Contenuto sponsorizzato

Un calcio (di Boban) alla Jugoslavia: quando da una partita di calcio si passò poi allo scontro nazionale. Gli incidenti di Zagabria del 1990

Il 13 maggio 1990 i tifosi della Stella Rossa di Belgrado e della Dinamo Zagabria sono protagonisti di violenti scontri prima di una partita nello stadio Maksimir. Nella mitologia nazionalista croata fu la scintilla della guerra per l’indipendenza, ma in realtà non fu l’unico momento in cui il calcio jugoslavo si trasformò in motore dello scontro nazionale

Di Davide Leveghi - 14 May 2021 - 19:25

TRENTO. “Ai tifosi della Dinamo, per cui la guerra cominciò il 13 maggio 1990 e finì con il sacrificio delle loro vite sull’altare della patria croata”. Recita così la targa apposta fuori dallo stadio Maksimir di Zagabria, a ricordo di quel giorno di maggio in cui i Bad Blue Boys, celebre gruppo ultras della principale squadra croata, si scontrarono dentro e fuori dal campo con gli acerrimi nemici serbi della Stella Rossa di Belgrado, i Delije.

 

Nella mitologia degli ultranazionalisti croati, quella partita mai giocata e sospesa per i violenti scontri fu la scintilla della guerra per l’indipendenza dalla Jugoslavia. L’eroe? Zvonimir Boban, capitano della Dinamo e futuro campione del Milan, ritratto in una celebre fotografia mentre sferra un calcio ad un poliziotto. Intervenuto per difendere un tifoso di casa, il centrocampista croato venne poi protetto da uno scudo umano di connazionali, portato fino agli spogliatoi sano e salvo.

 

Che i fatti di Zagabria del 13 maggio 1990 siano stati una battaglia non c’è dubbio. Sul terreno, alla fine di una guerriglia durata ore, dentro e fuori dallo stadio, rimasero 60 persone, accoltellate, intossicate dai gas, ferite negli scontri con i rivali o con la polizia. Che sia stata la scintilla di una guerra, invece, c’è da dubitare, considerando quanto tale episodio sia entrato nella mitologia degli ultranazionalisti croati.

 

Non era la prima volta, infatti, che il calcio jugoslavo rifletteva l’imminente disgregazione della Federazione. Né fu l’ultima. L’intera stagione 1989-1990 della Prva Liga, il campionato jugoslavo, fu infatti caratterizzata dalle tensioni sugli spalti. Nel marzo del 1989, a Belgrado, in una partita contro il Partizan – altra grande rivale della Dinamo – i tifosi croati erano stati protagonisti di scambi di insulti e lanci di petardi. A nulla era servito, a inizio partita, mostrare uno striscione tenuto dai 22 in campo con la scritta “Jugoslavia”. Quella giornata si era infatti conclusa con 7 feriti e 32 arresti.

 

Nel settembre del ’90, erano stati gli omologhi dell’Hajduk Spalato, altra blasonata squadra croata, a farsi notare per le pulsioni nazionalistiche. Durante una partita contro il Partizan, a Belgrado, avevano invaso il campo, andando a strappare la grande bandiera jugoslava affissa sugli spalti e dandole fuoco. Il tutto intonando le note di Lijepa naša domovino ("La nostra bella patria"), l’inno della repubblica croata.

 

In occasione dell’ultima partita ufficiale giocata dalla nazionale jugoslava (formata da giocatori di tutta la Federazione), il 3 giugno 1990, lo stadio Maksimir, scelto per ospitare la sfida contro l’Olanda di Rijkard, Gullit e van Basten, fu teatro di manifestazioni a favore dell’indipendenza croata. I tifosi cominciarono fischiando l’inno, insultando i giocatori jugoslavi e l’allenatore Ivica Osim e supportando gli avversari. Quattro mesi dopo, in quello stesso stadio, si giocherà la prima partita ufficiale della nazionale di calcio croata.

 

La stagione calcistica successiva sarà l’ultima. Nel 1991, infatti, dopo la vittoria nel referendum indetto dalle autorità di Lubiana per l’indipendenza della piccola repubblica slovena, anche la Croazia giungerà a dichiararsi indipendente. La guerra a quel punto sconvolgerà l’ex Federazione jugoslava nata dalla lotta del più grande movimento partigiano d’Europa.

