscusso del regime e della nazione; fu, al tempo stesso, un mito popolare che in forme e modalità differenti a seconda delle classi sociali interpretò a partire dalla marcia su Roma il tanto atteso “Cesare” in grado di guidare la patria verso nuovi orizzonti.

 

Vicino alla gente, capace di mescolarsi con essa e presentarsi come parte di essa, Mussolini fu innalzato su un piedistallo, circondato da sentimenti quasi mistici e religiosi. La sua divinizzazione, nondimeno, poté contare su strumenti propagandistici sempre più martellanti e tentacolari, alimentati dallo stesso regime e dai suoi rappresentanti. Fra i gerarchi e i capi locali, tuttavia, il carisma di Mussolini non fu sempre indiscusso, anzi (QUI un approfondimento).

 

Fondatore di un movimento caratterizzato sin dai suoi esordi da una grande litigiosità, Mussolini non fu da subito unanimamente riconosciuto nella sua autorità. Per molti fascisti, almeno fino al 1921, il vero duce era Gabriele D’Annunzio e Mussolini tutt’al più un protagonista dell’interventismo, membro dell’Ufficio propaganda e della Commissione esecutiva dei Fasci di combattimento.

 

Contestato per alcune scelte, come quella di sostenere il patto di pacificazione coi socialisti dell’agosto ’21 (QUI l’articolo), solamente con la trasformazione del movimento in partito s’impose come sintesi delle divisioni, “duce del fascismo” e unica figura in grande di mantenerne l’unità. “Nello scontro tra correnti – spiega ancora Gentile – tutti finivano per fare appello a Mussolini e averne una risposta definitiva per vedere legittimata la loro posizione. Il mito del ‘duce’ si affermò come risultante dello scontro. Anche negli anni del regime, il mussolinismo poté giovarsi delle rivalità politiche o personali fra i gerarchi: il ‘duce’ aveva il ruolo supremo del mediatore e del giudice, era l’unica fonte d’autorità”.

 

Nel successivo sviluppo del regime, alla costruzione del mito contribuirono inoltre gli ordinamenti del partito e del regime. Mussolini venne trasformato in capo indiscusso del popolo e della nazione, fuso con lo Stato, attorno a cui lo stesso culto era organizzato attraverso le grandi ritualità di regime. Di quello stesso mito, però, ne cadde prigioniero lo stesso Mussolini, che negli anni finali del Ventennio, accecato dalle sue presunti doti geniali, finì per rinchiudersi in rancorosi sentimenti di superiorità rispetto a un popolo a suo giudizio indegno del suo capo.

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