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Violenza ostetrica, Masè: "C'è ancora una modalità paternalistica di gestire il parto". Il 33% delle donne ha sperimentato una comunicazione poco chiara

La violenza ostetrica è un fenomeno molto diffuso in Italia: secondo i dati 1 donna su 4 l'avrebbe subita. Masè: "Il parto è un evento intimo e sessualmente rilevante che ha bisogno di essere trattato e personalizzato ‘su misura’. C'è da sviluppare la sensibilità della partoriente"

Di Francesca Cristoforetti - 28 aprile 2022 - 06:01

TRENTO. “L’esperienza soggettiva di una madre alla nascita del suo bambino non è direttamente proporzionale all’esito oggettivo della nascita attesa”. Così Caterina Masè, ex presidente del Collegio provinciale delle ostetriche di Trento dal 2009 al 2021, introduce il tema della violenza ostetrica, parlando dopo tanti anni di esperienza a titolo personale. “Ciò che influisce sulla percezione di un’esperienza positiva del parto è quanto una donna si sente coinvolta in questo processo. In Trentino si è lavorato molto e molto c'è ancora da fare, la strada da fare è ancora lunga poiché implica un cambiamento culturale e di sensibilità”.

 

In Italia una donna su quattro è vittima di violenza ostetrica: è questo il dato riportato da Ovo Italia (Osservatorio sulla violenza ostetrica). Un fenomeno ancora troppo diffuso di cui si è iniziato a parlare soltanto negli ultimi anni e che indica l’appropriazione dei processi riproduttivi della donna da parte del personale sanitario. Una vera e propria forma di maltrattamento, dalle violenze psicologiche a quelle mediche, come “per esempio l’episiotomia o il parto cesareo non concordato”, spiegava Paola Taufer, presidente della Commissione provinciale per le pari opportunità tra donna e uomo.

 

Su 3.981 donne che si sono sottoposte al travaglio, il 39.2% non si è sentito coinvolto nelle scelte mediche, il 33.0% ha sperimentato una comunicazione poco chiara da parte del personale, il 24.8% non è stato sempre trattato con dignità e il 12.7% ha riportato abusi, viene riportato dai dati elaborati dal Centro Who Burlo di Trieste e l’Istituto superiore di sanità, raccolti nel periodo tra marzo 2020 e febbraio 2021 (Qui la ricerca). 

 

Non sono poche le testimonianze raccolte in Trentino di donne che sia durante che dopo il parto si sono sentite violate, vivendo così un’esperienza che ha provocato in loro maggiore stress e senso di inadeguatezza.  

 

“Una volta c'era un’accettazione muta sul fatto che qualcosa non andasse bene, – sostiene Masè – ora è cambiata l’aspettativa e soprattutto la consapevolezza delle donne. Dobbiamo essere alleati delle loro esperienze, mettendo a disposizione la nostra competenza di professionisti della nascita”.

 

Sono ancora tanti gli stereotipi che alimentano questo tipo di maltrattamento: “Non si può generalizzare, – sostiene la vice presidente della Fnopo – ma in alcuni casi c'è ancora una ritrosia e una modalità paternalistica di gestire il parto, senza considerare fino in fondo i bisogni e le aspettative delle donne. A volte manca una comunicazione efficace, pensando che la donna sia troppo emotiva o troppo fragile per comprendere le scelte che vengono prese”.

 

Non si tratta soltanto di scelte mediche, ma di sviluppare una maggiore considerazione della sensibilità della donna anche sotto il punto di vista psicologico e culturale: “Spesso gli atti che vengono vissuti come violenza – prosegue – hanno una ragione 'buona' nell'intenzionalità del professionista ma le donne che si sentono violate nel momento della nascita del figlio si aspettavano di essere considerate di più. Il parto è un evento intimo e sessualmente rilevante che come tale richiede un approccio personalizzato ‘su misura’, trasmettendo alla donna o alla coppia un profondo rispetto”.  

 

Ci vuole quindi una maggiore sensibilizzazione riguardo a questo tema e “alle donne andrebbero offerti degli strumenti per avere aspettative realistiche anche per la scelta del luogo del parto, per sostenerle nei momenti di difficoltà, anche dopo il parto e con il primo contatto con il loro bambino e nei primi mesi di vita evitando espressioni e atteggiamenti giudicanti”.

 

Il personale sanitario si concentrerebbe molto di più sulla parte medica del parto. Come rappresentante della sua categoria, Masè spiega che “l’ostetrica come figura professionale dovrebbe avere una propensione alla personalizzazione dell’assistenza, poi il sistema a volte non aiuta quest’orientamento, a causa di gerarchie e carichi di lavoro che non considerano queste necessità”.

 

Questa forma di maltrattamento deriva da un retaggio culturale che ci portiamo dietro da secoli: “Interiorizzare certi concetti – conclude Masè – e sviluppare una maggiore capacità di comprensione su certi temi non è un processo facile. Bisognerebbe capire che la donna in questo caso va messa al centro. Ci vorrà del tempo prima di arrivare a questa consapevolezza”.

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