 

Il contesto in cui si svolsero gli incidenti del 13 maggio 1990 non è quindi quello di un’epifania del disagio croato. Il 6 maggio il leader dell’Unione democratica croata (Hdz) Franjo Tuđman, nelle prime elezioni multipartitiche, ottiene una schiacciante vittoria. Il partito di destra, nazionalista e conservatore, dà avvio ad una progressiva riforma della repubblica, scardinando il fragile equilibrio della costituzione socialista e alimentando le paure e i risentimenti della nutrita minoranza serba – appoggiata da Belgrado.

 

A una settimana di distanza dall’esito elettorale, in un clima sempre più infuocato, lo stadio Maksimir si trasforma nel palcoscenico perfetto per le rivendicazioni indipendentiste. Gli avversari di sempre, con cui spesso ci si era conteso il titolo, si convertono in nemici politici ed etnici. I Delije, il più grande gruppo ultras della Crvena Zvezda, la Stella Rossa di Belgrado, riflettono le posizioni del presidente jugoslavo Slobodan Milošević, fautore dell’unità in un’ottica da Grande Serbia.

 

Zagabria è Serbia – cantano i 3000 Delije, assiepati nello spicchio di curva destinato agli ospiti, provocando pesantemente gli avversari – uccideremo Tuđman”. A guidare i cori c’è non a caso un capo ultrà poi passato alla storia come uno dei più truci macellai del conflitto jugoslavo: Željko Ražnatović, alias Arkan, la “tigre”. Proprio tra i suoi discepoli in curva, negli anni a venire, arruolerà miliziani per compiere le azioni di pulizia etnica sulla frontiera serbo-croata e in Bosnia.

 

Dopo aver commesso atti vandalici in tutta la città, i Delije cercano ora lo scontro sugli spalti. Divelgono i seggiolini, lanciano oggetti, devastano il settore dello stadio in cui sono rinchiusi, aprendosi varchi verso i tifosi croati. Da parte sua la polizia osserva senza agire. Entità federale, composta in molti casi da serbi, carica i sostenitori della squadra di casa, che invadono il campo e puntano verso l’assalto agli avversari.

 

La situazione ben presto precipita. Manganelli e lacrimogeni non fermano la furia dei tifosi e sul campo da gioco arrivano anche i reparti antisommossa con gli idranti. I giocatori della Stella Rossa hanno già preso la via degli spogliatoi, riparandosi e fuggendo in elicottero. Alcuni della Dinamo, invece, rimangono sul campo e affrontano la polizia. È qui che le macchine fotografiche immortalano Boban mentre sferra un calcio ad un agente – per l’episodio verrà sospeso per nove mesi, saltando così i mondiali del 1990.

 

Boban, approdato l’anno successivo al Milan – che lo gira in prestito al Bari per farsi le ossa nel più prestigioso campionato del momento, la Serie A – viene eletto ad eroe nazionale, odiato a morte dai serbi. Ai microfoni della Cnn, il capitano della Dinamo avrebbe spiegato così il suo gesto: “In quel momento ero una figura pubblica preparata a rischiare la propria vita, la propria carriera e tutto ciò che la fama mi avrebbe potuto dare, per un ideale, una causa: la causa croata”.

 

Quella battaglia sul campo, dunque, non fu che un’avvisaglia di un conflitto ben più grave. Non fu la scintilla della guerra, ma il palcoscenico perfetto per le rivendicazioni nazionalistiche che la prepararono. Il calcio, anche quel 13 maggio del 1990, si trasformò in motore dello scontro nazionale.

Contenuto sponsorizzato
Ultima edizione
Edizione ore 19.30 del 22 giugno 2021
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Cronaca
23 giugno - 10:27
Sono stati diversi gli episodi di ragazzi  che  hanno trasformato l'entrata della scuola materna Tambosi in un orinatoio. Un'altra notte [...]
Cronaca
23 giugno - 12:27
Il giovane 22enne è rimasto incastrato tra le lamiere del veicolo, e per questo i vigili del fuoco lo hanno dovuto estrarre con le pinze idrauliche
Cronaca
23 giugno - 12:20
I nuovi posti di lavoro rientrano nel piano di reclutamento nazionale, ora McDonald’s cerca dipendenti anche per le strutture trentine: “Nel [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato